Risurrezione: per sempre con il Dio di Maria

XXXII Domenica del Tempo Ordinario, 7 novembre 2010

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di padre Angelo del Favero*



ROMA, venerdì, 5 novembre 2010 (ZENIT.org).- “Ci fu anche il caso di sette fratelli che, presi assieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: “Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri”.(…) Ridotto in fin di vita egli diceva: “E’ preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati, ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita” (2 Maccabei 7, 1-2; 9-14).

In quel tempo si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: “Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”. Gesù rispose loro: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli, e poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui” (Lc 20,27-38).

In apparenza, l’argomento biblico con cui Gesù dimostra “che i morti risorgono”, non sembra costituire, dal nostro punto di vista, una vera e propria prova della risurrezione. In effetti, sembrerebbe più convincente la visione di Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte Tabor, dove Mosè ed Elia, morti parecchi secoli prima, si mostrano vivi, “in tempo reale”, mentre parlano con Gesù (Lc 9,28-36).

Ma il Signore cita Mosè perché deve confutare, mediante Mosè, l’errore dei sadducei, i quali negavano la risurrezione dei morti sulla base del fatto che i suoi scritti non ne parlano esplicitamente. Perciò Gesù dichiara:

Che i morti risorgano lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe” (Lc 20,37).

Si tratta del preciso riferimento al testo seguente: “L’angelo del Signore apparve a Mosè in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava” (Es 3,2).

Il roveto, sottoposto al fuoco naturale, si sarebbe consumato in fretta, come ogni altro albero. Ciò che ora lo fa resistere al fuoco è la fiamma divina che lo incendia “dal mezzo”, dall’intima sua essenza divenuta inalterabile.

Perciò il fuoco che impedisce al roveto di consumarsi è simbolo della vita di Dio, il quale “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21), vestendolo di “incorruttibilità e di immortalità” (1Cor 15,53-54).

Ma non dobbiamo attendere l’al di là per contemplare il compimento del mistero del roveto ardente.

Infatti, la prima creatura del genere umano ad essere stata vestita di incorruttibilità e di immortalità è la purissima Madre di Dio, la Vergine Maria: “Ciò che era prefigurato nella fiamma e nel roveto fu apertamente manifestato nel mistero della Vergine. Come sul monte il roveto ardeva, ma non si consumava, così la Vergine partorì la luce, ma non si corruppe. Né ti sembri sconveniente la similitudine del roveto, che prefigura il corpo della Vergine, la quale ha partorito Dio” (San Gregorio di Nissa, in “I volti di Maria nella Bibbia”, di G. Ravasi, p. 33).

Avendo dato il proprio assenso all’incarnazione del Verbo, concepito mediante la fede “in mezzo” a Lei (nel suo grembo),“la Vergine ha accolto Dio come il fuoco che perdurava nel roveto; e come sul monte il fuoco persistente nel roveto appariva come una duplice realtà, ossia fuoco e roveto, così Dio stesso, il quale discese nella Vergine e da Lei assunse la natura umana, viene riconosciuto come Dio e come uomo. Come uomo appare allo sguardo e può essere palpato, come Dio appare alla mente ed è intangibile” (Filosseno, id. p. 34).

Perciò, a maggior ragione, per far capire che “Dio non è dei morti, ma dei viventi”, possiamo aggiungere a quello dei tre patriarchi il nome di Maria: “il Signore è il Dio di sua madre, Dio di Maria”, perchè il rapporto che Dio stabilisce con i suoi amici, mediante la fede, è una relazione di appartenenza profonda, vitale, incorruttibile ed eterna, come l’Amore.

La persona di Maria costituisce nella Chiesa il riferimento fondamentale, lo specchio in cui contemplare l’intero mistero della salvezza, un arco eterno che Paolo ha magistralmente sintetizzato in poche righe: “Poiché quelli che egli ha da sempre conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati” (Rm 8,29-30).

Queste parole dell’apostolo le possiamo riferire anzitutto alla Madre di Gesù, la primogenita dei redenti, non solo contemplando in lei la gloria finale della “donna vestita di sole” (Ap 12,1), ma riconoscendo ed imparando la sua fede certa nella Risurrezione, simile a quella della madre dei sette fratelli Maccabei, nominata nella prima Lettura.

Conviene qui far seguire la descrizione della fortezza mirabile di questa donna, uccisa per ultima: “Soprattutto la madre era ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché, vedendo morire sette figli in un giorno solo, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore. Esortava ciascuno di loro nella lingua dei padri, piena di nobili sentimenti e, temprando la tenerezza femminile con un coraggio virile, diceva loro: “Non so come siate apparsi nel mio seno; non vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore dell’universo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi” (2Mac 7,20-23).

Dalla madre dei sette martiri, alla Madre del Martire divino. Poichè in Maria rifulge, pur con splendore inimitabile, il “genio della donna” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 17), guardando a Lei ogni donna può riconoscere in sé un’intima disposizione naturale a credere e a partecipare alla forza, alla gioia, alla vita del Signore Risorto.

Concludendo, è questo il messaggio profondo contenuto in queste splendide parole: “La donna conserva l’intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di attività orientate al risveglio dell’altro, alla sua crescita, alla sua protezione. Questa intuizione è legata alla sua capacità fisica di dare la vita. Vissuta o potenziale, tale capacità è una realtà che struttura la personalità femminile in profondità. E’ essa che, anche nelle situazioni più disperate – e la storia passata e presente ne è testimone – possiede una capacità unica di resistere nelle avversità, di rendere la vita ancora possibile pur in situazioni estreme, di conservare un senso tenace del futuro e, da ultimo, di ricordare con le lacrime il prezzo di ogni vita umana” (“Lettera sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo”, 31 maggio 2004, Congregazione per la Dottrina della Fede).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.