Questione ecologia e parole da chiarire

Sostenibilità, precauzione, sobrietà e inclusione

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di Stefano Fontana*


 

ROMA, lunedì, 18 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Il recente vertice dell’ONU sul clima tenutosi a Copenhagen e, ancor di più, il Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2010 di Benedetto XVI ci hanno fatto capire, da diversi e talvolta opposti punti di vista, che nel vocabolario corrente relativo a questi temi si adoperano parole che vanno chiarite o, meglio, purificate per evitare il loro frequente uso ideologico. Queste parole sono SOSTENIBILITA’, PRECAUZIONE, SOBRIETA’, INCLUSIONE.

Sostenibilità. L’ambiguità della parola deriva dal fatto che spesso è intesa solo in senso naturalistico, vale a dire come equilibrio della natura e dei suoi elementi, con esclusione dei riferimenti all’uomo e al bene comune umano. In questo senso, paradossalmente, la natura sarebbe maggiormente equilibrata se l’uomo non vi intervenisse. La parola sostenibilità si riferisce naturalmente agli interventi dell’uomo sulla natura e non alle sue astensioni, però nel suo uso c’è pur sempre una ipoteca astensionistica, come se ad essere processato dovesse essere prima di tutto l’uomo e i suoi interventi. Il concetto di sostenibilità ha alimentato in passato molte previsioni dimostratesi poi assolutamente false al punto che se fosse stato applicato quel principio alla lettera ne sarebbero derivati molti danni. Anche le frequenti accuse all’espansione demografica considerata eccessiva possono farsi risalire ad un uso ideologico della parola sostenibilità. Il suo significato è oggi fortemente compromesso per cui è addirittura preferibile non adoperarla. Se proprio lo si deve fare è bene aggiungervi l’aggettivo “umana”. La sostenibilità ambientale ha senso in rapporto alla sostenibilità umana. Essa ha bisogno del progresso e l’uomo deve adoperare la natura, non però scriteriatamente. Ciò non significa solo che deve stare attento agli equilibri fisico-climatici ma soprattutto a quelli sociali e morali. Un valido antidoto all’uso riduttivo della parola sostenibilità consiste nell’adoperarla in contesti da cui invece viene sistematicamente esclusa: l’aborto è sostenibile?

Precauzione. Il principio di precauzione dice che davanti a interventi sulla natura dagli esiti incerti l’onere della prova passa da chi non vuole fare l’intervento a chi lo vuole fare. E’ costui che deve dimostrare che dal suo intervento non deriveranno conseguenze negative. Il principio è piuttosto incerto e si presta a strumentalizzazioni ideologiche. Il caso più evidente è che davanti all’incertezza sostenuta da alcuni dell’identità umana dell’embrione in virtù del principio di precauzione bisognerebbe astenersi ed invece non lo si fa. I principi adoperati a senso unico – per esempio sì per interventi sulla natura fisica e no su quelli della natura umana – lasciano perplessi. La parola precauzione dovrebbe sostituire quella di responsabilità, ma se si guarda bene la elimina: infatti se io per agire dovessi attendere la dimostrazione che dai miei interventi non nasceranno delle conseguenze negative, non agirei mai e quindi non mi assumerei alcuna responsabilità. Meglio quindi non usare questa parola e sostituirla con “prudenza” oppure con “responsabilità” le quali hanno un vantaggio: non escludono l’azione, anzi la postulano.

Sobrietà. La parola sobrietà viene spesso adoperata ma in sensi molto diversi tra loro. La adoperano sia i fautori dell’ideologia ecologista, che vorrebbero “tornare alla natura”, vivere secondo i ritmi della natura, immergersi nella natura per cercare una sorta di equilibrio psico-fisico interpretato gnosticamente come la salvezza, sia anche Benedetto XVI, che per esempio l’ha adoperata nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace di quest’anno. In questo secondo senso, però, sobrietà acquista una dimensione antropologica ed etica, quando non perfino religiosa. Sobrietà non significa solo risparmiare l’acqua quando ci si lava i denti o sostituire le vecchie lampadine con quelle a basso consumo. Sobrietà vuol dire giustizia, temperanza, condurre una vita virtuosa rispettosa della nostra natura di persone umane, solidale e fraterna. Vuol dire dare il giusto valore al lavoro, alla famiglia, rispettare la vita ed evitare atteggiamenti di arroganza non solo nei confronti dell’acqua o dell’aria ma anche e soprattutto degli altri uomini. Diventa anche un atteggiamento religioso quando significa accoglienza responsabile della volontà di Dio nella nostra vita. Senza queste dimensioni la sobrietà diventa un fatto tecnico come mangiare bistecche di soja piuttosto che di manzo. Quanti oggi pensano di aver risolto il problema della sobrietà andando ad acquistare la verdura al “chilometro zero”!

Inclusione. Il termine ricorda il concetto illuminista di emancipazione e quando si sente usare questa parola si pensa subito ad Habermas e al suo spazio pubblico inclusivo. Qui sta il merito ma anche il limite di questa parola. Inclusione significa una estensione di diritti sempre più ampia fino ad essere universale, nel senso che includa tutti i soggetti e tutti i diritti. Ma con quale criterio? L’inclusione non dovrebbe aver criteri altrimenti diventerebbe esclusione. Ed infatti tutti i tentativi di formulare un accordo argomentato sull’inclusione sono destinati a venire meno, proprio perché comporterebbero delle esclusioni. La parola inclusione non conosce un limite preciso, non ha una linea del Piave, davanti alla quale dire no all’inclusione. La parola quindi è il principale cavallo di Troia per ottenere il riconoscimento dei “nuovi diritti.

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*Stefano Fontana è direttore dell'Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla Dottrina Sociale della Chiesa.