Ripensare le strategie di prevenzione dell’HIV/AIDS

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ROMA, 2 maggio 2004 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, sul tema riguardante i sistemi di prevenzione dell’HIV/AIDS, con un’analisi dell’efficacia dell’uso del preservativo.




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Da circa vent’anni, il mondo sta affrontando la lotta contro l'epidemia dell’AIDS (Acquired Immunodeficiency Syndrome). Secondo i dati raccolti nel 2003 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, le persone che attualmente vivono con HIV o AIDS sono circa 42 milioni nel mondo. Nonostante i notevoli miglioramenti nelle terapie, grazie alle quali il passaggio dalla sieropositività HIV all’AIDS è divenuto meno scontato e la vita dei malati di AIDS si è allungata in modo considerevole, la sindrome resta una malattia mortale fra le più temibili del nostro tempo.

Le modalità di intervento preventivo finora più praticate consistevano in massicce campagne di diffusione dei preservativi o condom, senza che venissero adeguatamente affrontate le questioni etiche sottese alla trasmissione sessuale della malattia. Anche in Italia, fino a pochi anni fa, le reti televisive proponevano insistentemente spot pubblicitari sul collegamento fra uso del condom e prevenzione dell’AIDS, con lo slogan “Se la conosci la eviti”.

Ma qualcosa sta cambiando nel “mito” del preservativo. Il titolo di un libro pubblicato nel dicembre 2003 da Edward Green, ricercatore del Center for Population and Development Studies di Harvard, suona appunto Rethinking AIDS Prevention: Learning from Successes in Developing Countries (Ripensare la prevenzione dell’AIDS: la lezione dei successi nei paesi in via di sviluppo).

Lo stesso autore, in un lavoro di equipe estremamente qualificato dal punto di vista scientifico ed
epidemiologico, ha presentato nel gennaio 2004 uno studio presso il Medical Institute for Sexual Health a Washington D.C. che attesta come la distribuzione a tappeto dei preservativi nel continente africano, in particolare nell’Africa sub-sahariana che risulta la più colpita dal male, non abbia sortito gli effetti sperati (http://www.newsmax.com/archives/ic/2004/1/16/13230.shtml ).

Anzi, i dati raccolti in paesi come Kenya e Botswana indicano che ad un incremento nella vendita di preservativi si accompagna un aumento di contagi, dal momento che una maggiore promiscuità produce, statisticamente, un aumento del rischio di infezione.

Ciò significa che la soluzione reale al problema dell’AIDS non può consistere nella proposta fallace del “sesso sicuro”, ma in un mutamento del comportamento promiscuo, da perseguire con una tenace e paziente opera culturale e educativa. Afferma infatti Green: “nell’arco della vita, è il numero dei partner sessuali che conta, mentre il grado di diffusione dei preservativi si è rivelato non determinante”.

Lo studio citato, dal titolo ABC. Un approccio alla pandemia dell’AIDS, cita come esempio di validità della metodologia AB (Abstinence e Be faithful) il caso dell’Uganda, dove il governo, promuovendo appunto l’astinenza e la fedeltà, ha indotto una drastica diminuzione di comportamenti a rischio: i rapporti sessuali occasionali sono infatti calati del 65%, laddove l’esclusivo ricorso alla metodologia C (Condom) ha prodotto effetti contrari, come era prevedibile.

La falsa sicurezza generata dal preservativo si fonda sull’ignoranza delle sue reali capacità preventive. Anche quando usato correttamente e nel 100% dei casi – cosa che accade piuttosto di rado – il condom ha un’efficacia dell’80% circa, pertanto ben due persone su dieci contraggono l’infezione pur avendo avuto rapporti “protetti”.

Le dimensioni del virus dell’HIV, infatti, sono 500 volte inferiori a quelle degli spermatozoi, e possono dunque penetrare più facilmente attraverso la parete del dispositivo (G. J. Woodall, The use of the condor to protect against the transmission of Hiv in prison, “Medicina e Morale”, 1999/6, pp. 1073-1074).

A fronte di questi risultati, già da alcuni anni l’amministrazione degli Stati Uniti ha avviato programmi di educazione alla castità, consapevole che il costante aumento di contagi da malattie sessualmente trasmesse (15 milioni di nuovi casi ogni anno secondo le stime effettuate dal National Institute of Health nel 2001) rappresenta una questione eminentemente etica.

Non si tratta cioè di trovare la soluzione strumentale che consenta di mantenere il comportamento disordinato senza sortirne gli effetti negativi, come auspicano coloro che, svanite molte delle speranze riposte nel preservativo, attendono trepidanti l’arrivo di un vaccino contro l’AIDS.

Tale rimedio è senz’altro auspicabile, naturalmente, ma non elimina il fatto che la trasmissione per via sessuale dell’AIDS è un effetto disastroso di un comportamento iniquo, la promiscuità sessuale, che mina in profondità la naturale bellezza ed esclusività dell’unione coniugale, con ricadute gravissime sull’individuo e sulla società, in particolare sugli innocenti che vengono loro malgrado coinvolti.

Non basta un nuovo vaccino per guarire il male morale. L’illusione che la scienza e la tecnica possano risolvere ogni problema, ogni malattia, ogni conseguenza negativa delle azioni umane, infatti, rende assurdamente ciechi al fatto, per sé evidente, che non è possibile negare l’ordine naturale senza pagarne in qualche modo pesantemente le conseguenze.

La Chiesa, che viene accusata di privare l’uomo della sua libertà e della sua felicità, cerca al contrario di promuoverle in tutti i modi, e per questo esorta a vedere nella sessualità una dimensione costitutiva dell’essere umano, che consente all’uomo e alla donna di essere pienamente dono l’uno per l’altra.

Il modo più perfetto di questo dono, a livello naturale, consiste nel dono totale ed esclusivo di sé che si fanno vicendevolmente gli sposi, e che si esprime massimamente nell’unione sessuale coniugale. La promiscuità, invece, giustificata talora con la presunta ingovernabilità dell’impulso sessuale talora con la volontaria e “spensierata” condiscendenza ad esso, trasformano l’atto sessuale da donazione reciproca a reciproco utilizzo.

E qui risiede anche la radice di molti dei gravi attentati contro la vita e la dignità umana cui si assiste quotidianamente: dove l’altro diviene un mezzo per la realizzazione dei propri scopi, il valore intrinseco della persona viene radicalmente negato o mistificato, e alla logica dell’amore e della giustizia si sostituisce inesorabilmente quella dello sfruttamento e della prevaricazione.

Le società rischiano così di ricadere sotto la legge del più forte, mentre i deboli – dal bambino non nato al morente, dalle mamme in difficoltà ai paesi poveri – diventano le prime vittime di questo ritorno “tecnologico” alla barbarie.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]