Roma e Londra più vicine nel segno di San Gregorio Magno

Alla celebrazione vespertina al Celio l'incontro tra Benedetto XVI e l'arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams

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di Luca Marcolivio

ROMA, domenica, 11 marzo 2012 (ZENIT.org) – Ieri pomeriggio tradizione e dialogo ecumenico si sono intrecciati nei Vespri celebrati per la III domenica di Quaresima nella Chiesa dei Santi Andrea e Gregorio al Celio.

Papa Benedetto XVI e l’arcivescovo anglicano di Canterbury, Rowan Williams hanno concelebrato e tenuto le rispettive omelie nel Millenario della fondazione della Casa Madre dei Camaldolesi e in memoria del Transito di San Gregorio Magno, il pontefice che, proprio in quel monastero inviò Agostino di Canterbury e i suoi quaranta monaci oltremanica, ad evangelizzare gli Angli.

Il Santo Padre ha sintetizzato la storia della fondazione dei Camaldolesi dell’Ordine di San Benedetto, congregazione sorta “secondo il triplex bonum della solitudine, della vita comune e dell’evangelizzazione”, predicati dal fondatore San Romualdo.

L’Ordine Camaldolese non si è distinto solamente per la sua qualità contemplativa ma anche per il “servizio umile e generoso verso tutti”, concretizzatosi, ad esempio, con “l’accoglienza offerta dalle foresterie”.

Ai tempi dell’umanesimo fiorentino spiccarono invece le disputationes cui parteciparono “grandi umanisti come Marsilio Ficino e Cristoforo Landino”.

In epoca contemporanea, invece, durante la seconda guerra mondiale, fu sempre all’interno dei chiostri camaldolesi che fu concepito il Codice di Camaldoli, “una delle fonti più significative della Costituzione della Repubblica Italiana”, ha ricordato Benedetto XVI.

Altro periodo fiorente furono gli anni del Concilio Vaticano II, durante i quali maturò un rinnovato slancio apostolico dell’ordine, con la benedizione di nuove case negli USA, in Tanzania, in India e in Brasile. “In tutto questo, era garanzia di fecondità il sostegno di monaci e monache che accompagnavano le nuove fondazioni con la preghiera costante, vissuta nel profondo della loro ‘reclusione’, qualche volta fino all’eroismo”, ha osservato il Papa.

Il beato Giovanni Paolo II incontrò i monaci del Sacro Eremo di Camaldoli il 17 settembre 1993, alla vigilia del loro Capitolo Generale. In quell’occasione, come rammentato da Benedetto XVI, papa Wojtyla sottolineò che “scegliere Dio vuol dire anche coltivare umilmente e pazientemente – accettando, appunto, i tempi di Dio – il dialogo ecumenico e il dialogo interreligioso”, coerentemente con l’insegnamento di San Romualdo.

Il cammino spirituale della famiglia camaldolese è proseguito nei secoli “ricercando sempre di nuovo il giusto equilibrio tra lo spirito eremitico e quello cenobitico”, ha proseguito il Pontefice, sottolineando  la dedizione a Dio sia “nella solitudine” che nell’“accogliere i fratelli”.

Il motto della congregazione Ego Vobis, Vos Mihi è, secondo Benedetto XVI, una sintesi della “perfecta caritas” di San Gregorio Magno, “sintesi della formula di alleanza tra Dio e il suo popolo, e fonte della perenne vitalità” del carisma camaldolese.

Come ricordato dal vescovo di Roma, si tratta della terza volta che un arcivescovo di Canterbury e un papa si incontrano nella casa di San Gregorio Magno, a celebrazione del legame plurimillenario che lega la capitale della cristianità e i primi monaci missionari inviati in Inghilterra dallo stesso papa Gregorio.

“La presenza costante di monaci in questo luogo, e per un tempo così lungo, è già in se stessa testimonianza della fedeltà di Dio alla sua Chiesa, che siamo felici di poter proclamare al mondo intero”, ha detto in proposito Benedetto XVI.

Il Papa ha quindi auspicato che il comune pellegrinaggio di Cattolici e Anglicani ai “sepolcri gloriosi dei santi Apostoli e Martiri” possano rinnovare “l’impegno di pregare costantemente e di operare per l’unità, per vivere pienamente secondo quell’ut unum sint che Gesù ha rivolto al Padre”.

Da parte sua l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, ha rievocato anch’egli San Gregorio Magno, in particolare quando questi faceva riferimento alle “tentazioni” e alle “sofferenze” che un ministro della Chiesa deve affrontare.

La “adulazione”, in particolare, ha osservato Williams, “è un tormento poiché quanti sono chiamati a questo ministero sono ben consapevoli della loro propria debolezza ed instabilità interiore”. Tale consapevolezza, tuttavia, è “salutare”, poiché ci aiuta “a servire effettivamente quanti sono in difficoltà, e ci ricorda che noi possiamo trovare stabilità, soliditas, solo nella vita del Corpo di Cristo, non nel nostro risultato”.

Di San Gregorio il presule anglicano ha sottolineato anche la “umiltà” e la “profezia” che lo portarono ad intuire il bisogno di evangelizzare una terra, la Gran Bretagna, inviandovi, per l’appunto, Sant’Agostino di Canterbury.

Il vero pastore della chiesa, ha proseguito l’arcivescovo anglicano, è colui che “rapito nell’eterno atto di auto-offerta di Gesù Cristo attraverso i misteri sacramentali della Chiesa”, sa intuire le necessità degli altri “per “come veramente sono”. Ciò può “causare tormento” ma anche spingere “all’azione”, nel nome e “con la forza di Cristo”.

L’unità della Chiesa “nel suo Corpo uno, santo, cattolico e apostolico”, richiede “l’immersione quotidiana della contemplazione”, senza la quale è impossibile “riconoscerci veramente e ad amarci veramente gli uni gli altri”, ha aggiunto.

Per raggiungere tale scopo è richiesto un “habitus di discernimento, la capacità di penetrare al di là dei pregiudizi e degli stereotipi che colpiscono anche i credenti, in una cultura che è così precipitosa e superficiale in tanti dei suoi giudizi”.

La comunione tra la Chiesa di Roma e quella d’oltremanica – come già affermato da Giovanni Paolo II e dall’allora capo della chiesa anglicana, Robert Runcie nel 1989, in occasione del primo incontro ecumenico a San Gregorio al Celio – è “certa ma imperfetta”, ha ribadito Williams.

“Certa” a motivo della “comune visione ecclesiale”, con la prospettiva della “restaurazione della piena comunione sacramentale, di una vita eucaristica che sia pienamente visibile”.

“Imperfetta” per via del “limite della nostra visione e del deficit nella profondità della nostra speranza e pazienza”.

Se non ci si riconosce in un unico Corpo “non siamo ancora pienamente liberi di condividere il potere trasformante del Vangelo nella Chiesa e nel mondo”.

“Nella disciplina della contemplazione e della quiete, noi siamo condotti più vicini alla verità, e così anche più vicini alla croce del Signore”, ha detto ancora Williams, rendendo infine grazie “per un millennio di tradizione monastica” che ha permesso di celebrare “i doni della vera e chiara visione che sono stati resi possibili da tale testimonianza”.