Riflessioni di un vescovo dopo aver visto “La Passione di Cristo” di Mel Gibson

“Ci ha amati fino alla fine” (Gv 13,1), afferma Don Arteaga, vescovo ausiliario di Santiago

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SANTIAGO, venerdì 19 marzo 2004 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le riflessioni scritte dal vescovo ausiliario di Santiago del Cile, Don Andrés Arteaga Manieu, dopo aver visto il film “La Passione di Cristo”, diretto da Mel Gibson.




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Alcuni giorni fa sono stato invitato ad un’anteprima del film “La Passione di Cristo”, diretto da Mel Gibson. Ero già a conoscenza delle polemiche delle quali la stampa si era fatta eco, del successo di pubblico nelle prime settimane di programmazione, dei commenti degli specialisti cinematografici, di alcune opinioni contrastanti sul contenuto del film e sulla sua pertinenza.

Mi spaventava l’idea di assistere ad uno spettacolo con scene forti. Non è stato così, anzi, sono molto felice di averlo visto, e ho capito perché, dove era stato programmato, il 76% degli spettatori affermava che lo avrebbe raccomandato ad un amico e il 32% che lo avrebbe visto un’altra volta. Si tratta di un tema particolarmente delicato e importante per i credenti, che costituisce il nucleo della nostra fede cristiana; e sorprendentemente è stato trattato con bellezza e verità.

Nel film c’è un tipo di bellezza, che può essere apprezzata da chi lo vede con occhi disposti a scoprire la professionalità degli attori e la cura nei particolari. Si può affermare che c’è devozione, anche sensibilità e delicatezza nel trattare un tema complesso e profondo, così umano e allo stesso tempo divino.

C’è verità, perché nelle linee generali e in molti dettagli il film si attiene alle narrazioni evangeliche. Porta a riflettere, a meditare, a contemplare la persona e il mistero di Cristo, il Suo sacrificio volontario, il Suo perdono redentore e salvatore. Il film non mi ha provocato sentimenti negativi, ma dolore per il peccato, per i miei peccati, gratitudine per la redenzione e il sacrificio di Cristo, per l’appoggio incondizionato di Dio Padre a Suo Figlio, e a tutti noi, Suoi figli, di fronte al peccato del mondo.

Il film spinge a studiare meglio le Scritture, a conoscere più a fondo i Vangeli, a celebrare in modo più autentico l’Eucarestia. Bisogna comunque ricordare che è un film, né più né meno, è una forma d’arte. In qualche modo, il tema e la forma di proporlo coinvolgono lo spettatore. Non si può rimanere indifferenti. Può anche inquietare, perché suscita domande serie e pressanti su argomenti importanti come il dolore estremo, il senso della vita, il tradimento, il sacrificio, l’amore.

Bisogna ricordare che il punto nodale del film è costituito dalla croce e dalla resurrezione di Gesù, in cui si compie una volta per sempre il disegno salvifico di Dio (Eb 9,26). Il Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicato nel 1992 dal Santo Padre Giovanni Paolo II e che è una “regola sicura per l’insegnamento della fede”, dedica un intero articolo al commento di questa affermazione del Sinodo: Gesù Cristo patì sotto il potere di Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto.

In circa sedici pagine, con centinaia di riferimenti alla Scrittura e soprattutto agli scritti evangelici, si parla in modo storico e concreto della Passione e della sua interpretazione teologica. Si tratta della parte compresa tra il numero 571 e il 630. All’inizio si ricorda che “la fede può indagare le circostanze della morte di Gesù che sono state trasmesse fedelmente dai Vangeli e precisate da altre fonti storiche, al fine di comprendere meglio il senso della Redenzione” (573).

La spiegazione inizia inquadrando il rapporto tra Gesù e Israele, il Suo atteggiamento nei confronti della Legge, del Tempio e della fede nel Dio unico e salvatore. Per quanto riguarda il Suo “processo”, si menzionano le divisioni delle autorità religiose di fronte alla sorte di Gesù (595-596), dicendo chiaramente che gli Ebrei non sono responsabili collettivamente della Sua morte (598).

Si spiega a lungo come la morte redentrice di Cristo e il Suo offrirsi totale, libero e volontario per amore del Padre e per i nostri peccato si inseriscano nel disegno di salvezza di Dio (599-618). Sono paragrafi di grande contenuto biblico, spirituale e teologico, che culminano proprio con la nostra partecipazione al sacrificio di Cristo. La spiegazione termina con la sepoltura di Gesù. Sono pagine che conviene leggere prima o dopo aver visto il film: una meditazione eccellente.

Tra le tante cose che mi hanno colpito del film, ci sono l’accettazione della sofferenza da parte di Gesù, l’atteggiamento di tenerezza, fedeltà e vicinanza al figlio della Santissima Vergine Maria, il tradimento di Giuda, la negazione di Pietro, la fedeltà di Giovanni e di Maria Maddalena, la sottile presenza del demonio che viene definitivamente sconfitta, gli sguardi di Gesù e quella che potrebbe essere una “Lacrima del padre” di fronte alla morte di Gesù.

Si potrebbe discutere se era necessario offrire un tale sacrificio e versare tanto sangue, ma nei Vangeli Gesù parla precisamente di carne offerta e sangue versato per noi, per tutti e per i nostri peccati. Questa moderna Via Crucis, via della croce, che è anche la Via Lucis, via della luce, può aiutare a conoscere e amare meglio Gesù, a celebrare in modo più profondo l’Eucarestia, e, spero, a vivere come Suoi degni discepoli incarnando nella nostra vita il Suo messaggio di perdono e impegno a favore di tutti coloro che oggi vengono flagellati e crocifissi.