Ritornare all'autenticità nell'Anno del ripensamento della propria fede

Il messaggio di monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, Vescovo di Locri-Gerace

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di Eugenio Fizzotti

ROMA, domenica, 8 gennaio 2012 (ZENIT.org) - «Nelle intenzioni del Papa il 2012, che abbiamo iniziato da pochi giorni, deve essere per tutti un anno di ripensamento della propria fede, per ritornare all’essenziale e all’autentico, con relativo sforzo di coniugare fede e vita. Ecco perché cercherò di accompagnarvi in questo impegno di ripensamento con alcune riflessioni».

Inizia così il messaggio che mons. Giuseppe Fiorini Morosini, vescovo di Locri-Gerace, ha inviato a tutti i fedeli della sua Diocesi il giorno dopo la festa dell’Epifania che, come risulta dai testi biblici presenti nella celebrazione eucaristica, ha evidenziato che «il Bambino nato a Betlemme si rivela come il Figlio di Dio fatto uomo, venuto per essere luce per gli uomini, per guidarli sulla strada della salvezza».

Trattandosi di parole capaci di entrare nel cuore del cristiano e di fargli esprimere lo stesso atto di fede compiuto da Pietro, mons. Morosini si domanda «da chi potremo andare per essere aiutati a dare un senso alla nostra vita?» e con estrema sincerità e profonda condivisione presenta i diversi interrogativi che si agitano in lui e che probabilmente sono anche dei membri della diocesi.

Punto di partenza è la considerazione che, pur essendosi il Signore rivelato, «la fede rimane per noi sempre un mistero, un salto di qualità che, dall’esperienza delle cose che ci darebbero una possibilità, forse tragica, di leggere la nostra vita, ci catapulta in ciò che non è palpabile e dimostrabile, ma che porta le connotazioni della pace e della serenità», il che vuol dire che occorre muoversi «non nella visione diretta delle cose ma attraverso i segni, non sempre facili da cogliere e soprattutto da interpretare».

In effetti, «se Cristo ci ha rivelato il volto del Padre e ci ha portato la sua salvezza, come facciamo ad accogliere tale salvezza se la  nostra vita si svolge tra fatti e avvenimenti che sembrano distoglierci da Dio, piuttosto che aprirci a lui e soprattutto comunicare con lui? Come coniugare l’esperienza del male con la bontà di Dio e con la sua provvidenza di Padre? Perché anche dopo l’incarnazione di Gesù la paternità di Dio continua ad essere un mistero per noi e non una realtà tangibile e sperimentabile?».

Riconoscendo che «diventare uomo è stata per Dio una scelta voluta, che ha chiuso nel mistero, cioè in una dimensione non incontrovertibile, il suo intervento a favore dell’uomo, e ciò per suscitare attraverso la fede la libera adesione dell’uomo», mons. Morosini sottolinea con una certa amarezza che «il bambino di Betlemme è pur sempre un bambino, che alcuni accolgono solo come tale e non come Figlio di Dio», anche se «offre alcuni segni, che, se accolti e interpretati, ci spingono alla fede, senza determinarla, e mentre durante la sua vita avvengono alcuni episodi naturalmente inspiegabili (la voce e la colomba al momento del battesimo), egli stesso compie alcuni gesti umanamente impossibili (i miracoli, come il mutare l’acqua in vino)».

È indispensabile, dunque, andare alla ricerca di segni per capire la presenza di Gesù e credere nella sua origine divina, accettando anche il crogiuolo del dubbio, dell’indecisione e della tentazione del rifiuto, perché è questa l’unica anche se impegnativa strada attraverso la quale si raggiunge una fede matura, grazie alla quale si accettano le indicazioni di «come arrivare alla comunione di vita con Dio, che egli ci ha insegnato a chiamare Padre».

Con estremo realismo mons. Morosini riconosce che non è semplice «cogliere i segni della provvidenza di Dio e della sua paternità, quando la sofferenza ci prende e l’oscurità del male e della morte sembra avvolgere nel buio la nostra vita». Eppure è proprio «nel vivo di questo travaglio che dobbiamo riscoprire la fede in Gesù come salvatore, non solo per tutto quello che egli ci ha detto, ma soprattutto per quello che ha vissuto come uomo, che si è autoproclamato come inviato dal Padre».

Solo l’accettazione delle parole di Gesù e la profonda adesione alla sua vita diventano in questo modo fonte di salvezza per i credenti con il riconoscimento consequenziale che «la risurrezione, come prova del Padre, ha tolto ogni dubbio sulla sua paternità e ha dato significato alla sofferenza del Figlio, per cui il mistero di morte e di risurrezione del Signore diventa la chiave interpretativa del mistero della nostra vita».

Ciò vuol dire, conclude mons. Morosini, che se il dolore, la morte e il male provocano la tentazione di rifiutare la fede e presumono di attestare l’illusione dell’esistenza di Dio e della sua paternità, occorre con estrema coerenza interiore guardare a Gesù e accoglierlo come salvatore, perché solo «attraverso il suo mistero di morte e risurrezione guardiamo la nostra vita e troviamo in essa la presenza di Dio Padre, che ci sostiene nel momento della prova e ci apre gli orizzonti sconfinati della vita eterna, dove non ci sarà più lutto o sofferenza».