Rapporto 2005 di “Aiuto alla Chiesa che soffre” sulla situazione della libertà religiosa in Africa

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CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 8 luglio 2005 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il “Rapporto 2005 sulla libertà religiosa nel mondo”, pubblicato da “Aiuto alla Chiesa che Soffre” la sintesi del “Rapporto 2005 sulla libertà religiosa nel mondo”, pubblicato da “Aiuto alla Chiesa che soffre”, riguardante il Continente africano.



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Cresce la preoccupazione per il protrarsi degli scontri a sfondo religioso in Nigeria, dove, nel solo 2004, si registrano oltre 12mila morti che vanno ad aggiungersi alle decine di migliaia di vittime degli anni scorsi, di parte cristiana e musulmana, da quando è stata proclamata la legge islamica in 12 Stati del Nord. Il fenomeno della guerra civile, come insegna tuttora il caso del Ruanda, non esaurisce purtroppo i suoi effetti al cessare delle ostilità e porta con sé strascichi giudiziari e civili che continuano a dividere le nazioni, le etnie e i gruppi religiosi. Perciò, anche se sembra raggiunto un fragile accordo di pace anche in Sudan, è ancora lungo il percorso che dovrà portare a ricostruire il tessuto sociale lacerato da decenni di massacri. È tuttora allarmante la situazione in Uganda, avvolta nella spirale della violenza nonostante i tentativi di dialogo tra i ribelli e le truppe governative. Proprio in quelle aree dove l’azione pacificatrice della Chiesa e delle altre comunità religiose sarebbe più preziosa, si assiste invece a una discriminazione che non accenna a diminuire, soprattutto nei Paesi a maggioranza islamica, con il divieto di costruire luoghi di culto e di prestare assistenza alle popolazioni in difficoltà. In alcuni Stati, come l’Egitto e il Marocco, la persecuzione colpisce anche i cittadini che abbandonano l’islam per il cristianesimo. L’offensiva del fondamentalismo islamico non risparmia il Kenya, il Malawi, il Sudafrica e l’arcipelago di Zanzibar, in Tanzania.

In Algeria la Costituzione prevede che l’islam sia la religione di Stato e vieta la discriminazione nel rispetto delle libertà individuali. Sebbene la Costituzione non lo specifichi, il Governo generalmente rispetta la libertà di pratica religiosa pur prevedendo alcune restrizioni. Al momento la Chiesa cattolica e le due comunità cristiane, protestante e Avventista del settimo giorno, sono le uniche confessioni non islamiche a essere riconosciute e a poter operare nel Paese. I membri delle altre Chiese sono costretti a operare senza permesso e quindi a praticare la propria religione solo nelle abitazioni private. Un’eccezione sono i metodisti che si sono registrati all’interno della comunità protestante.

Secondo i dati della rivista evangelica «Porte Aperte» del mese di settembre, negli ultimi 10 anni la Chiesa ha conosciuto una forte crescita. La maggioranza dei cristiani abita nella parte orientale del Paese. Il Governo guarda con sospetto e timore ai fenomeni di conversione al cristianesimo e alle attività di proselitismo. Secondo quanto riferisce l’agenzia «Aki–Adnkronos International», il 15 giugno il ministero per gli Affari religiosi ha aperto delle indagini per individuare una rete di persone impegnate a diffondere la religione cristiana nella zona berbera del Paese. Nonostante questo nuovo fenomeno di conversioni, il ministero degli Affari religiosi fa sapere che negli ultimi quattro anni sono stati 139 gli stranieri provenienti da 25 Paesi che in Algeria hanno abbracciato la religione islamica.

La Costituzione in Angola riconosce la libertà religiosa e lo Stato normalmente rispetta questo diritto. I gruppi religiosi debbono registrarsi presso il ministero della Giustizia e della Cultura e a numerosi gruppi non registrati, il Governo ha vietato lo svolgimento delle attività. Nel mese di marzo è stata approvata una legge che restringe i criteri adottati per il riconoscimento delle associazioni religiose, criteri tra i quali è determinante il numero dei fedeli che devono essere non meno di 100.000 adulti, residenti nello Stato e diffusi in almeno due terzi delle provincie. Sono 83 le associazioni riconosciute alla fine del 2004, 880 quelle in attesa di registrazione, molte delle quali sono gruppi cristiani evangelici.

Continuano i contrasti tra l’emittente cattolica «Radio Ecclesia» e il Governo. La radio – che trasmette dal 1954 ed è la più diffusa stazione indipendente – può trasmettere solamente nella regione di Luanda e sebbene abbia da anni presentato domanda per poter estendere il proprio bacino di ascolto all’intero territorio nazionale, non ha ottenuto l’autorizzazione. Da anni «Radio Ecclesia» è una voce critica nei confronti del Governo che si esprime trattando argomenti di solito ignorati dai mass-media nazionali, quali gli scontri nella regione di Cabinda, in corso da 40 anni tra esercito governativo e fazioni indipendentiste, i conflitti per i diamanti, la politica delle opposizioni.
Anche nel Benin la Costituzione prevede la libertà di religione e il Governo rispetta questo diritto nella pratica. Lo Stato non accorda preferenze ad alcuna religione. Chi desidera formare un gruppo religioso deve registrarsi presso il ministero dell’Interno. I requisiti per la registrazione sono identici per tutti i gruppi religiosi e non risulta che la registrazione sia stata rifiutata ad alcuno o che siano stati posti particolari ostacoli.

Gli ordini missionari possono operare liberamente nello Stato. In ottemperanza con l’articolo 2 della Costituzione che prevede una scuola non confessionale, le scuole pubbliche non sono autorizzate a impartire l’istruzione religiosa. Nell’ambito della composizione religiosa è da notare che molte persone che formalmente appartengono al cristianesimo e all’islamismo – in maggioranza sunnita – praticano anche la religione tradizionale locale. Particolarmente diffuso è l’animismo voo-doo o vodun.

Alle comunità religiose presenti a Botswana è consentito istituire, a proprie spese, forme di educazione che provvedano anche all’istruzione religiosa. Non è prevista alcuna religione di Stato ed è proibita l’imposizione di qualsiasi forma di istruzione e pratica religiosa. Non risultano episodi di rilievo contro la libertà religiosa e il Governo rispetta in pratica questi diritti. Anche se la Costituzione prevede la possibilità della sospensione della libertà religiosa per ragioni di interesse nazionale, la norma non risulta più applicata dal 1984, quando fu negata la registrazione alla Chiesa dell’Unificazione in quanto ritenuta anti-semita e a rischio di violazione della prescrizione costituzionale che tutela il diritto e la libertà del cittadino a praticare la propria religione senza interferenze.

I gruppi religiosi che operano nel Burkina Faso debbono registrarsi presso il competente ministero, ma ciò non comporta particolari vantaggi e la mancata registrazione non viene sanzionata. Secondo la Costituzione, la libertà religiosa si estende a ogni manifestazione pubblica, compresa la possibilità di utilizzare la stampa e gli altri mezzi di comunicazione. L’istruzione religiosa non viene svolta nelle scuole pubbliche, ma può esserlo in quelle private: esistono scuole private di primo e secondo livello gestite e finanziate da associazioni islamiche, protestanti e cattoliche. Il governo non finanzia le scuole libere non statali. Il 6 febbraio è stato ucciso il 63enne missionario spagnolo Ignacio Garcia Alonso, membro dell’Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane e presente nel Paese dal 1970, dopo essere stato in servizio nel Niger e in Marocco. Padre Alonso è stato colpito con un machete, mentre si trovava nel College di cui era direttore a Bobo Dioulasso.

La vecchia Costituzione del Burundi, approvata nell’ottobre 2001, prevedeva la libertà di religione e proibiva discriminazioni fondate sulla fede. Dopo vari rinvii, una nuova Costituzione, approvata dal Parlamento, è stata sottoposta a referendum popolare il 28 febbraio 2005. Alla consultazione – la prima dopo l’inizio della guerra nel 1993 – ha partecipato un’alta percentuale di votanti che l’ha approvata con oltre il 90% di voti favorevoli. La nuova Costituzione non prevede cambiamenti in materia religiosa e si occupa principalmente di definire il sistema parlamentare in maniera che si abbia un attento bilanciamento dei poteri tra gli Hutu (che costituiscono l’85% della popolazione) e i Tutsi (14% della popolazione).

Le associazioni religiose possono operare soltanto se hanno ottenuto la registrazione presso il ministero dell’Interno e devono avere la sede principale sul territorio nazionale. Alle sedi delle principali religioni viene riconosciuto lo status diplomatico. Nel caso le associazioni religiose non obbediscano all’ordine di cessare ogni attività, il rappresentante può essere condannato da 6 mesi a 5 anni di reclusione.

Dal 1993 il Paese è insanguinato da una guerra civile ed etnica che ha contrapposto l’esercito governativo, formato in gran parte dall’etnia Tutsi, e diversi movimenti di guerriglia Hutu. Il conflitto ha finora causato 300.000 morti e quasi un milione di persone si sono rifugiate nella vicina Tanzania.

Le indagini per l’assassinio del nunzio apostolico, monsignor Michael Aidan Courtney, avvenuto il 29 dicembre 2003, non hanno finora portato ad alcun risultato e sia i nomi degli esecutori che le ragioni dell’omicidio sono rimaste ignote.

In Camerun la Costituzione riconosce la libertà religiosa e il governo generalmente la rispetta. Non esiste una religione di Stato e i gruppi religiosi devono essere registrati presso il ministero dell’Amministrazione Territoriale che non risulta aver respinto alcuna richiesta di registrazione. La pratica può impiegare alcuni anni per completare l’iter ed essere accolta, ma ciò sembra attribuibile soltanto a lentezze burocratiche. È vietato operare senza il riconoscimento, ma non sono previste sanzioni per questa violazione e i numerosi piccoli gruppi non riconosciuti possono comunque agire con una certa libertà. Secondo fonti ministeriali, alla fine del 2004 i gruppi registrati erano 38, in massima parte cristiani. Da segnalare il caso della radio privata cattolica «Radio Veritas» che ha presentato domanda di autorizzazione nel 2001. Non avendola ancora ricevuta, dopo una lunga attesa aveva ugualmente iniziato le trasmissioni ma dopo due settimane, nel novembre del 2003, ne fu ordinata la chiusura, ufficialmente per non aver ancora ricevuto il permesso del Ministero. Solo un mese dopo e superati vari contrasti, le trasmissioni sono state autorizzate, peraltro in via temporanea e a condizione che i programmi fossero esclusivamente religiosi.

Nel 2003 e nel 2004 si è assistito a un rigido controllo sulla stampa e sulle trasmissioni radio e televisive, un irrigidimento che, alla fine del 2003, ha portato alla chiusura di 12 stazioni radio e TV con la motivazione che esse non avevano «l’ufficiale autorizzazione per trasmettere». Dopo che nella notte del 24 dicembre 2003 era stato ucciso il missionario cattolico tedesco padre Anton Probst, la polizia il 7 gennaio ha arrestato i due presunti assassini a carico dei quali non risulta essere stato ancora svolto il processo. Nel 2004 sono state segnalate frequenti minacce e incitamenti all’odio da parte di musulmani contro le comunità cristiane.

A Capo Verde la Costituzione sancisce la libertà di religione e la separazione tra Stato e Chiesa. All’art. 1 essa dispone che la nazione è una repubblica sovrana, democratica, secolare, unica, anti-colonialista e anti-imperialista. La violazione del diritto alla libertà religiosa è un reato punito con la reclusione. Le associazioni religiose debbono registrarsi presso il ministero della Giustizia, al pari di ogni altro gruppo, ma non sono previste restrizioni rispetto ad associazioni di altra natura. Le feste della Chiesa cattolica sono anche feste nazionali. Nonostante nel Ciad la Costituzione preveda la libertà religiosa, in determinate situazioni e per alcuni gruppi religiosi le autorità limitano questo diritto. Inoltre la Costituzione è di tipo laico, anche se alcune attività relative alla religione islamica vengono particolarmente favorite. È necessario per i gruppi religiosi, e in particolare per i gruppi di missionari stranieri ed autoctoni, la registrazione presso il ministero degli Affari religiosi. La registrazione conferisce un riconoscimento pubblico, ma non offre alcun privilegio dal punto di vista fiscale. È vietato l’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche, mentre è concesso ai religiosi di tutte le fedi di operare all’interno delle scuole private.

Nel mese di maggio i vescovi hanno espresso – in un messaggio inviato all’agenzia «Fides» – la preoccupazione per il crescente peggioramento della situazione socio-politica.

La nuova Costituzione di Comore, promulgata nel dicembre 2001, prevede la libertà di religione, ma il Governo scoraggia la pratica di religioni diverse dall’islam. La quasi totalità degli abitanti è di religione musulmana, principalmente sunnita. In pratica, sia lo Stato che la popolazione discriminano la minoranza cristiana in ogni settore della vita sociale. Le autorità proibiscono ai cristiani di fare proselitismo e, di fatto, il diritto a professare la propria fede è rispettato soltanto in una parte del Paese. Il Gran Muftì viene nominato direttamente dal Presidente della Repubblica e partecipa alle politiche di governo del Paese dove il suo consiglio ha rilievo per tutto quello che concerne la fede islamica e vigila sul rispetto delle leggi coraniche.

Nelle scuole pubbliche sono insegnati i principi dell’islam e la recita del Corano comincia nelle scuole inferiori già all’età di quattro anni.

Sebbene la Costituzione nel Congo Brazzaville, approvata nel gennaio 2002, preveda la libertà di religione e proibisca le discriminazioni fondate sul credo religioso, le organizzazioni religiose debbono comunque chiedere la registrazione, al pari di ogni altro tipo di associazione.

La Costituzione della Costa d’Avorio, adottata nell’agosto del 2000, riconosce la libertà religiosa. I gruppi religiosi devono registrarsi presso il ministero dell’Interno, il quale compie accertamenti per verificare che nel gruppo non ci siano elementi sovversivi e l’esattezza delle notizie fornite. Non sono previste sanzioni per la mancata registrazione, registrazione che, se effettuata, comporta vantaggi fiscali e finanziari e la capacità di essere soggetto di diritti. A seguito della guerra civile del 2002, il Governo avrebbe attivato maggiori controlli sulle domande dei gruppi religiosi islamici, come pure sulla loro attività. Premesso che l’affiliazione politica e religiosa tende a seguire l’origine etnica, i musulmani costituiscono la maggioranza nel nord del Paese, anche se ormai sono numerosi nei centri urbani di tutto il Paese. I cattolici vivono soprattutto nelle zone meridionali, centrali e orientali, mentre le religioni tradizionali sono diffuse soprattutto in quelle rurali.
Occorre ricordare come la Costa d’Avorio sia un mosaico di gruppi etnici e religiosi, per cui è reale il pericolo che la guerra civile, se rinfocolata dalla crisi istituzionale e internazionale, possa esplodere in un conflitto generale, anche in virtù della presenza sul territorio nazionale di circa 3 milioni di immigrati dal Burkina Faso, di 500mila dal Ghana e di un numero consistente da altri Paesi.

Libertà di fede e di pratica religiosa, questo è quanto prevede la Costituzione egiziana, secondo la quale l’islam è la religione ufficiale dello Stato e la legge islamica è la fonte primaria della legislazione. Sono proibite le pratiche che contrastano apertamente con la legge islamica, ma il Governo non considera la pratica religiosa dei cristiani e degli ebrei in contrasto con la shari’a; problemi ci sono invece per quelle comunità, come la baha’i, che non sono riconosciute dalle autorità.

Nel campo dell’istruzione sembra siano in corso alcuni positivi cambiamenti e – come riporta il quotidiano «Avvenire» – il 19 luglio il presidente Hosni Mubarak ha deciso di ammettere in tutto l’ordinamento scolastico vigente l’insegnamento della religione e della cultura cristiana. Nel mese di gennaio, il Governo ha istituito il Consiglio nazionale per i Diritti Umani guidato da un cristiano copto e incaricato di proteggere i diritti umani nel Paese, compresi quelli religiosi. Forti critiche sono state avanzate nel mese di maggio al Governo, accusato di essere responsabile di continue violazioni della libertà di culto.

Anche la Costituzione in Eritrea prevede la libertà religiosa, ma il Governo nella pratica non rispetta questo diritto. Persecuzione religiosa e violazione dei diritti umani, questo è quanto prevede il Governo, che in realtà ha continuato a imprigionare e discriminare i membri dei piccoli gruppi religiosi, principalmente i Testimoni di Geova, i gruppi pentecostali della Chiesa copta e gli aderenti alla fede baha’i. Nel maggio del 2002 le autorità hanno stabilito che tutte le associazioni religiose devono registrarsi oppure cessare ogni attività che è comunque proibita finché non è approvata la registrazione. La domanda di registrazione deve contenere l’indicazione delle proprietà del gruppo, i nomi dei membri e informazioni personali sui dirigenti. Tutte le strutture e le agevolazioni che non riguardano le principali denominazioni religiose presenti nel Paese – ortodossi, cattolici, evangelico-luterani e musulmani – sono state soppresse. Solamente a questi ultimi quattro gruppi non è stata chiesta la registrazione ed è stato consentito di proseguire le attività. Secondo il Rapporto del Dipartimento di Stato americano sulla libertà religiosa – dal maggio 2002 al maggio 2004 non risulta approvata alcuna richiesta di registrazione. In tal modo, di fatto, tutte le religioni diverse dalle quattro principali sono state messe fuori legge e, grazie alla domanda di registrazione, il Governo ha incidentalmente avuto conoscenza delle proprietà e dei nomi dei dirigenti e dei fedeli di ogni gruppo religioso richiedente il riconoscimento.
Sebbene la Costituzione in Etiopia preveda la separazione tra Stato e religione, talune violazioni sono perpetrate dalle autorità locali. Non risulta che il Governo favorisca in modo particolare qualche gruppo religioso, tuttavia quelli meno diffusi hanno lamentato discriminazioni nell’attribuzione dei luoghi destinati all’edificazione di edifici religiosi e cimiteri. I gruppi religiosi debbono chiedere la registrazione presso il ministero della Giustizia, come organizzazioni non governative, rinnovarla ogni tre anni e – tra gli obblighi derivanti dalla registrazione – vi è quello di tenere separata l’attività sociale dagli impegni religiosi.

L’interpretazione che il Governo dà al principio di separazione Stato-religione, ha portato al divieto di istruzione religiosa nelle scuole, non solamente nelle pubbliche, ma anche in quelle private, sia cristiane che musulmane. Molte scuole private tengono corsi di morale, sebbene il Governo li abbia contestati sostenendo che essi non sono privi di connotazioni religiose. «Voice of the Martyrs» del febbraio 2005 dà notizia di sequestri, distruzione di beni, estorsioni, rapimenti e detenzioni illegali ai danni di cristiani evangelici che, nel corso del 2004, sarebbero avvenuti nel Sud del Paese, soprattutto nella regione di Alaba, nella quale il 99% della popolazione è di fede islamica. In particolare, si cita il caso di Hajji Husman Mohamed che, nella sua abitazione, è stato tenuto sotto sequestro e picchiato. Hajji è un imam musulmano convertitosi al cristianesimo nel 2003 e già in passato era stato vittima di aggressioni.

Se nel Gabon, nel Gambia e nel Ghana e nella Guinea Bissau, nella Guinea equatoriale e a Mali non sono stati rilevati episodi di rilievo riguardanti il tema della libertà religiosa, nel Gibuti la Costituzione dichiara l’islam religione di Stato, ma prevede la libertà di professare ogni fede. Tuttavia, anche se viene consentito a chiunque di praticare la propria religione e non è vietato dalla legge, è scoraggiato il proselitismo. Tutti i gruppi religiosi debbono registrarsi presso il ministero dell’Interno. I rapporti tra i musulmani e i credenti di altre religioni sono generalmente amichevoli, ma si registra una crescente animosità verso i non musulmani, soprattutto da parte di emergenti gruppi fondamentalisti.

Nella Guinea Conakry la Costituzione prevede la libertà di religione. Il Governo pur rispettando tale diritto manifesta un certo favore per i musulmani che costituiscono la componente religiosa maggioritaria. I rapporti tra le religioni sono generalmente buoni, sebbene in alcune zone del Paese si registrino, non ostacolate dai pubblici poteri, forti pressioni sociali verso le religioni non islamiche. Tutti i gruppi religiosi devono registrarsi presso il ministero dell’Amministrazione Territoriale. I gruppi non registrati possono continuare la loro attività, sebbene possano essere sanzionati con l’espulsione. Gli ordini missionari debbono dichiarare le loro finalità e le attività, ma possono generalmente operare liberamente. Esistono scuole private sia cristiane che islamiche che devono essere registrate presso il ministero per l’Educazione Civica e Pre Universitaria.
Nel gennaio 2005 è scampato a un attentato il presidente Lantana Conte e per questo atto sono stati arrestati 54 musulmani che si trovavano in preghiera in una vicina moschea. Secondo «Allafrica.com» del 24 gennaio, tutti sono stati rilasciati dopo tre giorni, ma il 68enne imam Alhaji Mamadi Toure è deceduto durante la detenzione, pare per un attacco cardiaco.

La Costituzione del Kenya prevede la libertà di religione, il Governo rispetta questo diritto e lo tutela anche dalle violazioni da parte di privati. Le associazioni religiose debbono registrarsi in un registro delle società. Esiste un buon livello di tolleranza tra i diversi gruppi religiosi. Sono frequenti i matrimoni tra cristiani di differenti confessioni e gli incontri di preghiera ecumenici, soprattutto nelle ricorrenze di importanza nazionale. Il matrimonio tra cristiani e musulmani, anche se meno frequente, è diffuso e spesso moschee e chiese cristiane sono presenti nello stesso quartiere.

La preparazione di una nuova Costituzione, che ha lo scopo di ripristinare una corretta vita politica nel Paese, è diventata motivo di scontro tra cristiani e musulmani. Questi ultimi chiedono da anni un aumento del numero dei tribunali che applicano la legge islamica e un ampliamento della loro giurisdizione con l’inclusione anche delle questioni commerciali.

Nel corso dell’anno è proseguito il confronto sul Suppression of Terrorism Bill, legge proposta nell’aprile del 2003 per combattere il terrorismo e sulla quale gli ambienti islamici avevano subito espresso riserve per la presunta incostituzionalità legata alla violazione dei diritti della persona e dei gruppi, manifestando inoltre il timore che essa si prestasse ad applicazioni vessatorie nei loro confronti. Le polemiche sono andate aumentando e nel mese di giugno, il Council of Imams and Preachers of Kenya, riferendo dell’arresto di 30 musulmani imputati di terrorismo, ha accusato il Governo di voler applicare questa normativa prima che fosse promulgata. L’Atto non è stato ancora approvato dal Parlamento e il dibattito prosegue.

Nella notte tra il 24 e il 25 novembre, padre John Francis Hannon, un missionario irlandese, è stato assassinato nella sua canonica, vicino Nairobi. Aveva 65 anni e da 10 si trovava in Kenya, dove si era dedicato all’insegnamento.

Il 4 gennaio 2005 il domenicano statunitense padre Thomas Richard Heath, di 85 anni e in Kenya da 13, è stato aggredito da banditi armati nella casa religiosa di Kisumu, presumibilmente per un tentativo di rapina. È morto alcuni giorni dopo per le ferite riportate.

Forte è la presenza cattolica nel Lesotho, presenza che si riflette anche sull’organizzazione scolastica. Fino a pochi anni fa oltre il 70% delle scuole primarie e secondarie erano cattoliche, oggi si ritiene che esse siano non meno del 40%.

Durante il periodo della guerra in Liberia vi sono stati episodi di violenza legati all’appartenenza tribale, un elemento che spesso implica l’adesione a una religione. La presidenza di Charles Taylor è stata segnata da tensioni e scontri tra cristiani e musulmani erano tollerati, in quanto visti come parte della guerra contro le organizzazioni rivoltose. Dopo l’insediamento del National Transitional Government Liberia (Ntgl) nell’ottobre del 2003, non risultano violenze o discriminazioni del Governo verso dirigenti o cittadini islamici. Nel 2004 – anche grazie all’utilizzo di 15.000 soldati della forza di pace Onu e di un migliaio di guardie civili e dopo il disarmo di oltre 19.000 combattenti – sono diminuite le violenze contro la popolazione.

Anche nella capitale Monrovia gli scontri armati sono stati numerosi. Nel mese di ottobre si è verificato uno dei più gravi, a seguito del quale è stato proclamato il coprifuoco e in cui si sono registrati 18 morti, 208 feriti e 250 persone arrestate. Durante gli scontri sono stati saccheggiati numerosi edifici e cinque chiese e due moschee sono state incendiate, cosa che ha fatto temere che i disordini potessero avere una matrice anche religiosa. La violenza degli scontri è stata tale che il leader ad-interim, Gyude Bryant, ha riferito che i militari della «missione Onu hanno avuto istruzioni di usare qualsiasi mezzo per arrivare al controllo della situazione», come riportato anche da «Rainews».

Tra le conseguenze del periodo di insicurezza e violenza generato dalla lunga guerra civile, si annovera anche l’aumento di omicidi commessi quali sacrifici religiosi rituali, soprattutto nelle aree rurali.

Il Governo in Libia adotta una sorta di restrizione alla libertà religiosa. Nonostante ciò le autorità sono tolleranti nei confronti delle altre confessioni ad eccezione dei gruppi estremisti islamici che vengono repressi per motivi di ordine pubblico. Dal 27 aprile – secondo quanto riportato dalla rivista evangelica «Porte Aperte» – anche in Libia vengono trasmessi programmi radiofonici evangelici in lingua araba.

Inoltre – in un’intervista rilasciata il 20 novembre al quotidiano «La Stampa» – il vescovo di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, sosteneva che il Paese è da considerarsi tollerante verso le altre religioni, in particolare verso quella cristiana. Per quanto concerne i luoghi di culto, è stata restaurata la chiesa cattolica nel centro di Tripoli, ma non è ancora chiaro se essa verrà usata nuovamente come luogo di culto. Le autorità non hanno ancora onorato la promessa fatta nel 1970 di edificare una chiesa anglicana e i fedeli sono costretti a riunirsi in una villa che il Governo ha concesso loro per le funzioni; da notare che non è ancora avvenuta la restituzione delle proprietà confiscate nel 1971.

Alcune comunità religiose non islamiche – i baha’i, gli induisti e i buddisti – lamentano di non avere nessun luogo dove riunirsi per il culto.

Si registra, infine, un importante impegno nell’ambito del dialogo inter-religioso. Si è tenuto, a Tripoli il 22 novembre, il VII Congresso mondiale della World Islamic Call Society (Wics), la Federazione mondiale degli islamici moderati (Dawaa al Islamia), sostenuta e finanziata dalla Libia. All’evento hanno partecipato oltre 400 ospiti e fra gli invitati figuravano anche, rappresentanti dalle istituzioni italiane, come l’ex-Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, un rappresentante del ministero degli Esteri e una delegazione della Santa Sede che dialoga con il Wics fin dagli anni della sua fondazione, avvenuta nel 1973.

La legge nel Madagascar raccomanda alle organizzazioni religiose di registrarsi, ma non lo pretende né lo sanziona, sebbene la mancata registrazione impedisca di ricevere donazioni o altre beneficenze. Il Malagasy Council of Christian Church (Ffkm) riunisce le principali confessioni cristiane e si occupa, tra l’altro, di programmi educativi e sanitari e del monitoraggio delle elezioni politiche, un aspetto che l’ha configurato come un organismo di primaria importanza. Alla fine del 2004 alcuni membri della Universal Church of the Kingdom of God (Uckg) – fondata nel 1977 in Brasile da Emir Macero e che conterebbe circa 4 milioni di aderenti nel mondo – sono stati arrestati per avere bruciato una bibbia e altri oggetti religiosi nella città di Fianarantsoa. Il giudice ha condannato quattro di essi a sei mesi di detenzione e altri 13 sono stati condannati, ma con la sospensione condizionale della pena. Quattro mesi dopo, il 3 febbraio 2005 il gruppo è stato bandito dal territorio nazionale con l’ordine di cessare ogni attività.

La Costituzione del Malawi prevede la libertà religiosa, i gruppi religiosi devono registrarsi, ma non risulta che siano state respinte domande, esistono scuole private sia cristiane che musulmane e i rapporti tra le diverse religioni sono improntati al dialogo e alla tolleranza. Nel mese di maggio è stato eletto presidente il cattolico Bingu Wa Mutharika, mentre il vice-presidente è un musulmano, Cassim Chilumpha. Entrambi hanno goduto del sostegno dell’ex-presidente Bakili Muluzi, di religione musulmana e in passato accusato da importanti leader cristiani di volere “islamizzare” il Paese, ad esempio con il tentativo – fallito grazie all’opposizione di buona parte dell’opinione pubblica – di togliere dalle scuole lo studio della Bibbia per sostituirlo con lo studio di generici principi morali e religiosi. Durante la campagna elettorale si sono registrate tensioni tra cristiani e musulmani.

La Costituzione marocchina prevede la libertà religiosa e il Governo generalmente rispetta questo diritto, pur prevedendo alcune restrizioni. Quella islamica è la religione di Stato, ma le comunità non musulmane possono praticare apertamente la propria fede. In base all’art. 220 del Codice penale, qualsiasi tentativo di impedire a una o più persone l’esercizio della propria fede è vietato e può essere punito con la detenzione da 3 a 6 mesi. L’articolo applica la stessa sanzione anche a coloro che «tentano di convertire un musulmano a un’altra religione» e, per questo motivo, le attività di proselitismo dei missionari stranieri sono molto limitate. In molti casi, essi sono stati espulsi con decisione del tribunale. Il Codice penale vieta di cambiare religione e, fino al 1999, le autorità hanno arrestato alcuni convertiti sulla base dei principi della legge islamica; inoltre, le persone che si convertono al cristianesimo o ad altre religioni subiscono un forte ostracismo da parte della società. Ai cittadini musulmani non è permesso di studiare nelle scuole cristiane o ebraiche. Le autorità consentono che sul territorio circolino bibbie in lingua francese, inglese e spagnola, ma confiscano quelle in arabo e non permettono che siano importate nel Paese, nonostante non esistano disposizioni legislative in merito. Nel 2004 si sono registrati sul territorio nazionale alcuni episodi di discriminazione contro esponenti marocchini della comunità cristiana. Infine, nel mese di aprile, re Muhammad VI, in qualità di massima autorità religiosa del Paese, ha annunciato di voler avviare un piano di ristrutturazione del ministero per gli Affari islamici al fine di promuovere l’islam moderato e salvaguardare le moschee del Paese dall’ingresso di Imam e predicatori fondamentalisti provenienti dall’estero.

Repubblica islamica, la Mauritania riconosce l’islam come religione dei cittadini e dello Stato. Il Governo limita la libertà religiosa vietando la distribuzione di materiale divulgativo e il proselitismo che non sia della religione islamica. Nonostante ciò, i non musulmani stranieri residenti sul territorio nazionale e i pochi autoctoni, possono praticare la loro religione apertamente.

Il Governo considera l’islam come elemento essenziale della coesione nazionale. Non è prevista la registrazione dei gruppi religiosi, ma le Ong sia laiche che religiose, devono registrarsi presso il ministero degli Interni. Il sistema giudiziario poggia su un moderno sistema legislativo che deve però rispettare i dettami della legge islamica.

L’art. 11 della Legge sulla stampa dà facoltà al Governo di applicare misure restrittive nei confronti dell’importazione, della stampa e della distribuzione di bibbie e di pubblicazioni non islamiche, sebbene il possesso privato della bibbia non sia illegale.

Anche alle Mauritius la Costituzione riconosce la libertà religiosa. Un decreto del Parlamento ha ufficialmente riconosciuto le religioni diffuse nel Paese al momento dell’indipendenza raggiunta nel 1968 e ad esse annualmente viene destinata una somma proporzionale al numero dei credenti. Le altre religioni devono invece chiedere la registrazione. Nel Paese sono presenti vari ordini missionari che per svolgere la loro attività hanno bisogno di un’apposita autorizzazione. Il Governo pone un limite al numero dei missionari ammessi e nel 2004 ha ripetutamente respinto la richiesta di aumento del numero di permessi per i missionari mormoni. Sono ammesse le scuole private ed esistono 12 scuole secondarie cattoliche che ricevono finanziamenti pubblici e sono amministrate dalla diocesi. Esiste un accordo con il Governo che prevede che il 50% dei posti in questi istituti sia assegnato in base al curriculum scolastico, e quindi con criteri di merito, mentre il restante 50% è attribuito direttamente dalla Chiesa cattolica. Nel 2004 si sono verificate tensioni tra la comunità indù e le minoranze cristiana e musulmana e quest’ultima, in particolare, ha denunciato favori del Governo verso gli indù.

Le relazioni tra Governo e organizzazioni religiose sono migliorate in Mozambico dopo che è venuto meno il partito unico marxista (Frelimo) e nel 1989 la Costituzione ha aperto al multipartitismo. Regolari incontri, anche istituzionali, si svolgono tra la conferenza episcopale cattolica, vescovi anglicani e Presidente della Repubblica. Dal 1998 una legge prescrive la registrazione per le associazioni religiose le quali devono indicare i principali beni e produrre un elenco di almeno 500 credenti. Tali associazioni possono istituire scuole, ma non possono occuparsi di politica così come i partiti politici non possono riferirsi a principi religiosi. Questa legge è stata contestata dal Partito per l’indipendenza del Mozambico (Pimo), un partito di ispirazione musulmana la cui attività viene tollerata dal Governo, e ha ottenuto tre seggi nelle elezioni municipali del 2003, tutti conquistati nelle città a prevalenza islamica del Nord. Sebbene l’insegnamento religioso sia proibito nelle scuole pubbliche, esistono numerose scuole religiose, sia cattoliche che musulmane. Nel 2003 nella capitale Maputo, è stata aperta una nuova scuola primaria e secondaria che accoglie 1.000 studenti e l’Università cattolica ha sedi Beira, Nampula, Cuamba e Pemba.

I rapporti inter-religiosi sono buoni. Da alcuni anni esiste il Forum Inter-Religious – cui partecipano membri di comunità cristiane, greco-ortodosse, musulmane ed ebraiche – che si occupa dell’assistenza sociale, fornendo, soprattutto in casi di calamità, aiuti umanitari come accaduto durante le alluvioni del 2000 e del 2001.

Se in Namibia, nella Repubblica Democratica del Congo, a São Tomé e Príncipe, alle Seychelles e nella Sierra Leone e nello Swaziland non sono stati rilevati episodi di rilievo riguardanti il tema della libertà religiosa, in Niger è vietata la formazione di partiti politici di ispirazione religiosa. Nessun gruppo religioso è sovvenzionato con denaro pubblico, anche se le associazioni islamiche possono trasmettere programmi sulla TV di Stato; quelli di ispirazione cristiana sono generalmente trasmessi solo in occasione del Natale e della Pasqua che, come la domenica, sono riconosciuti come giorni di festa. Nelle scuole non è consentito l’insegnamento della religione. Tutte le organizzazioni religiose devono essere registrate presso il ministero degli Interni. Le autorità non impongono particolari restrizioni alle manifestazioni pubbliche religiose purché non minaccino l’ordine pubblico, come accaduto nella primavera del 2004 quando sono stati arrestati sette predicatori islamici che si opponevano a una campagna Onu di vaccinazione contro la poliomielite affermando che si trattava di un complotto ordito dall’Occidente per sterilizzare i bambini musulmani.

Molto critica la situazione nel 2004 in Nigeria. I cristiani sono stati vittime di attacchi, vessazioni e abusi, si sono registrati scontri e violenze negli Stati settentrionali della Confederazione, in 12 dei quali, a partire dal 1999, è stata gradualmente introdotta la shari’a. In questi anni, sono ormai più di 10mila le persone uccise e centinaia di migliaia quelle costrette ad abbandonare le loro case. La maggior parte di esse sono cristiane.

All’inizio del 2004, nello Stato di Yobe, la polizia e l’esercito hanno individuato una cellula di estremisti islamici, sospettati di essere affiliati ad Al Qaeda, che avevano posto le loro basi in Niger con l’intento di creare una Repubblica Islamica. Il gruppo è stato accusato degli attacchi a otto città nigeriane dove erano state prese di mira le stazioni di polizia e rubato armi, poi usate per attaccare i cristiani della zona.

In aprile, ennesimi scontri inter-religiosi si sono verificati nello Stato del Plateau, dove circa 1.500 persone sono state uccise e 173 chiese distrutte. Circa 25mila persone sono state costrette a fuggire nel vicino Stato di Bauchi, dove i già circa 50mila sfollati presenti stanno mettendo in difficoltà le autorità e le scarse risorse locali. Le violenze hanno interessato soprattutto le città di Yelwa e Garkawe. Gli scontri, sono poi ripresi all’inizio di maggio, secondo quanto ricostruisce «Mondo e Missione» di giugno. Nello Stato di Kaduna si sono verificati diversi attacchi contro i cristiani.
Nel mese di agosto, il governatore dello Stato di Zamfara, Alhaji Ahmed Sani – il primo ad aver introdotto la shari’a alla fine del 1999 – è stato accusato dai leader religiosi cristiani di persecuzione. Il governo locale aveva recentemente ribadito la volontà di demolire tutte le chiese ritenute illegali, di voler chiudere durante la preghiera islamica tutti i negozi gestiti dai cristiani e di voler rendere più severe le leggi sull’abbigliamento. Inoltre, solo gli studenti cristiani sono costretti a pagare tasse scolastiche.

La precedente Costituzione della Repubblica Centrafricana – sospesa il 15 marzo 2003 a seguito del Colpo di Stato che ha destituito il presidente Ange-Felix Patassé – riconosceva la libertà di religione, ma prevedeva precise condizioni per il suo esercizio e proibiva quanto il Governo considera fondamentalismo religioso o intolleranza, un divieto fortemente contestato dai musulmani. In materia di libertà di religione la nuova Costituzione, promulgata dal presidente Francois Bozizé, non apporta cambiamenti significativi.

Non ci sono religioni di Stato. I gruppi religiosi devono registrarsi presso il ministero dell’Interno e il governo può comminare sanzioni all’attività reputata sovversiva, arrivando a revocare la registrazione e a vietare ogni attività. Esiste una generale tolleranza tra le diverse religioni, ma si sono registrati atti di violenza e talvolta omicidi, verso chi pratica la stregoneria, una pratica diffusa e considerata reato, sebbene essa sia generalmente punita soltanto se associata ad altri reati.
La libertà di religione è riconosciuta dalla Costituzione del Ruanda, che prevede la detenzione fino a sei mesi per chiunque interferisca con cerimonie religiose o disturbi un religioso nello svolgimento del suo apostolato. Gli incontri pubblici di natura religiosa sono regolamentati e la violazione di queste norme è sanzionata con la detenzione fino a sei mesi. La Costituzione del 2003 ha proibito ai partiti politici di sostenere ragioni di razza, gruppo etnico, tribù, regione, sesso, religione e comunque tutto quanto possa costituire divisione sociale e portare a discriminazioni. Tra le conseguenze di queste disposizioni il fatto che l’Islamic Democratic Party (Pdi) abbia dovuto cambiare denominazione assumendo quella di Ideal Democratic Party.

I missionari stranieri e le associazioni religiose non governative possono operare liberamente, ma devono registrarsi. Dall’entrata in vigore della legge del 2001 sulle Ong, il ministero della Giustizia ha approvato 111 nuovi gruppi religiosi, 29 nell’ultimo anno. Tuttavia pare che il procedimento per ottenere la registrazione sia arduo, per cui numerose associazioni religiose operano senza autorizzazione.

Con frequenza il Governo muove accuse di «ideologia genocida» nei confronti di organizzazioni sociali e Chiese, arrestando decine di persone per questo reato. Per capire l’ampiezza del fenomeno, occorre tenere presente che decine di migliaia di persone sono state detenute con questa accusa e la memoria della gravità di quanto accadde nel 1994 viene oggi utilizzata per muovere tale accusa anche per comportamenti attuali. Sono proseguiti i processi contro i presunti responsabili del genocidio che nel 1994 causò la morte di circa 800mila Tutsi e di oltre 100mila Hutu. È da notare che occorre ancora giudicare circa 100mila persone, la gran parte delle quali sono detenute in attesa del giudizio.

Sono state rivolte aspre critiche alla lentezza del Tribunale speciale istituito dalle Nazioni Unite che peraltro ha un costo annuale di circa 177 milioni di dollari. Alla fine del 1994 risultava avere accusato appena 81 persone per genocidio, di cui solo 20 erano state condannate, a fronte delle decine di migliaia detenute da anni in attesa di processo. Per velocizzare i tempi, la gran parte dei processi sono stati o saranno trasferiti a tribunali comunali o locali.

Nel corso del 2004 sono state emesse numerose sentenze di morte o di carcere a vita. L’accertamento di responsabilità nel genocidio coinvolsero anche esponenti religiosi; dei 31 detenuti comparsi in giudizio davanti all’International Criminal Tribunal for Rwanda (Ictr) nel 2004, tre erano esponenti religiosi: Hormisdas Nsengimana, rettore del collegio di Cristo Re, Emmanuel Rukundo, cappellano militare, e il sacerdote cattolico Athanase Seromba.
L’apposita Commissione d’inchiesta sui massacri perpetrati nella provincia di Gikongoro e sull’ideologia genocida, istituita dal Governo il 20 gennaio, ha esaminato anche le attività dei gruppi religiosi. Al termine dei lavori, la Commissione ha presentato le proprie critiche nei confronti di alcune Chiese, le loro attività e i loro dirigenti, in particolare nei confronti dei Testimoni di Geova, degli Avventisti del Settimo Giorno, di alcune Chiese pentecostali e di alcuni sacerdoti cattolici. Numerose Chiese sono state criticate perché consentono alle etnie Hutu e Tutsi di sedersi separatamente durante le preghiere, mentre molte diocesi della Chiesa cattolica sono state accusate di avere sacerdoti appartenenti alla sola etnia Hutu. La stessa Chiesa cattolica, fra l’altro, è stata accusata di voler proteggere i propri sacerdoti coinvolti nel genocidio e di non volersi assumere le proprie responsabilità.

La Costituzione senegalese prevede la libertà di religione, il Governo la rispetta e non tollera abusi sia da parte dei pubblici poteri che da parte di privati. Anche se l’islam costituisce la religione nettamente più diffusa e riveste un ruolo importante nella società, il Senegal si definisce uno Stato laico. Il Governo fornisce finanziamenti e assistenza a tutte le organizzazioni religiose, che peraltro restano indipendenti e agiscono senza sue interferenze.

Mentre la fede personale può essere liberamente professata, i gruppi religiosi devono registrarsi presso il ministero dell’Interno per essere riconosciuti come associazione, poter stipulare contratti, essere titolari di proprietà e di conti bancari e ricevere finanziamenti da privati. Il Ministero normalmente concede la registrazione. I rapporti tra le religioni sono buoni, così come sono frequenti i matrimoni inter-religiosi.

Nel 2004 è proseguito il dibattito per l’approvazione del nuovo Diritto di Famiglia. Un gruppo di intellettuali ed esponenti musulmani ha presentato un disegno di legge in materia di famiglia basato sulla shari’a, da applicare ai musulmani. Il Governo e molti rappresentanti della società civile hanno respinto la proposta, osservando che si sarebbe trattato di una negazione della tolleranza religiosa e della separazione tra religione e Stato. Ma la questione rimane aperta, dato che diversi religiosi musulmani continuano a sostenere che la riforma debba fondarsi sulla shari’a e che non ci sono altre adeguate proposte di riforma.

Il 30 gennaio 2005 sono stati firmati gli accordi di pace tra il Governo e il Movimento delle Forze Democratiche della Casamance (Mdfc), guidato da don Augustin Diamacoune Senghor, ponendo fine al conflitto nel Casamance iniziato nel 1982 per ottenere l’indipendenza della regione. L’accordo prevede il cessate-il-fuoco tra le parti, la liberazione dei membri dell’Mdfc in carcere, la libera circolazione di persone e merci nel Casamance e rinvia a futuri accordi ogni altra questione. Peraltro la parte estremista dell’Mdfc ritiene l’accordo inaccettabile e propugna la prosecuzione della guerra per ottenere l’indipendenza della regione.

Dal 1991, anno della caduta del trentennale regime di Siyad Barre, la Somalia è divenuta terreno di battaglia tra vari contendenti e tuttora è diviso tra i cosiddetti “signori della guerra”. Poiché manca un governo centrale e, quindi, un’autorità che determini le leggi e le faccia rispettare, ogni gruppo agisce con la certezza dell’impunità e si finanzia tramite saccheggi, rapimenti e traffico illegale di armi e droga. Il Governo di transizione, conseguente agli accordi di Arta siglati nel 2000, non ha mai avuto l’effettivo controllo del territorio e il suo mandato è terminato nell’agosto 2003.

Il Paese è sostanzialmente diviso in quattro parti. A nord gli Stati auto-proclamati del Somaliland e del Puntland; a sud lo Stato della Somalia sud occidentale; infine la restante parte che comprende la capitale Mogadiscio. Secondo fonti statunitensi, Stati arabi e l’Etiopia finanziano le parti combattenti. Anche l’appartenenza della popolazione a varie etnie favorisce la divisione, gli stessi clan sono divisi al loro interno e i comandanti sono spesso in lotta per il predominio. L’islamismo, soprattutto sunnita, è professato dalla grande maggioranza della popolazione, per cui esiste una forte pressione sociale per il rispetto dei costumi e delle leggi islamiche, mentre si registra un costante incremento del fondamentalismo. La comunità cristiana è minoritaria e tiene un basso profilo. Con il Governo di transizione l’islam era stato indicato come religione di Stato e le “Repubbliche” di Puntland e Somaliland hanno dichiarato l’islam religione ufficiale.

In accordo con la norma islamica, le donne devono indossare il velo, sebbene nel mese di marzo, Mohamed Omar Habeb, che controlla la regione del Middle Shabbelle, abbia proibito di portare il velo arrestando 17 donne che avevano violato tale disposizione. Probabilmente temeva che il velo potesse consentire a uomini armati di passare inosservati e per questo decreto ha subito forti critiche dagli estremisti.

Alla fine del 2004 lo sceicco Sharif Shek Ahmed, influente integralista che guida le corti islamiche di Mogadiscio, ha intimato agli albergatori della città di non festeggiare il capodanno cristiano, minacciando di far saltare gli hotel. Gli attentati colpiscono ormai i non-islamici anche se del tutto estranei al proselitismo. Nel gennaio 2005 la stazione radiotelevisiva laica e filo-occidentale «Horn Afrik» è stata attaccata con mortai e armi automatiche. I giornalisti dell’emittente sono stati minacciati di morte.

La Costituzione sudafricana riconosce la libertà religiosa e il Governo generalmente rispetta questo diritto. The Bill of Rights proibisce qualsiasi discriminazione basata sulla religione e dispone che il diritto di praticare la propria religione e di costituire associazioni non possa essere violato; è anche previsto che si possa ricorrere alla Corte Costituzionale in caso si subiscano discriminazioni basate sulla fede religiosa. I rapporti tra le varie Chiese sono buoni, con frequenti incontri ecumenici e forme di collaborazione anche su questioni pubbliche.

Il 2 ottobre, nella sua casa vicino alla chiesa della città di Colesberg, è stato assassinato padre Gerard Fitzsimons, Da sette anni impegnato in Sudafrica, egli era particolarmente apprezzato per il suo instancabile impegno di assistenza ai poveri e ai malati di Aids.

Nonostante la Costituzione garantisca la libertà di religione, nel corso del 2004 il Governo nel Sudan ha continuato a limitare gravemente questo diritto, considerando di fatto l’islam come religione di Stato e ispirandosi ad esso a livello legislativo, istituzionale e delle politiche in generale. I non musulmani, i musulmani non arabi o di tribù e sette non affiliate al partito di governo continuano a essere discriminati. L’apostasia è considerata un reato punibile con la morte. Le associazioni religiose e le Chiese cristiane devono sottostare a varie limitazioni, le stesse a cui sono sottoposti i seguaci delle religioni tradizionali africane e le associazioni non religiose. Tutte devono essere registrate e riconosciute legalmente.

Particolarmente drammatica è la situazione dei profughi sud sudanesi ammassati nei campi alla periferia di Khartoum. In maggioranza cristiani o seguaci delle religioni tradizionali, gli sfollati non hanno diritto alla proprietà né a costruire luoghi di culto seppure provvisori. In più occasioni il Governo ha disposto la distruzione di questi luoghi costringendo gli sfollati a praticare la loro religione in strutture di fortuna, spesso costruite con teli di plastica. Nel corso del 2004 le Chiese cristiane sono state le uniche a tentare di portare aiuti e conforto in contesti molti difficili, grazie all’impegno di sacerdoti, religiosi, suore e laici che in alcuni casi hanno rischiato la loro vita.

In Tanzania la Costituzione prevede la libertà religiosa, ma con alcuni limiti. Tutte le associazioni religiose devono registrarsi presso il Registro delle società, dimostrando di avere almeno 10 fedeli, indicando il dirigente, allegando un atto costitutivo e una lettera di presentazione. Nei rapporti della polizia e negli atti ufficiali scolastici e medici viene annotato quale religione sia professata. Per esempio, viene chiesto agli studenti di dichiararla, spiegando che in alcune scuole le classi sono distribuite secondo l’appartenenza religiosa. La religione non viene invece indicata nel passaporto e nei documenti ufficiali del cittadino.

Il Governo normalmente rispetta la libertà religiosa, anche se le autorità possono impedire incontri religiosi qualora ritengano che abbiano implicazioni politiche.

Con l’approvazione alla fine del 2002 della legge per la prevenzione del terrorismo è stato attribuito alla polizia il potere di effettuare indagini in tale materia, arrestare e tenere in carcere chi sia ritenuto terrorista. Varie voci, tra cui quelle di molti gruppi musulmani, hanno espresso il timore che la normativa possa venire applicata per fini intimidatori.

La legge statale si applica sia ai cristiani che ai musulmani. Tuttavia in alcune materie civili, come per esempio in questioni familiari – matrimonio, divorzio, affidamento dei figli, eredità – viene applicata la legge islamica se entrambe le parti sono musulmane. Il Consiglio nazionale dei musulmani di Tanzania (Bakwata) può rivolgersi alle autorità civili per la risoluzione di controversie in materie attinenti alla religione, come la proprietà delle moschee.

Cattolicesimo, protestantesimo e islam sono ufficialmente riconosciuti in Togo, mentre le altre organizzazioni religiose devono registrarsi e chiedere il riconoscimento al ministero dell’Interno, indicando non solamente lo statuto e i nomi dei membri del comitato esecutivo, ma fornendo anche una spiegazione della dottrina, la descrizione della situazione finanziaria e il diploma del pastore.

Lo Stato accerta che il gruppo non arrechi pericolo all’ordine pubblico, controllando soprattutto l’autenticità delle credenziali del pastore e la condotta tenuta dal gruppo. Questo riconoscimento comporta l’accesso a esenzioni fiscali per le attività umanitarie e i progetti di sviluppo. I gruppi senza riconoscimento o in attesa della decisione, possono svolgere le proprie attività – anche considerato che per il riconoscimento occorrono diversi anni – ma non hanno capacità legale. Alla fine del 2004 risultavano riconosciuti 111 gruppi religiosi.

La Costituzione tunisina prevede la libertà di religione e il Governo generalmente rispetta questo principio. Quella islamica è la religione dello Stato, ma nonostante ciò la politica del Governo è sempre tesa al rispetto della pratica delle altre religioni. Le autorità non consentono la nascita di partiti politici che abbiano alla base dei principi religiosi, così come vieta il proselitismo e pone restrizioni all’uso del velo islamico.

La Tunisia promuove la propria immagine nel mondo presentandosi come un’oasi di stabilità e di modernità e come il baluardo della lotta contro il fondamentalismo islamico nella regione, ma per garantire questa stabilità sono perpetrate numerose violazioni dei diritti umani, in particolare contro gli attivisti dei movimenti islamici.

Nel 2004 risultano essere almeno 600 le persone detenute perché facenti parte del partito islamico illegale Al-Nahda o per essere legate ad altri gruppi islamici. Da segnalare che tuttavia non si registrano casi di persone arrestate unicamente per le proprie convinzioni religiose.

La Costituzione dell’Uganda riconosce la libertà religiosa e il Governo rispetta generalmente tale diritto, anche se prevede alcune restrizioni. I gruppi religiosi devono registrarsi presso il ministero dell’Interno, così come tutte le altre associazioni private, e l’omissione comporta una sanzione pecuniaria che va da 6 a 115 dollari Usa. Il mancato pagamento è punito con la detenzione fino a un anno del responsabile dell’associazione. È in corso di approvazione una nuova normativa sulla registrazione delle associazioni Nel 2004 sono state arrestate alcune persone per aver praticato riti vietati. L’ultimo arresto era avvenuto nel luglio del 2003, quando nel distretto di Rukungiri la polizia aveva arrestato il pastore della Chiesa pentecostale unita, Johnson Mugisha per aver tenuto un incontro di preghiera notturna, violando un divieto in vigore nel distretto fin dal 2000.

La guerra nel Nord nel 2004 ha visto, per la prima volta dall’inizio del lungo conflitto, l’apertura di una trattativa tra il Governo e i ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lra). In dicembre per la prima volta si sono incontrate le delegazioni delle parti in lotta e le speranze di pace sono alimentate da un lato dalle oggettive difficoltà dei ribelli – dopo che l’esercito regolare ha intensificato l’attività e dopo che ha ottenuto dal Sudan il permesso di colpire i ribelli anche al di là della frontiera – dall’altro da un ripensamento del Governo che, finora, aveva sempre rifiutato qualsiasi ipotesi di dialogo, bollando come traditore chi lo proponeva. Le parti hanno anche concordato una tregua in una zona-cuscinetto, più volte prorogato dal presidente Yoweri Museveni fino al febbraio del 2005. Passare dalla tregua a un accordo di pace si rivela arduo: l’esercito teme che l’Lra approfitti della tregua per riorganizzarsi militarmente, mentre lo stesso esercito vorrebbe proseguire le recenti offensive che hanno messo in grossa difficoltà i ribelli dell’Lra, tanto da ridurne gli effettivi – secondo stime del 2005 fornite dall’esercito, ma non confermate da fonti indipendenti – da circa 3.000 uomini ad alcune centinaia.

Le stime ufficiali dell’inizio del 2005 esprimono la tragedia vissuta nel Paese: 12mila sono i morti in battaglia e 100mila sono le vittime in totale, mentre decine di migliaia sono le vittime di malnutrizione, malattie e carestie provocate dal conflitto. I bambini sono sistematicamente rapiti: i maschi vengono addestrati a diventare soldati per i ribelli, oppure vengono uccisi, mentre le bambine diventano schiave sessuali dei ribelli. L’Unicef parla di non meno di 30mila bambini sequestrati dalla fine degli anni ’80, 10.000 solo negli ultimi 18 mesi, costretti a combattere nelle fila della Lra, i cui combattenti sarebbero per tre quarti costituiti da bambini e adolescenti.
Se nello Zambia non sono stati rilevati mutamenti istituzionali significativi né episodi di rilievo riguardanti il tema della libertà religiosa, nello Zimbabwe la Costituzione garantisce la libertà di religione. L’insegnamento religioso è consentito nelle scuole private, in maggioranza cristiane, ma anche islamiche ed ebraiche soprattutto nelle maggiori città. Negli ultimi anni il Governo – non avendo fondi adeguati per la loro gestione – ha restituito alle Chiese molte delle scuole che aveva acquisito dopo l’indipendenza.

Oltre che nell’insegnamento, le missioni cristiane sono molto attive nell’assistenza sanitaria. Alla fine del 2004 c’erano 126 ospedali e cliniche gestiti dalla Association of Church Related Hospitals (Zach), associazione di cui fanno parte le principali Chiese cristiane.

Alla fine dell’anno, è stata approvata dal Parlamento la No Governmental Organitations Bill che prevede che le associazioni non governative debbano registrarsi presso un nuovo organo istituito presso il Governo, il Council of Ong, cui viene attribuito il potere di svolgere ogni indagine e accertamento sulle società. La registrazione potrebbe venire negata o revocata in qualsiasi momento, qualora il Consiglio ritenesse che l’organizzazione avesse «cessato di operare in buona fede nel perseguimento degli obiettivi per i quali fu registrata». È inoltre previsto che nessuna Ong straniera possa essere registrata se «il suo unico o principale scopo comprende o include questioni relative al governo», concetto che si presta a un’interpretazione ampia, tale da comprendere ogni questione relativa alla tutela dei diritti personali e persino ogni possibile attività di critica verso i pubblici poteri, tanto più che viene considerato «straniero» chiunque non sia abitualmente residente nello Zimbabwe. Infine, alle Ong viene proibito di ricevere finanziamenti e aiuti dall’estero, quando è noto che molte associazioni per proseguire l’attività, dipendono dagli aiuti provenienti da soggetti esteri o da cittadini espatriati.

Il Governo ha continuato nella sua politica repressiva, fatta di minacce e di arresti, anche nei confronti dei religiosi che lo hanno criticato. Da parte loro, le principali organizzazioni religiose hanno ripetutamente chiesto al Governo di consentire il dialogo e il confronto politico, ammettendo l’attività dei partiti di opposizione e consentendo il rientro dei politici espulsi. Critiche sono state espresse anche alle intimidazioni esercitate verso ogni opposizione, alla corruzione e al fallimento delle politiche adottate per risolvere la crisi.

Con l’approssimarsi delle elezioni politiche del marzo 2005, nel mese di febbraio alcuni dei più importanti leader religiosi del Paese si sono rivolti alla popolazione auspicando un clima sereno.