Rajasthan, sesto Stato indiano ad approvare una legge “anticonversione”

Questo “non fermerà la nostra opera”, afferma il Cardinal Toppo

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JAIPUR, lunedì, 10 aprile 2006 (ZENIT.org).- L’Assemblea dello Stato indiano del Rajasthan ha approvato venerdì l’annunciata “legge anticonversione”, discussa per il possibile pregiudizio che arrecherà alle minoranze del Paese.



La Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’India (CBCI) ha dato notizia di questa approvazione sottolineando che, come disegno di legge, gruppi a favore dei diritti umani avevano già manifestato il proprio disaccordo definendolo proprio come “antiminoranze”.

In Rajasthan i cristiani rappresentano lo 0,11% su una popolazione formata dall’89% di induisti e dall’8% di musulmani.

Per le autorità, le attività di conversione stavano creando problemi legislativi e di ordine nello Stato, segnala la nota della CBCI.

Denominata “Rajasthan Dharma Swatantraya Bill, 2006” (legge sulla libertà religiosa), la norma mira alla proibizione di conversioni realizzate attraverso “la forza, la seduzione o con mezzi fraudolenti”.

Secondo il testo normativo, se ci fosse qualche lamentela nei confronti di una conversione, il trasgressore può essere arrestato anche prima dell’apertura di un’indagine, e non è ammessa la libertà su cauzione.

La pena per l’infrazione oscilla da un minimo di due a un massimo di cinque anni di prigione e una multa di 50.000 rupie (più di 1.100 dollari statunitensi).

“La nuova legge non fermerà la nostra opera”, ha affermato il Cardinale Telesphore Toppo, presidente dell’episcopato cattolico indiano, all’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME) “Asianews”.

Il Rajasthan “è il 6° Stato dove viene approvata una legge di questo tipo. Negli altri 5 Stati, Madhya Pradesh, Orissa, Tamil Nadu, Gujarat e Chhattisgarh la nostra missione non si è fermata e la nostra testimonianza non è diminuita né cambiata. Perché nel Rajasthan dovrebbe essere diverso?”, ha chiesto.

Secondo il nuovo decreto del Rajasthan, la religione di una persona è determinata dalla religione dei suoi avi, sottolinea l’agenzia del PIME.

“Noi non facciamo conversioni forzate o ingannevoli”, ha affermato il Cardinal Toppo.

“Non infrangiamo i diritti della persona umana, la dignità dell’uomo è al contrario fondamentale nella nostra missione”, ha aggiunto.

“Il governo può fare quello che vuole ma il nostro lavoro continua. Possono approvare centinaia di leggi e decreti ma questo servirà solo a rafforzare la nostra missione e la nostra vocazione”, ha proseguito il porporato.

Arcivescovo di Ranchi (nello Stato del Bihar), il Cardinale – rieletto recentemente presidente della CBCI – è il primo porporato “adivasi” o di etnia tribale nella storia della Chiesa del suo Paese. E’ un Oraon, della tribù Kurukh.

“Sono orgoglioso di essere indiano, sono orgoglioso della nostra Costituzione che ci riconosce il diritto di mettere in pratica la nostra fede e la nostra libertà di essere cristiani. Siamo cittadini di una grande Nazione, perché dovrei preoccuparmi?”, ha chiesto.

“La libertà di scelta è incastonata nella nostra Costituzione – ha ricordato –, e questo assicura il trionfo della Verità”.