San Francesco non scelse "tra ricchezza e povertà" ma "tra se stesso e Dio"

Nella prima predica d'Avvento, padre Raniero Cantalamessa spiega in che modo il patrono d'Italia contribuì alla riforma della Chiesa

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 659 hits

San Francesco e la riforma della Chiesa per via di santità sono gli argomenti scelti dal predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, per la prima predica d’Avvento 2013.

Per comprendere appieno la vicenda di Francesco d’Assisi, è essenziale conoscere come è avvenuta la sua conversione, spiega padre Cantalamessa. Numerose sono le fonti in merito ma la più attendibile è il Testamento vergato dal santo patrono d’Italia.

Scrive Francesco: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo".

Il santo di Assisi compie una svolta a 360 gradi e “da appartenente alla classe agiata, che contava nella città per nobiltà o ricchezza, egli ha scelto di collocarsi all’estremità opposta, condividendo la vita degli ultimi”.

La sua, però, spiega Cantalamessa, non è tanto una scelta di “povertà”, né tantomeno di “pauperismo”, quanto una scelta per i “poveri”. Seguendo l’esortazione di Gesù, ignorata dal Giovane Ricco (cfr. Mt 19,16-22), Francesco è mosso dalla carità verso gli esseri umani, non dalla “ricerca della propria perfezione”.

In definitiva, egli non ha scelto tra ricchezza e povertà ma “tra se stesso e Dio”, tra “salvare la propria vita o perderla per il Vangelo”.

Baciando il lebbroso, Francesco “ha rinnegato se stesso in quello che era più ‘amaro’ e ripugnante alla sua natura. Ha fatto violenza a se stesso”. Quel lebbroso, per lui, “rappresenta a tutti gli effetti Gesù”. Non è la sua volontà a spingerlo dai lebbrosi ma, come lui stesso scrive, “il Signore mi condusse tra loro”.

A questo punto, Cantalamessa sottolinea che alla discutibile concezione pauperistica di San Francesco ha contribuito anche Dante, la cui “famosa metafora delle nozze di Francesco con Madonna Povertà” può risultare “deviante”.

È impossibile innamorarsi di una virtù, aggiunge il predicatore della Casa Pontificia, mentre è normale innamorarsi di una persona, come fa Francesco con Cristo.

“Francesco non sposò la povertà e neppure i poveri; sposò Cristo e fu per amor suo che sposò, per così dire 'in seconde nozze' Madonna povertà. Così sarà sempre nella santità cristiana”, prosegue Cantalamessa.

Se alla base dell’amore per la povertà e per i poveri, non c’è l’amore per Cristo, “i poveri saranno in un modo o nell’altro strumentalizzati e la povertà diventerà facilmente un fatto polemico contro la Chiesa, o una ostentazione di maggiore perfezione rispetto ad altri nella Chiesa, come avvenne, purtroppo, anche per alcuni dei seguaci del Poverello”.

Nella seconda parte della predica, padre Cantalamessa spiega come, all’epoca di Francesco, la riforma della Chiesa, che stava vivendo “tensioni e lacerazioni profonde” fosse “un’esigenza avvertita più o meno consapevolmente da tutti”.

La gerarchia ecclesiale era avvertita come “lontana, impegnata in vicende troppo al di sopra degli interessi della gente”, mentre gli ordini religiosi, pur fiorenti, erano spesso “fatalmente identificati con i grandi proprietari terrieri, i feudatari del tempo”.

Si riscontrava, poi, all’epoca, una costante migrazione dalle campagne verso le città, specie da parte delle classi più disagiate che, percependo la Chiesa come connivente con le classi dominanti, “si schierava volentieri con quelli che la contraddicevano e la combattevano: eretici, gruppi radicali e pauperistici”.

Da parte sua, i vertici della Chiesa, da un lato cercavano di migliorare la propria organizzazione, dall’altro reprimevano gli abusi.

In questo scenario, non mancano gli storici che hanno identificato in Francesco una sorta di “mediatore tra gli eretici ribelli e la Chiesa istituzionale”, se non addirittura “un precursore di Lutero, cioè un riformatore per via di critica, anziché di santità”.

Il santo, tuttavia, “non pensò mai di essere chiamato a riformare la Chiesa” e anche la famosa esortazione a lui rivolta dal Crocifisso di San Damiano, “Va’, Francesco e ripara la mia Chiesa”, va intesa letteralmente “nel senso assai modesto di dover riparare materialmente la chiesetta”.

San Francesco fu quindi un autentico “riformatore per via di santità”, ovvero riformò “senza saperlo”.

Cosa volle essere, allora, il “poverello di Assisi”? Semplicemente fu un uomo che ha voluto vivere secondo il Vangelo e farne la regola di vita per i suoi frati.

“Abbiamo ridotto il messaggio di Francesco a una semplice esortazione morale – prosegue Cantalamessa - a un battersi il petto, affliggersi e mortificarsi per espiare i peccati, mentre esso ha tutta la vastità e il respiro del vangelo di Cristo”.

Francesco, tuttavia, “non esortava a fare “penitenze”, ma a fare “penitenza” (al singolare!)”, ovvero lanciando appelli alla conversione.

Agì in modo da “rompere l’isolamento della Chiesa, riportarla a contatto con la gente”, riportare l’autorità della Chiesa alla sua natura di “servizio”, piuttosto che come “potere”, così come era diventata. Inoltre, “novità assoluta”, nel suo Ordine, i superiori furono chiamati “ministri” e tutti gli altri “fratelli”.

Altro muro che Francesco abbatte è quello del monopolio della scienza e della cultura da parte della Chiesa; sceglie di essere un “illetterato” ma non condanna la scienza.

In che modo noi, cristiani di oggi, possiamo imitare Francesco? Innanzitutto, spiega Cantalamessa, nella sua “conversione dall’io a Dio”, nel suo “rinnegamento di sé”. I veri “riformatori” della Chiesa sono quelli che, come lui, sono “morti a se stessi”.

La vicenda di Francesco ci insegna “cosa può nascere da un rinnegamento di sé fatto in risposta alla grazia”. E al traguardo finale, come San Paolo, potremo dire: "non sono più io che vivo ma Cristo vive in me" (Gal 2,20).