San Charbel: Il "Padre Pio" libanese (Seconda parte)

Il 24 luglio si celebra la sua festa liturgica

Roma, (Zenit.org) Renzo Allegri | 902 hits

Riportiamo oggi la seconda e ultima parte dell’intervista con la scrittrice e giornalista Patrizia Cattaneo, autrice di diversi libri su San Charbel.

La prima parte è stata pubblicata ieri, lunedì 22 luglio.

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Ogni santo eccelle in particolari virtù o pratiche ascetiche: quali erano quella caratteristiche di San Charbel?

Patrizia Cattaneo:  “Difficile scegliere. Il suo impegno nell’ascesi era totale e continuo. Si infliggeva mortificazioni continue,  come il digiuno permanente, le veglie incessanti, il lavoro durante la malattia, le notti al gelo, il rifiuto delle medicine. Si nutriva scarsamente e dormiva pochissimo, ma lavorava alacremente nei campi come un condannato ai lavori forzati. Parlava solo per ubbidienza o per necessità, a bassa voce, senza guardare l’interlocutore, teneva sempre il cappuccio calato sugli occhi e lo sguardo abbassato. Usciva dal monastero solo quando il superiore gli ordinava di visitare i malati o celebrare battesimi e funerali. In assenza del superiore, ubbidiva a chiunque gli impartisse un ordine. Neppure un indigente avrebbe accettato il suo cibo, il suo letto e i suoi vestiti. Ma la sua povertà più eccelsa consisteva nel mascherare la sua ricchezza spirituale. La messa era il fulcro della sua giornata, vi si preparava a lungo e con estrema cura. Pregava incessantemente e restava inginocchiato per ore davanti al tabernacolo. Un giorno un fulmine colpì l’eremo, incendiò la tovaglia dell’altare e gli bruciò l’orlo della veste, ma il santo era talmente immerso nella preghiera che non si accorse di nulla”.

Cosa avvenne dopo la sua morte?

Patrizia Cattaneo: “Il santo spirò la vigilia di Natale del 1898. Il giorno dopo fu sepolto nella fossa comune del monastero. Per alcuni mesi una luce brillante e misteriosa, visibile in tutta la vallata, si sprigionava ogni notte dalla sua tomba. La  corrente elettrica non era ancora arrivata in quei luoghi, e lo spettacolo era impressionante.  La fama di santità di Charbel richiamava molta gente, e i monaci temevano che qualcuno pensasse di trafugare la salma, e così, poco mesi dopo la sepoltura decisero di trasferire il corpo all’interno del convento. Aprendo il sepolcro, scoprirono che quel corpo era ancora intatto e flessibile, come di una persona che stesse dormendo. Un liquido vischioso trasudava dai suoi pori, simile al plasma che esce dalle piaghe di una persona viva, e si scoprì che quel liquido aveva straordinarie proprietà taumaturgiche. Il fenomeno, assolutamente inspiegabile, durò per 79 anni, cioè fino al 1977, anno della canonizzazione.  “Non ho mai visto né letto di  un caso simile in nessun libro di medicina”,  disse il dottor Georges Chokrallah, che fu un testimone al processo di beatificazione di Charbel. “Spinto da curiosità scientifica, ho cercato di scoprire il segreto di quel corpo e di quel liquido. Dopo averli esaminati per circa 17 anni, due o tre volte l’anno, la mia opinione personale, basata sullo studio e sull’esperienza, è che fossero imbevuti di una misteriosa  forza soprannaturale”».

Perché il 1950 fu definito “anno charbeliano”?

Patrizia Cattaneo: “Perché in quell’anno i fenomeni soprannaturali riguardanti Padre Charbel conobbero una autentica esplosione. Il 1950 era, per la Chiesa, l’Anno Santo. E per quell’occasione si decise di esporre la salma dell’eremita alla venerazione dei fedeli.  La tomba fu aperta alla presenza di un comitato ufficiale e la salma, ancora morbida e incorrotta. Da quel momento i miracoli si moltiplicano a dismisura e in pochi mesi il convento ne registrò oltre duemila.

“Quell’anno un sacerdote, giunto in pellegrinaggio ad Annaya, scattò una foto di gruppo davanti all’eremo. Quando sviluppo il negativo scoprì che su quella foto c’era una persona che non era presente al momento dello scatto: si trattava dell’immagine del santo, come venne identificata da chi lo aveva conosciuto. Un’immagine preziosa perché padre Charbel non era mai stato fotografato da nessuno quando era in vita. E da quella immagine “miracolosa” è stato poi ricavato il ritratto ufficiale ora conosciuto”.

Lei ha conosciuto persone “miracolate” da San Charbel?

Patrizia Cattaneo:  “Diverse.  Uno dei casi più sconcertanti riguarda una signora libanese che ora ha 74 anni. Si chiama Nohad Al-Chami. E’ illetterata, ma ricca di fede. Il 9 gennaio 1993 fu colpita da ictus cerebrale. Una doppia occlusione della carotide, le causò la paralisi della parte sinistra del corpo. Rimase nove giorni in terapia intensiva all’ospedale di Byblos, destando serie preoccupazioni, perché non reagiva alle cure. Un intervento chirurgico era stato momentaneamente escluso perché considerato troppo rischioso. Nel frattempo venne rimandata a casa.  Aveva gravi difficoltà di parola,  di movimenti e poteva nutrirsi solo con una cannuccia. I figli iniziarono a pregare san Charbel. Frizionarono il collo della loro madre con un impasto di terra e olio benedetto provenienti dalla tomba del santo.

“La sera del 22 gennaio, Nohad sognò due monaci immersi in una grande luce che si avvicinavano al suo letto. Uno di loro le disse: “Sono san Charbel e sono qui per operarti”.  Nohad si spaventò, ma il santo aveva già iniziato l’intervento. Mentre le sue dita le incidevano la gola, la donna provò un dolore lancinante. Infine san Marone, l’altro monaco, le sistemò il guanciale dietro la schiena e l’aiutò a sedersi sul letto, quindi le porse un bicchiere d’acqua, invitandola a bere senza la cannuccia. Nohad esitava, ma san Marone le disse: “Ti abbiamo operato. Ora puoi alzarti, bere e camminare”. La donna si destò di soprassalto e si trovò seduta sul letto, come nel sogno.

“Si alzò da sola senza difficoltà e si diresse verso il bagno. Guardandosi allo specchio vide due tagli di dodici centimetri ai lati del collo, chiusi da alcuni punti di sutura, da cui fuoriusciva ancora il filo chirurgico. La gola e i vestiti erano imbrattati di sangue. Andò subito a svegliare il marito, che balzò dal letto spaventato. Anche le difficoltà di parola erano scomparse, così Nohad potè raccontare l’accaduto parlando normalmente. Al mattino, accompagnata dal marito si recò al monastero di Annaya per ringraziare san Charbel e riferire i fatti al superiore. I medici, poi, certificarono la sua guarigione inspiegabile.

“La notizia del miracolo si diffuse in un lampo, e la gente cominciò a riversarsi a casa sua. Temendo per la sua salute, il medico e il parroco le consigliarono di trasferirsi temporaneamente da suo figlio, ma san Charbel le apparve in sogno e l’ammonì: “Ti ho lasciato le cicatrici per volere di Dio, perché tutti le possano vedere, soprattutto quelli che si sono allontanati da Dio e dalla Chiesa, affinché tornino alla fede. Ti chiedo di recarti all’eremo ogni 22 del mese, nella ricorrenza della tua guarigione, per partecipare alla messa. Là io sono sempre presente”. Da allora, il 22 del mese, Nohad si reca col marito all’eremo di Annaya, per partecipare alle funzioni liturgiche. La gente può vedere sul suo collo le cicatrici arrossate e sanguinanti. Sono migliaia i pellegrini di ogni confessione religiosa, provenienti da ogni parte del Libano e del mondo, che partecipano all’evento e sono innumerevoli le conversioni prodotte dalla sua testimonianza.

Il fatto, clamorosissimo, è stato oggetto di studio da parte di diversi medici. Nel 2002 un’ecografia carotidea ha rivelato che la signora Nohad ha subìto un reale intervento chirurgico bilaterale, che le sue arterie sono in buono stato e che l’ictus non ha danneggiato il cervello.”