Rai amica delle famiglie? Sì che si può

Per un servizio pubblico televisivo di qualità, anche senza ingaggi miliardari

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di Francesco Belletti*

ROMA, mercoledì, 25 luglio 2012 (ZENIT.org).- La storia dell’Italia repubblicana non può fare a meno della presenza del servizio pubblico radiotelevisivo, di quella Rai che è stata, oltre che osservatore insostituibile, spesso anche attore primario della vita culturale, sociale e politica del Paese. Stili di vita, comportamenti pubblici e privati, fino a scelte politiche e di governo sono state regolarmente raccontate – e spesso fortemente condizionate – dalla radio, dalla televisione, e oggi da tutte le altre modalità multimediali su cui il servizio pubblico si sta spendendo, spesso con capacità innovative di altissimo profilo. La potenza dei mass media, insieme alla responsabilità del servizio pubblico, si sono così inseriti nella storia del Paese come un attore sociale a pieno titolo, senza limitarsi a raccontare il Paese, ma influenzandolo, spendendosi, in qualche modo, per il bene comune. È il caso di trasmissioni che oggi chiameremmo cult (ma che allora erano semplicemente “un appuntamento imperdibile”), come le lezioni del Maestro Manzi, che in un Paese dall’elevato tasso di analfabetismo, anche adulto, rispondevano alla sfida di una televisione educativa, generativa di “buona cittadinanza” e di senso di appartenenza e di identità nazionale.

Questo succedeva “nel secolo scorso”, nell’epoca del monopolio, mentre oggi troviamo una Rai che compete con altri produttori televisivi, in un mercato plurale mondiale, purtroppo anche su programmi trash, che combina canone da servizio pubblico e raccolta pubblicitaria come le Tv commerciali, e che soprattutto mantiene regole di governo e di controllo troppo strettamente legate con la politica: al punto che oggi, con un Governo di “tecnici” (molti prestati alla politica dal top management del sistema bancario), anche la Rai costruisce un proprio Governo di “tecnici” (anch’essi, sembra inevitabilmente, prestati alla Rai dal top management del sistema bancario). Rai come specchio fedele del Paese, anche in questo.

Non so come la nuova dirigenza Rai saprà e potrà innescare un cambiamento reale in un sistema organizzativo così ampio e complesso, in un contesto ambientale sempre più turbolento (e non solo per le criticità economiche e finanziarie); credo però che, dal punto di vista delle famiglie, almeno quattro aspetti saranno decisivi, per qualificare in positivo o in negativo questa stagione del servizio pubblico radiotelevisivo.

Un primo nodo riguarda la regolazione delle distanze con la politica e con i partiti, sia rispetto agli organi e alle regole di governo, sia soprattutto rispetto a quanto il servizio pubblico dedica, come attenzione e informazione, a tale mondo. È evidente che ancora oggi, con una continuità e coerenza con i decenni scorsi degni di miglior causa, la politica e i sistemi di governo fanno fatica a liberare la Rai da se stessi, e il servizio pubblico di informazione e comunicazione rimane un “luogo di potere” troppo prezioso perché qualcuno ceda posizioni. La sfida è alta, e chiede – anche per la Rai – una cultura politica capace di mettere al centro delle scelte non gli interessi particolari, ma il bene comune del Paese, anche attraverso nuove regole e nuove leggi. Credo che questa sfida debba però essere affidata ad un nuovo Parlamento, espressione diretta della volontà popolare. 

Strettamente connesso al tema precedente è il grado di apertura della Rai alla società civile, sia nei meccanismi di governance, sia nel “racconto” che il servizio pubblico fa del Paese reale. A questo proposito il segnale del segretario Pd Bersani, che ha proposto (con successo) due figure “esterne” al sistema politico per il Consiglio di Amministrazione Rai, è sembrato un segnale positivo per la giusta direzione, anche se molta strada dovrà ovviamente essere ancora percorsa. Ancora lontana è la presenza dei consumatori/utenti/cittadini nei luoghi decisionali del servizio pubblico.

Un terzo aspetto riguarda la necessità di una seria spending review, nelle scelte strategiche dell’intera organizzazione: in questo già la gestione precedente aveva dato buoni frutti, verso il pareggio di bilancio, e il nuovo Consiglio appare certamente ben qualificato, nel contenimento complessivo dei costi, ma soprattutto verso un ridimensionamento dei compensi delle grandi star; si può fare – si deve fare! – buona televisione, di servizio pubblico, anche senza ingaggi miliardari.

Da ultimo, confidiamo che finalmente il servizio pubblico radiotelevisivo costruisca un sistema di monitoraggio basato non solo sull’audience, ma soprattutto sul gradimento e sulla qualità dei programmi; ascoltare sempre di più il parere dei consumatori e delle famiglie deve diventare una priorità della Rai, e in questo le associazioni familiari e di utenti sono partner preziosi, cui dare più spazio, e che devono farsi sentire sempre di più.

Per poter arrivare, finalmente, a far sì che quando una famiglia accende la televisione, o ascolta la radio, o naviga sui siti di servizio, almeno nel servizio pubblico, possa sentirsi non minacciata, ma sostenuta, tutelata e ben raccontata.

*Direttore Cisf,
 Presidente Forum delle associazioni familiari