Sami ed Elisabetta: il sogno della pace a Betlemme

Lasciare l'Italia per insegnare Pedagogia a universitari palestinesi

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Di Nieves San Martín

BETLEMME, martedì, 18 dicembre 2007 (ZENIT.org).- La vita dei cristiani nella città della Natività è intessuta dall'operato semplice e discreto di molti “eroi” anonimi, anche se non si considerano tali.

Hanno risposto con un “sì” a una proposta per la quale ci sono sempre meno candidati: andare a vivere a Betlemme, quando tutti l'abbandonano, per insegnare a universitari palestinesi. Una giovane coppia formata da Sami, cittadino italiano di origini palestinesi, ed Elisabetta, siciliana, ha accettato la sfida.

Era il dicembre del 2005 quando Sami ha ricevuto nella sua casa di Roma una telefonata dell'Università di Betlemme. La sua storia viene raccontata dalle religiose francescane elisabettiane di Betlemme nel loro ultimo bollettino.

Palestinese di Jenin, Sami viveva a Roma da quattordici anni. Aveva studiato Pedagogia e conseguito il dottorato presso la Pontificia Università Salesiana, si era specializzato in Pedagogia clinica a Firenze e lavorava nella Fondazione “Il Faro”, creata a Roma su iniziativa privata per offrire formazione lavorativa a giovani in difficoltà.

Era sposato con Elisabetta, laureata in Lettere classiche e specializzata in Paleografia greca; avevano due figli.

Sami iniziava una carriera promettente. Gli piaceva l'Italia, aveva moltissimi amici e godeva di opportunità di dialogo e scambio, ma la telefonata ha messo in discussione i suoi “programmi italiani”.

Sami ha raccontato di essersi preso del tempo per riflettere e pregare sulla proposta e ha deciso di tornare in Palestina perché vuole fare qualcosa per il suo popolo. Molti glielo sconsigliavano: “Sei matto a tornare in Palestina, mentre tanti se ne vanno!”, ma lo appoggiavano anche i genitori di Elisabetta, figlia unica.

L'intervista a Sami ha coinciso con il vertice di Annapolis, dove i “grandi della terra” si sono incontrati per cercare una via di pace tra Israele e Palestina.

Sami insegna da un anno Pedagogia ai giovani palestinesi all'Università di Betlemme. Vive la sua professione di educatore come “incontro” con i giovani del suo popolo “che soffre e lotta per la libertà, ponendo a base di tutto la formazione della persona”.

Il suo sogno, che vorrebbe continuasse in Palestina come prima a Roma, quando poteva discutere liberamente con amici ebrei, è camminare con loro. Ricorda l'abbraccio di un rabbino, dopo una riunione a Firenze: “Magari tutti i Palestinesi fossero come te!”.

Il giovane palestinese riferisce con un sorriso ciò che gli è successo al termine di una riunione a Roma: tutti i partecipanti se ne erano andati, restava solo un rabbino, che non sapeva dove dirigersi. Sami, buon conoscitore della città, si è offerto di fare un tratto di strada con lui. “Non hai alternative, gli dice Sami, o ti lasci accompagnare da me o rimarrai qui da solo”.

“Quanto sarebbe bello se ci capitasse di perderci così a Gerusalemme, o a Tel Aviv... e poi cominciare a parlare, a discutere....”, commenta con nostalgia ricordando i problemi provocati dal muro di separazione.

“Certe cose sono necessarie, ma non indispensabili! Per un anno abbiamo potuto fare a meno dell’auto; per noi ogni cosa ha un senso, e il fatto di attendere prima di venirne in possesso, ci ha permesso di spendere la metà di quanto pensavamo. Anche queste piccole cose sono 'Provvidenza'. Se siamo pieni di amore non ci manca niente, anche se certe comodità non ci sono”.

C'è però una cosa che manca a Sami ed Elisabetta: la possibilità di confronto con la realtà, di dialogo, di apertura all'altro a cui erano abituati in Italia.

Prima di congedarsi, quando gli viene chiesto se si aspetta qualcosa dall'incontro di Annapolis, Sami risponde: “Sì, mi aspetto libertà e pace. Mi fa tanta tristezza vedere gli insediamenti ebraici chiusi dal filo spinato. In questo momento le sfide non ci mancano. E andiamo avanti....”.