Riforma della Chiesa ed evangelizzazione

La dimensione teologica e pastorale del pontificato di papa Francesco

Roma, (Zenit.org) Gilfredo Marengo | 250 hits

Nel breve scorcio d’inizio di pontificato, Papa Francesco ha progressivamente manifestato alcuni tratti distintivi della modalità con la quale intende esercitare il suo magistero, non solo nelle forme comunicative da tutti giustamente segnalate ed enfatizzate, ma pure nei testi in qualche modo riconducibili ai modelli consueti degli insegnamenti papali.

Il forte profilo pastorale e missionario sembra condurre a lasciare maggiormente sullo sfondo l’interesse ai dibattiti teologici e alle questioni disputate più vive nel contesto ecclesiale odierno. Senza voler esasperare i riferimenti alla biografia di Jorge Mario Bergoglio, se più volte è stato ricordato che un gesuita «nec rubricat nec cantat», altrettanto ovvio è il rilievo che la teologia dell’accademia non è mai stata un campo privilegiato del suo lungo percorso di religioso e vescovo.

Nel medesimo tempo sarebbe improvvido e superficiale concludere ad un’irrilevanza teologica dei sui primi atti di magistero, almeno per due ragioni fondamentali. La più importante è la necessaria integrazione del sapere teologico alla missione apostolica della Chiesa, pena la sua riduzione ad un profilo ideologico, inutile se non dannoso. La seconda ricorda che, se la ricerca teologica è tesa ad una riflessione sistematica e critica sull’esperienza della fede, quest’ultima viene custodita nella fedeltà al depositum fidei proprio dal carisma di Pietro e del collegio apostolico.

Appare, dunque, evidente che l’insistenza sulla dimensione pastorale e missionaria interroga la teologia in modo non marginale, sollecitandola ad una verifica attenta del suo statuto e delle forme espressive con le quali essa, oggi, si pone al servizio del cammino di tutto il corpo ecclesiale.

Un esempio può offrire qualche elemento di chiarificazione ed aprire nuove piste di indagine. Se si legge con attenzione l’esortazione apostolica Evangelii gaudium appare chiara – soprattutto nella prima sezione - l’intenzione programmatica del testo e la volontà di tratteggiare un quadro metodologico, ritenuto necessario affinché la Chiesa sia oggi sempre più fedele alla sua missione evangelizzatrice.

È importante osservare l’esplicito richiamo al magistero del Vaticano II, evocato dal riferimento alla Lumen gentium (n° 17). Nel medesimo tempo la lettura del documento permette di cogliere un tratto distintivo dello sguardo di Papa Francesco ben illustrato da questa osservazione: «Lungi dal ricorrere alla distinzione tra chiesa ad intra e chiesa ad extra, con le sue prime parole e decisioni da papa egli ha dimostrato una viva coscienza del legame esistente tra la vita istituzionale della chiesa e la sua capacità di vivere il vangelo e di testimoniarlo» [1].

Uno dei nodi teologici centrali di tutto il percorso conciliare, sia negli anni della celebrazione del Vaticano II, sia nel lungo percorso recettivo, viene riformulato (forse si potrebbe dire meglio: ridimensionato  e corretto) non a partire da un’istanza sistematica, ma da un’acuta valutazione della condizione presente della vita della chiesa. Ma dire questo non basta. Infatti l’atteggiamento fondamentale del Papa, più volte evocato con la nozione di discernimento, chiede un successivo passo in avanti. Le obiettive difficoltà che sembrano esigere oggi non pochi interventi sulle istituzioni della chiesa sono lette ed esaminate in un’ottica di evangelizzazione. Il nocciolo del problema, dunque, non è solo un’inefficienza di strutture, ma l’esplicito primato della missione, cui tocca il compito di riplasmare la fisionomia della comunità ecclesiale.

Da questi accenni si potranno anche trarre nuovi elementi per valutare criticamente una chiave interpretativa (chiesa ad intra / chiesa ad extra) che forse al presente mostra più limiti di quanti in passato si potessero osservare. Certamente molto più interessante appare, anche per la teologia, la provocazione ad una lettura di questi «segni dei tempi»: oggi essi sollecitano con particolare energia le comunità cristiane ad una verifica radicale di tutte le loro forme espressive – anche istituzionali – in chiave di evangelizzazione e di missione. Di conseguenza se si pone, per esempio, attenzione al cantiere - ancora aperto - della collegialità bisogna stare attenti: non sembra opportuno immaginare come prioritario un percorso che – in analogia alle riforme costituzionali proprie degli stati moderni – debba giungere ad elaborare un nuovo e compiuto assetto istituzionale della vita della Chiesa. Piuttosto l’Evengelii gaudium sembra spingere nella direzione di una comunità ecclesiale che rigenera la sua fisionomia, consegnandosi totalmente alla propria missione apostolica, correggendo ogni deriva autoreferenziale e quel «centrismo» della Chiesa, su cui già Giovanni Paolo II invitò a vigilare.

*** 

[1] H. Legrand, Il primato romano, la comunione tra le chiese e la comunione tra i vescovi, in «Concilium» 49 (2013), 91.