Ricordo di un rivoluzionario

Nelson Mandela viene ricordato come uno statista, ma la sua eredità più importante sta nell'avere compreso il rapporto di forze: non solo in Sudafrica

Roma, (Zenit.org) Alfonso M. Bruno, F.I. | 316 hits

In morte di Nelson Mandela, si sottolineano in tutti i commenti e gli editoriali tre aspetti della sua personalità.

L’ex Presidente è stato in primo luogo un martire, inteso nel senso originario della parola, e cioè un testimone.

Questa è sicuramente una eredità positiva, perché va dato atto a Mandela di avere proclamato e cercato tenacemente di attuare l’idea dell’eguaglianza tra gli esseri umani, quando tutto il mondo la affermava, ma si preferiva mettere tra parentesi per quieto vivere – essendo il Sudafrica il Paese dell’oro, dei diamanti e di tante altre risorse del sottosuolo – il fatto che un principio ormai così scontato vi veniva addirittura negato  in linea di principio.

E’ giusto dunque riconoscere che Mandela ha pagato un prezzo enorme perché la teoria divenisse realtà.

In secondo luogo, si ricorda l’ex Presidente come statista, per avere guidato una transizione democratica, non diretta a traghettare i suoi concittadini, come stava avvenendo in tante altre parti del mondo, da una dittatura ad uno Stato di Diritto, ma volta a cancellare una anacronistica supremazia razziale che sembrava impossibile da abbattere con mezzi politici e negoziali.

I Boeri, l’etnia bianca dominante ma non collegata con un potere coloniale, distaccati ormai da secoli dalla madre patria europea, forti di una interpretazione di origine calvinista della Bibbia per cui la ricchezza ed il potere costituivano un dono di Dio attribuito nell’immanenza storica, il meritato riconoscimento per la loro giusta fede, si consideravano titolari di una funzione messianica, come l’antico Israele.

Era veramente quasi impossibile rinunziare ad una supposta missione che si fondeva con la loro identità nazionale: quella  stessa missione che aveva motivato la resistenza contro gli Inglesi ai primi del Novecento.

Mandela, nella transizione sudafricana, agì soprattutto come mediatore, forte della propria autorità morale, e di un Paese inventato dai bianchi in funzione della loro supremazia seppe fare un Paese arcobaleno, la cui composizione etnica particolarmente variegata finì per riflettersi nel nuovo assetto costituzionale.

Non vi è dunque dubbio sulla sua funzione di statista.

Egli fu tuttavia anche un abile politico, che ad una minoranza spaventata seppe offrire non soltanto la mancanza di ogni atteggiamento di rivalsa da parte dei neri, ma anche una partecipazione adeguata nella nuova ripartizione del potere: se la politica – in virtù del principio di maggioranza – diveniva prerogativa della sua gente, ai Boeri sarebbe rimasto il potere economico, grazie al controllo della ricchezza mineraria.

Il Mandela martire, statista e politico non devono farci però dimenticare che egli rimase sempre un rivoluzionario.

L’accettazione del pluralismo politico è dunque da giudicare alla stregua di una sorta di contraddizione tra la teoria e la prassi, in un personaggio rimasto dichiaratamente ed ostinatamente fedele alla sua formazione giovanile marxista?

Non necessariamente, perché Mandela mantenne del marxismo, e praticò in modo impareggiabile, la capacità di calcolare i rapporti di forza.

Ed il rapporto di forza relativo allo specifico sudafricano era da inquadrare in una visione prima continentale, e poi mondiale.

L’anomalia razzista del suo Paese si manteneva in quanto i Boeri sapevano vendere bene all’Occidente, ma soprattutto all’America (obiettivo, questo, sempre più difficile quanto più aumentava negli Stati Uniti l’influenza della comunità di origine africana) la loro opposizione al comunismo.

E proprio la caduta del comunismo venne sfruttata da Mandela, grande sportivo e buon conoscitore delle tecniche del corpo, come la sua grande occasione, in quanto la vittoria dell’Occidente poteva costituire quella forza avversa che bastava canalizzare per ottenere la vittoria: i Boeri non potevano ormai più presentarsi come i campioni dell’anticomunismo nel Continente Nero.

Si stava però anche determinando una evoluzione nei rapporti di forze mondiali, con il declino dell’Occidente e con l’emergere delle potenze extraeuropee: questo rendeva obsoleto ogni atteggiamento oppressivo verso i bianchi; era infatti inutile per i neri trasformarsi da perseguitati in persecutori quando la parte avversa era posta di fronte ad un declino inarrestabile del suo vecchio potere.

Bastava, secondo Mandela, lasciar fare alla storia.

Il resto è cronaca di questi ultimi anni, con il capitale cinese che sottomette inesorabilmente l’Africa, puntando proprio sul controllo delle risorse minerarie, mentre l’Occidente batte dovunque in ritirata.

Amato dalla sua gente, Mandela è anche rispettato dagli Europei e dagli Americani per la sua magnanimità: senza però nulla togliere alla sua indubbia grandezza d’animo, si tratta piuttosto della visione strategica di chi ha saputo capire la storia; il Presidente non ha mutato il rapporto di forze, ha però compreso e sfruttato le possibilità aperte all’azione politica dal suo cambiamento.