San Francesco: il più italiano fra i santi

Incontro al Senato sulla figura del poverello di Assisi: un modello di coerenza in una società multiculturale

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ROMA, mercoledì, 3 ottobre 2012 (ZENIT.org) - San Francesco di Assisi, “il più santo fra gli italiani e il più italiano fra i santi” è stato ricordato nella sala Zuccari del Senato della Repubblica, in un incontro svoltosi ieri, nel quale i relatori hanno sottolineato come questo santo, senza rinunciare affatto alla sua fede in Cristo, abbia saputo svolgere un dialogo interculturale e interreligioso.

Sono intervenuti al dibattito il presidente del Senato, Renato Schifani; il sottosegretario della CEI, don Bassiano Uggè; il capogruppo del PD al Senato, Anna Finocchiaro; il capogruppo del PDL al Senato, Maurizio Gasparri; il vescovo di Assisi, mons. Domenico Sorrentino; il padre Felice Accrocca.

Presente anche il custode del Sacro Convento, padre Giuseppe Piemontese, che ha proposto che la festa di San Francesco, istituita dal Parlamento, sia celebrata più sentitamente, particolarmente nella scuola. L’incontro è stato moderato dal direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, padre Enzo Fortunato.

Nel corso della conferenza è stato anche chiarito che questa frase tanto gettonata “il più santo fra gli italiani e il più italiano fra i santi” non appartiene a Pio XII, che ha dichiarato San Francesco assieme a Santa Chiara come patrono d’Italia, e meno ancora a Mussolini che la usò nel suo discorso nazionalista. La stessa nacque prima in un discorso di Vincenzo Gioberti nella sua opera Del primato morale e civile degli italiani, dove lo chiama “il più “italiano dei nostri santi”, frase a sua volta ripresa dal giornalista Enrico Filiziani che la completò come la conosciamo oggi.

Il presidente del Senato, nelle sue parole ha ricordato che San Francesco è uno dei padri fondatori d’Italia e che “il suo percorso testimonia infatti un coraggio e una forza eccezionali, una fede vigorosa, una indiscutibile capacità di rompere gli schemi consueti e tradizionali della religiosità del tempo”.

“San Francesco - ha affermato Schifani - è l’antesignano del cittadino italiano nel senso più nobile del termine, per il grande senso di appartenenza alla Patria”.

Il presidente del Senato ha poi ricordato che “la povertà da lui testimoniata fu allora una lezione di moralità pubblica e indicò una strada ancora oggi da percorrere fino in fondo, quella lavorare con passione, slancio, fiducia, al di fuori di ogni logica di contrapposizione e rivalità personale, per una comunità fondata su più solidi valori”.

Ricordando lo storico incontro di Francesco con il Sultano, ha ricordato che “senza il valore del dialogo, tra le religioni e i popoli si afferma la violenza. Una violenza che è sotto gli occhi di tutti e che ancora oggi insanguina l’umanità”.

“Francesco è il più italiano dei santi - ha concluso Schifani - perché ha saputo sempre parlare al nostro Paese con le parole giuste in ogni momento della sua storia. Oggi, in particolare, e non è certo la prima volta, lo fa con un invito ad esercitare il potere con sobrietà, rettitudine morale e giustizia”.

Il sottosegretario della CEI, don Bassiano Uggè ha definito l’atto di commemorazione di Francesco al Senato come “un incontro di laicità positiva” e ha spiegato che la proclamazione di San Francesco come patrono d’Italia esprime non una volontà di egemonia, una rivendicazione, ma un dono ai cittadini ai quale San Francesco parla, ma anche per i non credenti o gli appartenenti ad altre religioni o convinzioni”. 

Il capogruppo del PD al Senato, Anna Finocchiaro da parte sua ha qualificato l’argomento dell’incontro come di “straordinario interesse”,  poiché la figura di Francesco ha avuto un influenza sull’Italia e sullo spirito nazionale. In particolare su due concetti: primo la vocazione universalistica e il suo messaggio rivolto a tutte le genti, che è di pace e povertà; e secondo, per il fatto che predicava in lingua volgare alle masse popolari.

Poi ha ricordato come l’ethos italiano si distingue da quello di altri Paesi, per l’identità cattolica e il suo universalismo diffuso nella società italiana, che rimane sempre aperto al confronto e al dialogo.

Il capogruppo del PDL al Senato, Maurizio Gasparri ha voluto sottolineare il legame profondo tra l’essenza dell’Italia e la figura di San Francesco. Ha ricordato anche quanta grandezza artistica abbia ispirato, e di essere tra le figure morali che hanno contribuito a creare lo spirito italiano. Gasparri si è poi chiesto: “Cosa sarebbe stata l’Italia senza san Francesco, in termini qualitativi e quantitativi?”.

Il capogruppo del PDL ha affermato che l’unità d’Italia ha una unità linguistica e culturale prima di quella politica. E questo si registra già dal Medioevo con Dante Alighieri e San Francesco. E ha invitato a “rispettare la nostra storia italiana e la nostra tradizione della quale Francesco è un pilastro saldo”.

Il custode del Sacro Convento, padre Giuseppe Piemontese, da parte sua, ha ricordato il pluralismo interreligioso e interculturale come un fenomeno inevitabile, come oggi si vede con l’immigrazione nella quale l’integrazione è compito di ciascuno. “Francesco d’Assisi è uno dei padri fondatori riconosciuti dell’identità nazionale – ha detto padre Piemontese -. Egli ha incarnato e proposto uno stile e un modello di relazione tuttora attuale, per la costituzione di una civile e pacifica convivenza tra persone della stessa società, con i vicini lontani, con persone di cultura e religione diversa, con il creato”.

Il custode del Sacro Convento ha proposto che la festa di San Francesco istituita dal Parlamento sia celebrata più sentitamente, in particolare nella scuola.

Sulla frase “il più santo fra gli italiani e il più italiano fra i santi”, il vescovo di Assisi, monsignor Domenico Sorrentino si è chiesto come, in realtà si possano misurare l’italianità e la santità.

Il presule ha ricordato come nell’enciclica Rite Expiatis (1926), Pio XI diffidava della politica del tempo che voleva appropriarsi della figura di Francesco. E ha ricordato che il santo d’Assisi rimane un esempio di vangelo vissuto che ci può aiutare a mantenere le linee della nostra fede anche in tempo di multiculturalismo. E come l’italianità si è contraddistinta dalla sua apertura culturale e dalla sua accoglienza.