Rapporto 2005 di “Aiuto alla Chiesa che soffre”: La situazione della libertà religiosa in Europa

| 636 hits

ROMA, giovedì, 30 giugno 2005 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la sintesi del “Rapporto 2005 sulla libertà religiosa nel mondo”, pubblicato da “Aiuto alla Chiesa che soffre” e presentato questo giovedì alla Camera dei Deputati italiana, riguardante il Continente europeo.



* * *


EUROPA



Non si è esaurita, nemmeno a 15 anni dal crollo dell’impero social-comunista sovietico, la spinta propulsiva dell’ateismo. Tra i casi emblematici, la Bielorussia dove lo stretto controllo statale su ogni espressione di culto, tende a soffocare il sentimento religioso della popolazione. A volte, si tratta di una persecuzione di tipo amministrativo; in altri casi l’intolleranza assume toni nazionalistici, come in Russia, dove prevalgono gli ostacoli burocratici, pur in una situazione che vede il miglioramento delle relazioni ecumeniche tra la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica. Con l’avvicendarsi di nuove classi dirigenti che sostituiscono le vecchie nomenklature filosovietiche, sembrano aprirsi maggiori spazi anche alla libertà religiosa, come sta accadendo sia pur timidamente in Georgia.

In Bosnia Erzegovina, in Serbia Montenegro e in Kosovo non si sono spente le eco della guerra che dilaniò la Jugoslavia alla metà degli anni ‘90 e provoca tuttora tensioni tra cristiani e musulmani. Progredisce con molta lentezza in Turchia l’abbandono del secolarismo repubblicano, senza che sia prevista una vera svolta che potrebbe avvenire con il riconoscimento guridico delle comunità religiose cristiane.

Una nuova ondata laicista si è scatenata in Francia, con l’approvazione e l’attuazione di una legge che impedisce di indossare simboli religiosi nelle scuole, mentre in Germania, con varie disposizioni locali, si persegue lo stesso fine. Concepiti per constrastare l’emergere del fondamentalismo islamico, tali provvedimenti non sembrano dimostrarsi in realtà efficaci, come non lo sono nemmeno altri modelli di convivenza fondati sul multiculturalismo, in Olanda e nel Regno Unito, dove periodiche esplosioni di violenza che coinvolgono le comunità di musulmani, portano il problema all’attenzione dell’opinione pubblica.


Se in Albania e ad Andorra nel 2004 non sono stati rilevati mutamenti istituzionali significativi né episodi di rilievo riguardanti il tema della libertà religiosa, in Armenia invece problemi permangono per i testimoni di Geova, soprattutto in relazione al loro rifiuto di adempiere agli obblighi militari (a tal riguardo nel mese di Gennaio è entrata in vigore una nuova legge sul servizio civile alternativo a quello militare). La comunità dei testimoni di Geova nel mese di ottobre dopo una battaglia durata 9 anni, è riuscita a ottenere dal Ministero della Giustizia, la registrazione come comunità religiosa. Le precedenti 14 richieste erano state respinte anche per motivi legati all’intensa attività di proselitismo che gli aderenti svolgono. La legge armena, infatti, vieta questa attività a tutte le comunità religiose, tranne che alla Chiesa Apostolica Armena, riconosciuta come Chiesa di Stato.

Un opuscolo dal titolo «Religions in Austria », pubblicato nel 2004 in tedesco, inglese e francese dalla cancelleria federale, sintetizza i principi seguiti dalle autorità statali per assicurare il rispetto della libertà religiosa. Il quadro costituzionale regola le relazioni tra lo stato e le 13 chiese e religioni riconosciute nel Paese, cioè la chiesa cattolica, le chiese protestanti, le chiese greco-ortodosse orientali, la chiesa apostolica armena, la chiesa copto-ortodossa, la chiesa vecchio cattolica, la chiesa metodista, la chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni (mormoni), la nuova chiesa apostolica, l’associazione religiosa ebraica, la comunità religiosa islamica e l’associazione religiosa buddista austriaca.

Tre aree di attenzione si segnalano invece in Belgio riguardo la libertà religiosa: l’azione del governo volta a contrastare possibili abusi da parte di formazioni neo-religiose o gruppi “irregolari” e non riconosciuti; casi non sporadici di manifestazioni antisemite, l’atteggiamento del governo verso le numerose comunità musulmane presenti nel Paese. In particolare circa l’antisemitismo, il rigurgito che è stato rilevato sembra provenire più da animosità anti-israeliana da parte di gruppi dell’immigrazione islamica, soprattutto giovanile, che non da formazioni neo-naziste. Per quanto concerne i rapporti con i musulmani, lo Stato attraverso il ministro socialista della giustizia e degli affari religiosi, Laurette Onkelinkx, si sta adoperando per far eleggere un consiglio unificato di rappresentanti all’interno della federazione delle comunità islamiche presenti in Belgio.

In Bielorussia permangono invece problemi circa il rispetto della libertà religiosa, soprattutto a causa del forte controllo che le autorità governative mantengono sui gruppi religiosi minoritari. Se in un primo momento il presidente Lukashenko era apparso principalmente a fianco degli ortodossi, successivamente aveva promesso di assistere e cooperare con la chiesa cattolica nell’organizzare un incontro con i vescovi cattolici. Si è concluso in maniera sostanzialmente positiva il processo di ri-registrazione obbligatoria.

La commissione statale per gli affari religiosi ed etnici ha dichiarato che «più del 99%» delle comunità religiose sono state ri-registrate – vale a dire 2.677 su 2.783 – in base della legge sulla libertà di coscienza del 2002. I problemi principali nel processo di ri-registrazione sono stati incontrati dalle chiese ortodosse operanti al di fuori del patriarcato di Mosca alle quali è stato impedito di registrarsi poiché tali comunità, per poter ottenere il riconoscimento statale, dovevano preventivamente ottenere l’approvazione del locale vescovo del Patriarcato di Mosca. Tale disposizione, assolutamente illegale, ha impedito la registrazione della “Vera Chiesa Ortodossa Russa”, sotto la giurisdizione della “Chiesa Ortodossa Russa” all’estero, e della “Chiesa Ortodossa Autocefala Bielorussa”.

Inoltre l’influenza dell’ateismo ideologico sui funzionari statali è ancora molto forte e la stretta supervisione che essi mantengono sulle comunità religiose costituisce parte integrante della politica centrale dello stato, mentre le congregazioni appartenenti al consiglio delle chiese battiste, organizzazione che rifiuta per principio la registrazione statale negli ex-stati sovietici, continuano a incontrare varie difficoltà nell’effettuare incontri e celebrare liturgie.

A dispetto di un generale basso livello di pratica dei culti maggiori, in Bosnia ed Erzegovina persiste l’intolleranza religiosa che riflette direttamente l’intolleranza etnica. Sul territorio nazionale convivono infatti una maggioranza islamicabosniaca (40% della popolazione) e le minoranze serba-ortodossa (31%) e croata-cattolica (15%). Se fino al XIX secolo la maggior parte dei cittadini si auto-identificava in base all’appartenenza religiosa, con l’ascesa del nazionalismo balcanico, il Paese ha iniziato a identificarsi in termini etnico-religiosi, tendenza aumentata durante l’era comunista quando il regime disincentivava l’appartenenza religiosa e la maggior parte della popolazione si auto-identificava in base al gruppo etnico di appartenenza o semplicemente come “jugoslava”.

Dopo l’indipendenza e la guerra, l’elemento religioso è riaffiorato, motivo per cui religiosi e membri del clero cristiano o islamico sono spesso vittime di vendette, rappresaglie e atti di violenza scatenati da fattori etnici. Il rientro dei profughi causati dalla pulizia etnica degli anni dal 1992 al 1995, che ha portato alla creazione di due distinte entità politiche nella federazione di Bosnia ed Erzegovina, ha subito un certo rallentamento, dopo il ritmo accelerato avuto negli anni dal 2001 al 2003. Oltre un milione di profughi, di cui circa il 40% fuori dal Paese e il resto sfollati interni, hanno potuto far ritorno alle proprie case. Di essi circa metà è rientrata in zone dove la propria appartenenza etnicoreligiosa è minoritaria. Almeno altri 100mila bosniaci dovrebbero ancora essere oltre frontiera, in Croazia o in Serbia-Montenegro, 50mila sono in Europa, altri 300mila in territorio bosniaco e circa 500mila infine sono emigrati prendendo la cittadinanza di altri paesi.

Le violenze a sfondo religioso sono proseguite in forma sporadica, con un’accentuazione nel mese di marzo, in coincidenza con la rivolta albanese in Kosovo. Buona è la situazione in Bulgaria , dove le uniche restrizioni alla libertà religiosa, sono le difficoltà create sporadicamente alla libertà di culto delle comunità non registrate. Sebbene la procedura di registrazione di nuovi culti non sia fra le più facili e scorrevoli, si è rilevato un incremento nel numero dei gruppi riconosciuti, passati dai 36 del 2003 ai 45 del 2004, gruppi che si aggiungono alla chiesa cristiano-ortodossa ufficiale (Boc) a cui aderisce circa l’86,6% della popolazione.

Divisa fra una corrente “alternativa”, formatasi dopo la caduta del regime comunista e ufficializzata nel 1996 con un sinodo auto-cefalo, e una corrente “maggioritaria”, ma minoritaria fra il clero, che fa capo alla gerarchia insediata dalle autorità filo-sovietiche nel dopoguerra e di cui è ora alla testa il patriarca Maxim, la Boc ha registrato tensioni fra le due correnti, sfociate nell’occupazione e successivo sgombero di edifici di culto a Sofia. Dal luglio del 1974, quando l’esercito turco ne invase il 36%, l’isola di Cipro è divisa in due parti.

A tale riguardo un piano di riunificazione predisposto dall’ONU, con il sostegno dell’Unione Europea, è stato sottoposto a referendum il 24 aprile. Il piano, che prevedeva il riconoscimento legale dell’occupazione della parte turca e una successiva riunificazione, secondo un sistema federale sul modello svizzero con un’alternanza semestrale tra un presidente greco e uno turco, è stato bocciato dal 75,8% della popolazione greco-cipriota – che rappresenta l’82% del totale, mentre ha votato a favore il 64,9% dei cittadini turco-ciprioti – il 18% del totale – soggetti al governo filo-turco che nel 1983 proclamò la Repubblica turca di Cipro del nord, non riconosciuta dalla comunità internazionale. Per quanto concerne le confessioni religiose cristiane, in questi 30 anni di occupazione 68 delle 82 chiese sono state trasformate in moschee, come accaduto alla cattedrale di San Nicola, a Famagosta, oppure sono state distrutte per sradicare l’identità religiosa del Paese.

In Croazia le relazioni fra confessioni e culti permangono sostanzialmente buone, salvo sporadici episodi di tensioni inter-religiose – minacce, atti di vandalismo, sacrilegi – per lo più rivolti contro la minoranza serbo-ortodossa, peraltro in forte diminuzione dopo il conflitto serbo-croato. Inoltre lo stato continua a supportare attivamente la chiesa cattolica, elemento di rilievo dell’identità nazionale, anche attraverso la restituzione delle proprietà ecclesiastiche confiscate dal regime comunista jugoslavo.

Se in Danimarca , in Estonia e in Finlandia non sono stati rilevati mutamenti istituzionali significativi né episodi di rilievo riguardanti il tema della libertà religiosa, in Francia , nonostante il quadro di generale tranquillità delle relazioni interreligiose e della sostanziale libertà di culto garantita dalla costituzione, si segnala un atteggiamento di separazione attiva o laicista da parte della repubblica nei confronti dei gruppi e delle manifestazioni religiose.

Dopo la legge About-Picard – legge n. 2001-504 del 12 giugno 2001 che introduce, fino al dissolvimento coatto, limitazioni al diritto di associazione per fini religiosi in presenza di abusi di diverso genere – peraltro censurata dal consiglio d’Europa, ha destato particolare scalpore la legge del marzo 2004 sull’utilizzo pubblico nelle scuole dei simboli religiosi. Reazioni negative sono venute un po’ da tutte le comunità: dai cattolici, dai musulmani – la religione maggiormente nel mirino della legge – e dai sikh indiani, in virtù del loro obbligo d’indossare sempre il turbante, un obbligo che fin dagli anni ’70 aveva creato loro difficoltà nel Regno Unito, la nazione della prima immigrazione.

Quando nel 2004 Mikheil Saakashvili è subentrato a Eduard Shevardnadze la situazione della libertà religiosa in Georgia è nettamente migliorata. Sono diminuiti gli attacchi che negli anni precedenti avevano portato a varie forme di violenza contro i gruppi religiosi minoritari che subivano sequestri di materiale religioso e incursioni durante gli incontri e le celebrazioni liturgiche. Al miglioramento di tale situazione ha contribuito il tanto atteso arresto di padre Basil Mkalavishvili, sacerdote ortodosso scomunicato, che per molto tempo è stato alla guida di queste azioni violente, spesso perpetrate con il supporto delle autorità e delle forze di polizia locali, che negli ultimi cinque anni aveva instaurato un vero e proprio clima di terrore verso le minoranze religiose.

A marzo si è riunito a Strasburgo un gruppo di lavoro composto da rappresentanti di gruppi religiosi, del Ministero della Giustizia e di funzionari del Consiglio d’Europa che hanno discusso di un progetto di legge sulla libertà di coscienza presentato in Parlamento nel 2001 giungendo alla conclusione che la legge potrebbe anche non essere necessaria, qualora venissero opportunamente emendate le leggi esistenti, tra cui la disposizione del codice civile che consente ai vari gruppi di registrarsi e di avere il riconoscimento giuridico. La chiesa cattolica risente della posizione di supremazia riconosciuta alla chiesa ortodossa sulle decisioni di restituzione delle proprietà confiscate alla chiesa cattolica nel periodo sovietico. Sia la chiesa cattolica romana che quella apostolica armena, infatti, non sono riuscite a tornare in possesso dei molti edifici confiscati in epoca comunista, la maggior parte dei quali è stata assegnata dallo stato alla chiesa ortodossa georgiana.

Nel 2004 sei dei 16 Länder che costituiscono la repubblica federale tedesca – ciascuno dei quali dispone di autonomia su numerosi argomenti – hanno adottato norme che disciplinano l’uso dei simboli religiosi da parte di pubblici dipendenti nell’esercizio delle loro funzioni. Se a Berlino la Camera dei Deputati del Länder ha approvato un decreto che vieta ai pubblici ufficiali di portare croci,veli o la kippa ebraica nell’esercizio delle funzioni, in Bassa Sassonia la disposizione sull’uso del velo islamico è stata formulata come una modifica alla legge sulla scuola e nel passo decisivo si legge – sebbene non sia nominato espressamente il velo – che «l’aspetto esteriore dell’insegnante non deve in alcun modo far sorgere dei dubbi sulla sua attitudine a trasmettere in modo convincente l’incarico di formazione ricevuto dalla scuola anche per quanto riguarda la religione e la visione del mondo», in Baviera alle insegnanti musulmane è vietato portare il velo nelle scuole pubbliche e anche i Länder nordrhein-Westfalen e Brema hanno in discussione dei disegni di legge che tendono a vietare il velo islamico nelle scuole, mentre Rheinland-Pfalz, Amburgo e Schleswig-Holstein non prevedono l’adozione di leggi in materia ritenendo sufficiente procedere nei singoli casi.

In Grecia la predominanza della chiesa ortodossa, nonostante la relativa libertà di religione garantita dalla costituzione si traduce spesso in ostacoli per la libertà dei culti minoritari. Il culto ebraico e islamico, sono entrambi riconosciuti dalla legge come semi-pubblici, quello cattolico e altre denominazioni cristiane sono invece riconosciuti come enti privati. La stessa chiesa ortodossa mostra una relativa chiusura al dialogo con altri gruppi religiosi, soprattutto con i gruppi neo-religiosi, come i testimoni di Geova, i mormoni e altri gruppi evangelici.

La chiesa cattolica lamenta limitazioni alla libertà religiosa e – come riporta l’agenzia «Apic» del 7 marzo – l’Arcivescovo di Atene, monsignor Nikolaos Foskolos, in occasione delle elezioni legislative vinte dai partiti di centro-destra, ha rivolto un appello ai candidati, affinché la chiesa fosse riconosciuta giuridicamente e venissero rimossi tutti i vincoli che gravano sui cattolici, tra cui quello per esempio di dover ottenere il permesso del locale ordinario ortodosso per poter costruire una chiesa.

Se in Irlanda e in Islanda non sono stati rilevati mutamenti istituzionali significativi né episodi di rilievo riguardanti il tema della libertà religiosa, in Italia gli unici segnali di mutamento di un clima eccezionalmente favorevole per la libertà religiosa sono le proposte di una legislazione promossa in difesa dei cittadini dalla «manipolazione mentale». Il relativo disegno di legge approvato dalla commissione giustizia del Senato il 4 marzo ha provocato reazioni negative, in quanto considerato minaccioso per la libertà religiosa di tutti i cittadini, cattolici o non. La norma infatti potrebbe penalizzare anche associazioni e movimenti cattolici o di altre religioni, qualora essi entrassero nel mirino di un giudice o di un gruppo di «difesa delle vittime delle sette».

Se in Lettonia , nel Liechtenstein nel Lussemburgo , a Malta e a Monaco nel 2004 non sono stati rilevati mutamenti istituzionali significativi né episodi di rilievo riguardanti il tema della libertà religiosa, in Lituania , invece, nel mese di marzo, facendo seguito alle molteplici richieste provenienti da persone i cui parenti sono stati “danneggiati” da sette religiose, il parlamento ha costituito un gruppo di lavoro per approfondire il tema e affrontarne le problematiche.

Il gruppo ha riesaminato la legislazione sulle attività dei gruppi religiosi e ha prospettato l’introduzione di requisiti più restrittivi per rilasciare la registrazione statale ai gruppi che ne facciano richiesta. Quindi in giugno il parlamento ha dato un iniziale consenso all’inserimento di emendamenti sia al codice penale che amministrativo, che introdurrebbero multe e arresti fino a 3 anni per gruppi religiosi, comunità e centri che ricorrono alla cosiddetta violenza psicologica per costringere una persona a mettere in atto azioni illegali e multe per coloro che cercano di perseguire finalità religiose in violazione delle norme vigenti a tutela della sicurezza della società e dell’ordine pubblico, con possibili conseguenze negative per la salute, la morale e i diritti delle persone.

La situazione della libertà religiosa è sostanzialmente buona in Macedonia , unica vicenda da segnalare è quella della chiesa ortodossa del Patriarca Jovan, con sede a Ohrid, nel sud del Paese, che – in linea con la chiesa ortodossa di Serbia – continua a considerare scismatica la chiesa macedone ortodossa, auto-cefala nel 1967. Il Patriarca Joven, metropolita di Veles, che ha subito attacchi tanto da parte dello stato quanto da parte della popolazione, avversa alla chiesa ortodossa serba e all’appendice macedone da lui guidata, è stato arrestato l’11 gennaio e portato davanti ai giudici per essere processato in giugno, sotto il controllo dell’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, per «incitamento all’odio religioso ed etnico» nonché per la sottrazione di fondi alla chiesa ortodossa macedone. Va sottolineato che la chiesa capeggiata da Jovan – a differenza della chiesa ortodossa macedone – non è registrata presso lo stato ed è quindi priva del requisito necessario per l’esercizio di attività religiosa nel Paese.

In Moldova sono tuttora prive di registrazione alcune comunità musulmane e la chiesa russa ortodossa all’estero. Nel maggio 2002 la comunità ortodossa aveva, peraltro, vinto, il ricorso presentato presso la corte suprema contro la decisione del governo di non concederle il riconoscimento statale. Senza registrazione, i gruppi religiosi non possono avere conti correnti bancari, pubblicare materiale religioso o costruire chiese. L’opposizione del patriarcato di Mosca potrebbe essere uno dei fattori che non hanno consentito alla chiesa russa ortodossa all’estero di ottenere la registrazione: «il metropolita Vladimir del patriarcato di Mosca sta bloccando la nostra registrazione, sebbene ufficialmente la decisione sia del governo», ha dichiarato Arkady Kovalev, segretario del vescovo Antoni Rudei di Beltsy e Moldavia. Problemi nell’ottenimento della registrazione sono stati incontrati anche da due comunità musulmane, quella guidata dal Mufti Alber Babaev e soggetta all’amministrazione centrale musulmana russa e quella guidata da Talgat Masaev.

In Transdnestria , repubblica non riconosciuta che si trova nella parte orientale del Paese, il 14 aprile il soviet supremo ha bloccato l’iter, chiedendo ulteriori revisioni, di un progetto di legge molto restrittivo sulla libertà di coscienza, disegno di legge che aveva suscitato numerose critiche da parte della locale diocesi della chiesa ortodossa russa e di altre comunità religiose, a causa degli ulteriori controlli che avrebbe imposto alle attività dei gruppi religiosi.

Nel 2004 in Olanda si sono evidenziate difficoltà di convivenza inter-etnica che hanno avuto ripercussioni anche sul piano religioso. Nel mese di novembre un’impressionante serie di attentati ha fatto temere lo scatenarsi di violenze inter-etniche su tutto il territorio nazionale. A far esplodere le tensioni è stata la morte del regista Theo Van Gogh, ucciso ad Amsterdam dal fondamentalista islamico Mohammed Bouyeri il 2 novembre, cui è seguito il giorno successivo uno scontro a fuoco tra la polizia e un gruppo di terroristi islamici all’Aja.

Come reazione, il 5 novembre la moschea di Utrecht è stata incendiata e due giorni dopo, accusandolo del rogo, la polizia ha arrestato un giovane olandese. Quindi tre giovani olandesi sono stati arrestati per aver tentato di dare alle fiamme la moschea di Huizen e lo stesso giorno il fuoco è stato appiccato al centro islamico di Breda e alla moschea Mevlana di Rotterdam, città dove è stato ritrovato anche un pamphlet contenente minacce contro i musulmani. Gradualmente la tensione si è allentata, sebbene gli osservatori temono che anche un singolo caso di violenza potrebbe generare manifestazioni estremistiche di intolleranza.

Se in Polonia la situazione della libertà religiosa è in generale soddisfacente, gli unici fenomeni da segnalare sono lo sporadico riaffiorare di tendenze anti-semite – atteggiamento controbilanciato da un vasto movimento per riconoscere e onorare le vittime dei crimini contro gli ebrei commessi nel Paese durante l’occupazione nazional-socialista, in Portogallo i rapporti tra le religioni e lo stato sono buoni. Nel 2004 è stato firmato un nuovo concordato fra stato e santa sede che rinnova sostanzialmente quello del 1940; siglato il 18 maggio, dopo quattro anni di lavori, la ratifica è avvenuta il 18 dicembre. con tale accordo – il cui testo completo è pubblicato su «Il Regno-Documenti» N. 13-2004 – la Conferenza episcopale riceve un riconoscimento giuridico e la Chiesa ottiene il riconoscimento della piena libertà di religione, culto, ministero ed evangelizzazione, divenendo beneficiaria del 5 per mille delle imposte sui redditi che i cittadini vorranno destinarle ogni anno.

Nel Regno Unito , fatta eccezione per le province del Nord dove il conflitto fra confessioni cristiane è secolare, il diritto alla libertà religiosa gode tradizionalmente di buone condizioni in tutto il Paese. Gli unici episodi d’intolleranza si registrano ai danni delle minoranze ebraica e musulmana; nel primo caso, in 10 mesi sono stati segnalati in tutto il Paese 490 episodi di anti-semitismo di basso profilo, tra cui sacrilegi, scritte ingiuriose e danneggiamenti. Nei confronti della minoranza islamica, a livello popolare si è manifestata una certa ostilità, nel 2004 sono stati circa 29 gli episodi di aggressione e 40 quelli di danneggiamento a luoghi di culto – sono state avviate iniziative e creati organismi di difesa legale collettiva, come il Forum against islamophobia and racism (Fair). Il governo ha avviato – anche con l’approvazione di una legge nel marzo 2005 – una vasta campagna di prevenzione contro l’odio religioso. Il provvedimento legislativo è stato da più parti criticato in quanto limiterebbe la libertà di parola, diritto che gode di particolare tutela nel Regno Unito.

Se nella Repubblica Ceca , in Romania e nella Repubblica di San Marino non sono stati rilevati episodi di rilievo riguardanti il tema della libertà religiosa, in Russia il rispetto per la libertà religiosa è rimasto mediamente stabile nel corso del 2004, anche se a livello locale si sono registrati comportamenti molto diversi nei confronti delle minoranze religiose. Il primo gennaio è entrata in vigore la legge sul servizio civile, alternativo a quello militare, per gli obiettori di coscienza.

Le relazioni tra la Santa Sede e il Patriarcato di Mosca si sono notevolmente ampliate nel corso del 2004, tanto da far sperare in un possibile miglioramento dei rapporti tra le due confessioni religiose. «l’intensità di tali relazioni permette di constatare una determinazione e una volontà di continuare sulla via del dialogo, della comprensione e della collaborazione, e tutto ciò in un contesto dove permangono diversità di valutazioni e di percezioni su ciò che sarebbe di ostacolo alla promozione di armoniose relazioni inter-ecclesiali», ha osservato Josef Maj in un articolo pubblicato su «l’Osservatore Romano» del 26 gennaio 2005.

Il primo evento da ricordare è stato la visita compiuta a Mosca del cardinale Walter Kasper dal 17 al 23 febbraio nell’ambito della quale oltre a incontrare alcuni vescovi cattolici e la comunità cattolica di Mosca, è stato ricevuto in udienza da Alessio II, Patriarca di Mosca, e ha stabilito contatti con il metropolita di Smolensk e Kalingrad, Kirill, presidente del dipartimento patriarcale per le relazioni ecclesiastiche estere. Per la prima volta si è riunito il 5 maggio a Mosca il gruppo di lavoro cattolico-ortodosso, nato al fine di appianare le controversie tra le due confessioni.

Continua il processo di riavvicinamento tra il patriarcato di Mosca e la chiesa ortodossa russa all’estero. Un incontro tra i rappresentanti delle due comunità religiose ha avuto luogo a Mosca il 17 e 18 maggio, e in tale occasione – informa «eglise dans le monde» n. 3-2004 – i partecipanti hanno espresso il comune auspicio di ricreare la comunione eucaristica e l’unità canonica nel segno di una sola chiesa ortodossa, dal momento che, storicamente, possono ormai considerarsi superate le ragioni che avevano portato alla separazione tra i due gruppi religiosi. La chiesa russa all’estero, profondamente anti-comunista, si separò dal patriarcato di Mosca nel 1920, criticando l’atteggiamento collaborazionista con le autorità sovietiche.

Il conflitto in Cecenia ha aumentato l’atteggiamento di sospetto delle autorità russe nei confronti dei gruppi musulmani presenti nelle regioni nord-caucasiche. Magomed Erkenov, Imam del villaggio di Dzhaga, in Karachai-Cherkessia, ha lamentato le difficoltà incontrate nella regione dalle comunità islamiche nella registrazione di nuovi gruppi, mettendo in evidenza anche i frequenti controlli messi in atto dalle autorità locali sulle moschee e le restrizioni statali sui finanziamenti da parte di altre nazioni musulmane.

I rapporti fra culti religiosi e quelli Stato-confessioni religiose in Serbia e Montenegro sono sostanzialmente buoni. La guerra civile, terminata con gli accordi del 2002, ha tuttavia lasciato una particolare ostilità tra serbi e islamici, una tensione che produce sporadici episodi di violenza che talvolta hanno come obiettivo luoghi di culto cattolici. Gravi incidenti fra serbi e albanesi sono scoppiati in marzo quando i serbi, provati dalle ricorrenti molestie inflitte dalla maggioranza albanese musulmana ai serbi del Kosovo, hanno reagito attaccando in più località i luoghi di culto degli albanesi. La moschea di Belgrado, nonostante fosse difesa dalle forze di polizia, è stata assalita e incendiata da migliaia di dimostranti che hanno distrutto anche alcune vetture in sosta. Altri atti di intolleranza sono stati compiuti nell’occasione contro l’ambasciata americana e croata.

La bozza di decreto sui culti in discussione a Belgrado e che sarebbe applicato anche nella provincia kosovara , è stata oggetto di critiche da parte della sede di Pristina dell’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). Sotto il profilo delle relazioni inter-religiose, l’evento più significativo è senza dubbio l’aggressione compiuta a metà di marzo contro i serbi – già ridottisi dai 200mila del 1999 agli attuali 80mila – da parte della maggioranza islamica di etnia albanese, iniziata a Mitrovica il 15 marzo con l’annegamento nel fiume Ibar di tre ragazzi albanesi, probabilmente compiuto da parte di alcuni serbi. Prima di questa data i rapporti erano sostanzialmente tranquilli e il numero degli attacchi compiuti da estremisti albanesi erano in deciso calo, sebbene – tra il luglio 2003 e il luglio 2004 – siano stati segnalati in Kosovo 109 omicidi.

In Slovacchia la situazione del diritto alla libertà religiosa è sostanzialmente buona. Minime restrizioni esistono con riguardo al riconoscimento di gruppi religiosi i quali, per ottenere il riconoscimento, devono avere almeno 20mila membri residenti permanentemente nel territorio dello Stato. Per questa ragione e per l’atteggiamento talvolta discriminatorio da parte degli enti governativi o dei mass-media, si segnalano sporadiche proteste da parte dei gruppi religiosi più piccoli. Il 13 maggio – come informa «l’Osservatore Romano» del giorno 14 – a Bratislava è stato siglato l’«accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Slovacca sull’educazione e sull’istruzione cattolica» che regolamenta l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, lo status dell’università cattolica e la pastorale universitaria. Tale accordo è uno dei corollari del trattato-base del 2000 fra la Slovacchia e la Santa Sede volto a regolare i rapporti fra Stato e Chiesa e si aggiunge a quello siglato nell’aprile 2002 per garantire la libertà e l’indipendenza economica alle varie denominazioni, incluse quelle minori.

Le condizioni di esercizio della libertà religiosa in Slovenia sono buone. Il 28 maggio – come riporta «Il Regno-Documenti» n. 15-2004 – è entrato in vigore l’«accordo fra la Santa Sede e la Repubblica di Slovenia su questioni giuridiche con la chiesa cattolica», stipulato nel 2001.
L’atteggiamento del governo verso la religione e la chiesa cattolica maggioritaria è molto positivo e la Slovenia è stata tra i paesi che hanno rivendicato l’inserimento della menzione delle radici cristiane nel preambolo della nuova costituzione europea. Uniche due restrizioni alla generale apertura nei confronti dei culti religiosi, sono il divieto dell’insegnamento delle religioni nelle scuole pubbliche e l’attuale impossibilità per la comunità islamica di edificare una moschea nel centro della capitale, iniziativa bloccata da un referendum popolare.

Il quadro di rapporti armonici fra chiesa cattolica e governo in Spagna ha subito un drastico cambiamento dopo la vittoria elettorale del partito socialista del 14 marzo. Il capo del governo, Luis Rodriguez Zapatero, ha iniziato a realizzare le promesse elettorali concernenti la famiglia, il diritto alla vita e le unioni omosessuali. L’atteggiamento dei vescovi è reattivo, ma, anche nella nuova situazione, rimane improntato alla ricerca del dialogo. Il governo socialista non ha permesso che l’insegnamento della religione cattolica fosse obbligatorio, modificando la legge approvata dal precedente governo. Nei confronti delle comunità musulmane l’atteggiamento del governo è più aperto e disposto a concessioni, come ad esempio il riconoscimento dell’insegnamento della religione islamica nelle scuole pubbliche.

Se in Svezia l’unico episodio da segnalare è l’arresto del 64enne Aake Green, pastore protestante di Borgholm, una cittadina dell’isola di Oeland, condannato a 30 giorni di reclusione per «reati d’odio», dopo aver espresso nei sermoni la propria indignazione per la tolleranza mostrata dal suo Paese nei confronti di gay e lesbiche, in Svizzera nel mese di maggio l’esecutivo del consiglio federale ha deciso di nominare un ambasciatore presso la Santa Sede al fine di stabilire relazioni diplomatiche piene con la Santa Sede.

Alcune riforme costituzionali, approvate dal parlamento il 6 maggio, hanno modificato l’assetto giuridico della Turchia , rimuovendo i tribunali speciali e ogni riferimento costituzionale alla pena di morte, introducendo esplicitamente l’affermazione del principio di eguaglianza tra uomo e donna. Rimane invece ancora del tutto insoddisfacente il livello di rispetto delle minoranze religiose. Ai cristiani è di fatto impedito l’accesso a ruoli istituzionali civili o militari, la possibilità di costruire chiese è praticamente nulla e, nonostante la laicità della costituzione, le comunità non hanno riconoscimento civile e non possono pertanto possedere nulla. Inoltre, la legge 4928, approvata nel 2004, sostituendo il termine «moschea» con «luogo di culto» ha stabilito che gli amministratori locali debbano concedere un permesso per la loro costruzione, se ritengono che ve ne sia «una necessità nella municipalità e nella regione».

Il 13 maggio il parlamento ha approvato una legge di riforma del sistema di istruzione che consente ai diplomati in scuole islamiche di accedere a tutti i corsi di laurea e non solo a quelli di teologia. Con tale modifica si apre la strada anche a chi proviene da scuole islamiche per poter accedere a concorsi per incarichi pubblici. Il 21 giugno il primo ministro Recep Tayyp Erdogan ha ricevuto i vescovi cattolici del Paese, che hanno avanzato due richieste, riportate da «il regno-attualità» n. 14-2004: il riconoscimento giuridico della chiesa e la formazione di una commissione mista che prepari e metta in esecuzione il futuro statuto giuridico.

Un attentato, avvenuto a Istanbul il 6 ottobre, ha colpito la sede ufficiale del patriarcato ecumenico, danneggiata da una granata. Il sinodo della chiesa evangelica in Germania (Ekd), svoltosi dal 7 al 12 novembre a Magdeburgo, ha giudicato «problematica» la situazione dei diritti umani in Turchia, così come risulta – riporta «Il regno-attualità» n. 20-2004 – fragile la laicità dello stato. In particolare, in vista dell’adesione di Ankara all’Unione Europea, l’Ekd ha fatto presente che «la situazione dei cristiani e delle altre religioni in Turchia non è finora migliorata in maniera significativa. Le comunità religiose non musulmane incontrano come sempre esplicite e inaccettabili difficoltà per il riconoscimento della loro personalità giuridica, per i diritti di proprietà, per la formazione del personale di culto e per i permessi di soggiorno».

L’elezione di Viktor Yushchenko a presidente della Repubblica dell’ Ucraina è stata vista come un segnale positivo dai membri delle varie confessioni religiose, in un’ottica di sempre maggior rispetto della libertà e del pluralismo religioso. Padre Borys Gudziak, rettore dell’università cattolica di lviv, aveva così commentato, nel corso di una telefonata del 25 novembre con “Aiuto alla chiesa che soffre”, la controversa contesa elettorale: «la chiesa sostiene le persone che legano la loro dignità a queste elezioni, perché la dignità ha le sue radici nella verità. Se i veri risultati di tali elezioni saranno negati, ciò significherà che non solo i diritti civili, ma anche la dignità degli elettori verrà calpestata. E’ una questione profondamente etica. la pacifica protesta di milioni di cittadini ucraini in pressoché tutte le città del Paese dimostra che la gente vede messe in pericolo la loro libertà e la loro dignità».

La commissione statale per gli affari religiosi ha predisposto un progetto di legge, attualmente all’esame del parlamento, sulla copertura pensionistica per il clero e per tutti coloro che rivestivano cariche elettive in organizzazioni religiose prima dell’approvazione della legge sulla libertà di coscienza e le organizzazioni religiose. Stanislav Nikolaienko, nuovo ministro dell’istruzione e della ricerca, ha dichiarato, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Kyiv il 10 febbraio 2005 di essere contrario all’introduzione dell’istruzione cristiana nelle scuole: «una tale iniziativa – ha commentato Nikolaienko – potrebbe mettere gli studenti in condizioni diseguali, dal momento che non tutti professano la fede cristiana».

Nel 2004 poi è proseguito il processo di restituzione delle proprietà confiscate nel periodo di dominazione sovietica. In base alla normativa vigente, le comunità religiose godono di uno status privilegiato, in quanto sono le uniche organizzazioni che possono richiedere la restituzione delle proprietà confiscate dal regime comunista. Nonostante le molteplici richieste, il governo non ha ancora trasferito alla chiesa cattolica la proprietà della Cattedrale di San Nicola e l’ex-residenza vescovile di Kiev.

La situazione religiosa ungherese è soddisfacente e registra l’avvenuto o il possibile avvio di accordi fra il governo e le differenti e numerose denominazioni religiose presenti nel Paese. Si segnala tuttavia la crescita del numero di atti di vandalismo o di distruzione di proprietà cristiane o ebraiche, come la profanazioni di cimiteri, i furti in case parrocchiali o religiose. Nel primo trimestre del 2004 la polizia ha segnalato 135 casi di vandalismo contro cimiteri e 15 casi di furti. L’anti-semitismo resta un problema che preoccupa tanto la comunità ebraica quanto il governo. Se non ci sono stati casi di violenza antisemita contro le persone, tuttavia le autorità ebraiche riferiscono di un anti-semitismo presente in alcuni canali mediatici, nella società e nella comunicazione politica.