Ricordando la parabola del “Figlio prodigo”

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di Renzo Allegri



ROMA, lunedì, 13 settembre 2010 (ZENIT.org).- Nei giorni scorsi, sui giornali ci sono state varie polemiche sul film “Gli angeli del male”, presentato a Venezia che si ispira alla vita di Renato Vallanzasca, autore di rapine, omicidi, sequestri condannato a due ergastoli e 260 anni. Altre polemiche riguardavano Gianfranco Stevanin, serial killer, condannato all’ergastolo per aver ucciso sei donne, facendole a pezzi, che ora dal carcere ha fatto sapere che vorrebbe iniziare una nuova fase della sua vita, diventando frate laico, nel Terz’Ordine francescano. Radio 24, prendendo spunto da queste vicende, ha fatto un sondaggio tra i suoi ascoltatori chiedendo: “Credete alla redenzione di chi ha ucciso?”. Il 70 per cento delle persone che hanno risposto ha detto no, e il 30 per cento sì.

Un risultato che fa riflettere. Non è certo illuminato da una visione cristiana delle persone e, in un Paese in cui, volere o no, le radici sono intrise di cristianesimo, appare sconcertante. E’ una condanna non di “fatti accaduti”, ma di “probabilità future”. Afferma che una persona responsabile di certi delitti efferati, come l’omicidio, non può pentirsi, cambiare, redimersi. L’uomo è un essere libero, e può usare questa libertà per compiere il bene o il male. La sua esistenza, la sua condotta non sono predeterminate. E, per il cristiano, nella vita dell’uomo vi è sempre presente Dio, che segue ogni attimo del vivere con l’amore di un padre, come ha insegnato Gesù con la parabola del figlio prodigo.

Un uomo, per quanto gravi siano state le sue azioni passate, può sempre cambiare la propria condotta. E questo avviene con grande frequenza. Ne sono testimoni proprio quei sacerdoti che svolgono il compito di “cappellani” nelle carceri. Ognuno di loro potrebbe raccontare decine di storie di assassini che hanno poi espiato le proprie colpe con responsabilità e con profonda umiltà. Come giornalista, io stesso mi sono trovato di fronte a casi del genere. Ricordo Piero Cavallero. Nel 1960, era il capo di una banda che portava il suo nome, e aveva, all’inizio, forti connotazioni politiche di estrema sinistra, con il miraggio di agire, sia pure fuori dalla legge, a favore della povera gente.

Cavallero, con la sua banda, composta da quattro persone, iniziò con rapine, che chiamava “rivoluzionarie e sociali”, ma che in breve si trasformarono in scorribande violente, che seminavano terrore e morte. L’ultima impresa fu quella del 25 settembre 1967 a Milano. Dopo avere svaligiato una banca, Cavallero e i suoi scagnozzi inscenarono un raid per le vie della città, sparando all’impazzata. Un raid durato una trentina di minuti e che lasciò sull’asfalto tre morti e dodici feriti, tra i quali anche un bambino. In seguito i banditi furono catturati. Nel 1968, Cavallero fu condannato all’ergastolo essendo stato ritenuto responsabile di 5 omicidi, 23 rapine, 5 sequestri di persona.

In carcere, il bandito cominciò a riflettere. La lettura del Vangelo gli fece capire che la vera rivoluzione sociale l’aveva compiuta Gesù ma non con il mitra bensì con l’amore. Divenne, come per incanto, un ammiratore di Gesù. Lo venni a sapere dal cappellano del carcere di Porto Azzurro nel 1969. Anche lui era stupito dal comportamento di Cavallero, e riteneva che far sapere che il terribile bandito si era convertito, poteva illuminare molti giovani che lo avevano ammirato nel male. Mi invitò al penitenziario di Porto Azzurro e organizzò in modo che potessi incontrare Cavallero. Infatti, mentre ero nell’ufficio del cappellano, all’interno del carcere, arrivò Cavallero, che aveva il permesso di andare a trovare il sacerdote. Restammo a parlare per circa un’ora. “Che ne pensi?”, mi chiese il cappellano al termine di quel colloquio. “Sono perplesso”, risposi.

Ero colpito da quanto avevo ascoltato da Cavallero ma non mi fidavo di lui. Pensavo che stesse inventando tutto per finire ancora sui giornali. Anche se poteva essere un grosso scoop, non scrissi nessun articolo. Ma dopo un paio di mesi, telefonai al cappellano del carcere per avere aggiornamenti. Mi disse che tutto procedeva bene, anzi in meglio. Allora gli chiesi se poteva farmi avere da Cavallero una lettera, un documento scritto di suo pugno, sul proprio cambiamento. E Cavallero scrisse. Una lunghissima lettera. Pacata, ragionata, che mi convinse a raccontare la sua storia in un lungo articolo, pubblicato dal settimanale “Gente” (dove lavoravo come inviato) nel numero 28 del 1969.

L’articolo fece molto scalpore. Venne ripreso, commentato, e, da molti, anche deriso, perché ritenevano impossibile la conversione di un assassino di quel tipo. Ma, come poi dimostrarono i fatti, il cambiamento di Cavallero era autentico. Chissà che cosa era accaduto in lui. Forse era rimasto colpito dalla parabola del Figlio prodigo, o dalle parole di Gesù sulla croce al ladrone crocifisso come lui, o aveva pensato al dolore della madre di Gesù ai piedi della croce, e lo aveva paragonato a quello che vedeva sul viso della propria madre durante le visite. Non scrisse niente di questo nella lettera, ma sta di fatto che il cambiamento era vero, la Grazia di Dio era entrata in lui e lo stava trasformando.

Cavallero divenne un carcerato esemplare, pentito delle violenze commesse. Fu anche pestato dagli altri carcerati per le sue idee religiose. Nel 1988, tornò libero e da uomo libero volle dedicare la sua vita all’aiuto dei barboni nel movimento Sermig di Ernesto Olivero. Morì nel 1997. Alcuni mesi prima aveva scritto al cardinale Martini, arcivescovo di Milano. «Mi sono rivolto a lei, ed è la prima volta che oso compiere un gesto del genere, perchè ho sentito che lo debbo, che è un passo in più da fare per pagare i miei debiti. Proprio a Milano si concluse, in modo violentissimo e tragico, la mia carriera di bandito. Ed è a Milano, turbato, ferito e scosso, che devo soprattutto chiedere perdono, da penitente, in silenzio». E il cardinale volle incontrarlo.

Molti hanno scritto che Cavallero si avvicinò alla religione negli ultimi anni della sua vita. Ma non è vero. Il cambiamento avvenne all’inizio della sua esistenza di carcerato, come dimostra quel mio lontano articolo del 1969. La storia cristiana è piena di pentiti, figli della Grazia di Dio. Emblematica è anche un’altra vicenda del nostro tempo, quella di Jacques Fesch. Nato in Francia nel 1930, figlio di un banchiere, famiglia cattolica, a 17 anni si ribella contro l’educazione ricevuta, abbandona la religione e inizia una vita sregolata. Sposa civilmente una ragazza che aveva messo incinta., ma poi abbandona moglie e figlia, ed ha un figlio da un’altra donna. Pensa di girare il mondo in barca, ma i suoi non gli danno i soldi per comperare l’imbarcazione. Nel 1954 tenta una rapina e uccide un poliziotto. Viene arrestato, processato e condannato a morte. La sentenza fu eseguita il primo ottobre 1957, quando Jacques aveva soltanto 27 anni.

In seguito, si venne a sapere che, in carcere, Jacques Fesch si era convertito. Anche lui era stato folgorato dalla Grazia di Dio e negli ultimi tre anni aveva tenuto una condotta esemplare. Il suo Diario, poi pubblicato, e le lettere ai parenti e agli amici, sono un documento commovente e inconfutabile. Così importante da convincere il cardinale di Parigi, Jean-Marie Lustiger, ad aprire, nel 1993, il processo di beatificazione di questo giovane assassino. Il 2 dicembre 2009, anche Benedetto XVI ha citato, in piazza San Pietro, il nome di questo giovane.

E’ difficile immaginare che cosa possa accadere nel profondo della coscienza di una persona. Quello è il luogo dell’incontro inevitabile con Dio. E, se appena l’uomo ascolta e si apre alla Grazia, tutto diventa possibile.