Religione e diplomazia

Il ruolo della fede negli affari internazionali

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NEW YORK, sabato 27 marzo 2004 (ZENIT.org).- Eventi degli ultimi anni hanno riproposto, spesso in modo brutale, il ruolo della religione negli affari internazionali. Scontri come quelli relativi al conflitto intestino nei Balcani o all'attacco dell'11 settembre 2001 hanno indotto gli studiosi ad intensificare le loro analisi sull'impatto della religione nella politica.



La religione non è solo un fattore scatenante della violenza; essa può anche essere un importante elemento di promozione della pace. Questo è il principio contenuto nella serie di saggi editi da Douglas Johnston e pubblicati lo scorso anno con il titolo "Faith-Based Diplomacy: Trumping Realpolitik."

Nell'introduzione si osserva che la religione si pone al centro di molti dei conflitti del mondo odierno, e che la sua importanza può aumentare a causa della minaccia ai valori tradizionali rappresentata dalla globalizzazione. Ne consegue che alla religione deve essere riconosciuta "la sua importanza come elemento decisivo per la sicurezza nazionale".

In uno dei saggi, Johnston e Brian Cox notano che tale fatto contraddice direttamente la tesi della secolarizzazione, illustrata dal fondatore della sociologia Auguste Comte. Il filosofo del XIX secolo sosteneva che la modernizzazione e il progresso avrebbero portato ad un indebolimento della religione.

Nel mettere in evidenza la diversità tra un comportamento secolare, rispetto ad uno fondato sulla fede, Johnston e Cox sottolineano le caratteristiche di una diplomazia portata avanti da persone religiosamente motivate, tra cui:

- Una consapevole dipendenza dai valori e dalle fonti di natura spirituale, nella gestione del "peacemaking", quali la preghiera, il digiuno e il perdono.

- La fiducia riposta su una determinata autorità spirituale. Gli intermediari necessitano di una certa legittimità, fondata o su legami con un'istituzione, o sulla fiducia basata su un personale carisma spirituale.

- Una solida appartenenza ad una determinata tradizione religiosa. Anche se un diplomatico credente in genere comprende e rispetta l'essenza di altre tradizioni.

- Un approccio trascendente alla risoluzione dei conflitti che si somma alla logica umana presente nella diplomazia normale.

- La capacità di perseverare nonostante le pesanti difficoltà.

La diplomazia del credente, proseguono gli autori, può essere portata avanti in diversi modi. Essa può portare ad una nuova prospettiva nei confronti di problemi già noti. Può aiutare a costruire ponti tra parti avverse in un conflitto. Altre modalità comprendono gli sforzi volti a facilitare le mediazioni o a sanare le ferite della storia.


Luci ed ombre nella ex Iugoslavia

Nel suo scritto sulla Bosnia-Erzegovina e sul Kossovo, David Steele evidenzia aspetti positivi e negativi del ruolo della religione. Egli osserva gli esempi straordinari di volontà di riconciliazione interreligiosa tra le comunità di fede in tali aree, come ad esempio la firma da parte delle autorità delle comunità serba ortodossa, cattolica, musulmana ed ebrea in Bosnia, di una dichiarazione d'impegno congiunto, e l'istituzione di un nuovo consiglio interreligioso nel 1997. Tre anni dopo, anche le autorità religiose del Kossovo hanno istituito un consiglio interreligioso e pubblicato un comunicato di condanna delle violenze e dell'intolleranza.

Questi atti successivi alla guerra hanno rappresentato un importante cambiamento, in quanto alcune autorità religiose nel passato recente avevano tollerato la guerra e la divisione etnica. La religione nella ex-Jugoslavia era stata troppo spesso strumentalizzata al fine di rendere più profonde le divisioni sociali ed etniche.

Steele, il quale ha limitato la propria analisi al ruolo delle chiese ortodossa e cattolica nel conflitto, osserva che la religione rappresentava da tempo l'elemento di maggiore identificazione dei Serbi, dei Croati e degli altri popoli. Questo aveva portato alla tendenza a sacralizzare la nazionalità, cosa che a sua volta alimentava l'intolleranza. Durante i conflitti alcuni ecclesiastici sono stati presi da sentimenti nazionalistici e hanno contribuito ad alimentare i conflitti.

Altri, invece, si sono impegnati negli sforzi di riconciliazione e di aiuto umanitario. Steele rileva che una caratteristica comune tra le autorità cristiane era l'abilità di trovare un equilibrio tra la giustizia e la riconciliazione. In tal modo esse hanno potuto condannare le ingiustizie commesse e al contempo porgere la mano all'altra parte.

Nel saggio conclusivo del libro, R. Scott Appleby riconosce che la religione è in grado di provocare la violenza. Che si tratti del Cristianesimo o dell'Islam, dei nazionalisti indù in India o degli agitatori buddisti in Sri Lanca, i combattenti spesso indicano la religione come motivazione del proprio impegno bellico. Ma, afferma Appleby, la religione apporta anche un importante contributo di "peacemaking". Uno dei compiti della società contemporanea, sostiene, è di identificare e coltivare in ogni tradizione religiosa quelle forze che possono aiutare a costruire la pace.


I limiti alla sovranità

"The Sacred and the Sovereign: Religion and International Politics" è un altra raccolta di saggi, anch'essa pubblicata lo scorso anno, che si pone a favore del riconoscimento della dimensione religiosa negli affari internazionali. Pubblicata da John Carlson ed Erik Owens, l'opera tocca argomenti che vanno dalla sovranità, ai diritti umani, alla guerra giusta.

Nell'introduzione si osserva che nel periodo medievale dell'Occidente la religione aveva portato all'unificazione politica sotto l'autorità divina. Sebbene gli imperatori e i papi regnassero su ambiti diversi, entrambi agivano come reggenti della sovranità divina. Questo modello è stato poi rigettato nel periodo successivo alle guerre di religione del XVII secolo, quando la religione è stata bollata come elemento distruttivo e di divisione, e l'autorità politica è stata fondata sullo stato secolare.

Da qualche tempo questo sistema viene messo alla prova. L'autorità dello Stato sovrano viene contrastata dall'alto, dalle organizzazioni internazionali, mentre dal basso la globalizzazione permette alle persone e ai gruppi di formare delle forti comunità transnazionali su base religiosa, culturale e ideologica.

Susanne Hoeber Rudolph analizza, nel suo scritto, le implicazioni sulla religione derivanti dalle cessioni di sovranità statale. Ella osserva che è stato tentato di formulare una sorta di codice morale universale religioso. In aggiunta, grande enfasi è stata posta sull'ecumenismo, in un contesto di crescenti fenomeni migratori e mescolanze religiose in molti Paesi. Tuttavia, ella ritiene poco probabile che il nuovo transnazionalismo possa favorire la creazione di una chiesa universale.

Paul Griffiths sostiene inoltre che l’osservanza religiosa ha importanti implicazioni per la sovranità statale. Occorre trovare, a suo avviso, delle prospettive alternative rispetto a quelle che trasformano Dio in un servitore dello Stato, o quelle che considerano lo Stato come la mano di Dio sulla terra.

Nel saggio di J. Bryan Hehir, a quel tempo a capo della “Catholic Charities USA”, viene affrontato l’argomento dell’etica della guerra giusta. Nei decenni successivi alla seconda Guerra mondiale, mentre era in corso un’animata riflessione su temi inerenti i diritti umani e gli armamenti nucleari, la prospettiva religiosa era spesso messa al margine, nonostante che alcune delle idee centrali del dibattito trovavano origine proprio nel pensiero religioso.

Con la fine della Guerra fredda, gli anni ’90 videro un rinnovato interesse del ruolo delle idee e delle istituzioni religiose nell’ambito dei dibattiti sull’uso del potere statale. Padre Hehir ritiene che un’analisi relativa al criterio della guerra giusta possa aiutare ad affrontare i problemi correnti della politica internazionale quali l’intervento umanitario delle forze armate e la gestione del fenomeno terroristico.

Da parte sua, John Carlson evidenzia la necessità di assumere una prospettiva di carattere maggiormente teologico sulle questioni internazionali. Prendere in considerazione la santità della dignità umana che è a fondamento dei diritti umani significa sopperire alla forte esigenza di arricchire una visione meramente kantiana della giustizia. Sviluppando un sistema di giustizia internazionale che possa far fronte alle questioni relative ai diritti umani, Carlson sostiene la necessità di adottare il concetto antropologico fondamentale di persona quale immagine di Dio.

Le opinioni su come integrare una visione religiosa nella politica internazionale variano sicuramente molto. Ma che la religione abbia in ogni caso un ruolo, appare innegabile.