San Gennaro nell'arte

La "Cupola del Tesoro di san Gennaro" a Napoli di Giovanni Lanfranco

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 378 hits

Il 19 settembre si ricorda San Gennaro, vescovo e martire, vissuto nella seconda metà del III secolo, santo molto amato e venerato, soprattutto a Napoli. Proprio nel Duomo di Napoli troviamo la Cupola del Tesoro di San Gennaro, dipinta da Giovanni Lanfranco, un artista non napoletano,  ma che ha saputo esprimere pienamente la figura del grande Santo.

Giovanni Lanfranco, nato a Parma nel 1582,  divenne giovanissimo allievo e poi collaboratore di Agostino Carracci, entrando così nell’orbita degli artisti bolognesi. Probabilmente dopo la morte di Agostino avvenuta a Parma nel 1602, passò a collaborare a Roma con il fratello di questi, Annibale Carracci. In seguito, quando ebbe modo di mettersi in proprio, Lanfranco lavorò per i Farnese e collaborò con Guido Reni per gli affreschi della chiesa di San Gregorio al Celio, a Roma. In seguito eseguì opere importantissime per la chiesa di San Carlo ai Catinari e, soprattutto tra il 1621 e il 1627, realizzò gli affreschi della Cupola di Sant’Andrea della Valle a Roma, tenuta dai Teatini. Si spostò poi a Napoli, dove realizzò numerose opere, che influenzarono molto lo sviluppo artistico della seconda metà del ‘600, tra queste le più importanti furono quelle realizzate nella Chiesa del Gesù, nella Certosa di San Martino e la Cupola del Tesoro di San Gennaro nel Duomo, opera questa colossale che lo impegnò per diversi anni.

La realizzazione della monumentale cappella del Tesoro Nuovo è il frutto di un voto, che la Confraternita degli Eletti aveva fatto nel 1527 durante la terribile pestilenza che aveva colpito la città in quell’anno. La Confraternita ebbe modo di istituire nel corso dei decenni successivi tutte le pratiche finanziarie e giuridiche per  realizzare la nuova monumentale cappella in qualità di ex voto cittadino. Nel 1601, ormai raccolti i soldi necessari e ottenute  agevolazioni finanziarie, venne istituita la Deputazione, che di lì a poco avrebbe iniziato a pensare ad un nuovo complesso architettonico. Nel Duomo vennero abbattute le cappelle private di alcune importanti famiglie napoletane, al fine di far posto al nuovo complesso. Dopo l’abbattimento delle cappelle Cavaselice, Zurlo e Filomarino, vennero demoliti anche il limitrofo Oratorio di Santa Maria della Stella e la chiesetta di Sant’Andrea e acquistati alcuni terreni che permettevano di avere lo spazio necessario per realizzare quel monumento che l’intera città voleva realizzare in onore e per ringraziamento a San Gennaro e ai compatroni di Napoli. Nel 1605 si ottenne finalmente la Bolla di fondazione da papa Paolo V Borghese e nel 1607 venne bandito il concorso per il progetto architettonico, il cui vincitore risultò l’architetto Francesco Grimaldi. Bisognerà poi attendere altri quaranta anni prima di poter vedere la cerimonia solenne dell’inaugurazione, che si celebrò il 13 dicembre del 1646, e vennero così definitivamente accolte le reliquie di san Gennaro e le statue in argento dei sei compatroni, che da tempo erano  pronte ed attendevano di essere collocate nella nuova cappella del Tesoro.

Gli affreschi, dopo numerose vicende, intrighi e complotti, furono realizzati da Giovanni Lanfranco. Infatti, nel 1612 la Deputazione si risolse di rivolgersi a Roma, e di chiedere al conte di Castro, ambasciatore del re di Napoli presso lo Stato Pontificio, di contattare uno dei prestigiosi artisti che ivi lavoravano. Il primo artista che, tramite l’ambasciatore di Castro, la Deputazione contattò fu il Cavalier D’Arpino, che portò alle lunghe la trattativa giacché non gli era gradita la proposta di condividere la commissione con l’artista locale Fabrizio Santafede, tanto che nel 1619, con il contratto già firmato, non aveva ancora iniziato a dipingere. Dopo il rifiuto del D’Arpino, l’incarico fu affidato al grandissimo Guido Reni, il quale dopo aver superato gli iniziali contrasti e le difficoltà sul compenso e sulle modalità dei pagamenti, nel 1621 concordò il programma iconografico e teologico da realizzare nella cupola. Purtroppo però abbandonò quasi subito l’impresa, dopo che un suo aiuto fu ferito in un agguato, organizzato da Belisario Corenzio, un artista invidioso escluso dalla commissione. Guido Reni lasciò l’impresa al vecchio Fabrizio Santafede, ma i bozzetti e gli studi proposti dai suoi aiuti Gessi e Battistello non entusiasmarono la Deputazione, tanto che i lavori  di nuovo furono in sospeso, giungendo per un attimo nelle mani di Simone Papa. Si giunse poi nel 1630, anno in cui gli affreschi furono definitivamente affidati al Domenichino, con un contratto che stabiliva il programma iconografico, il prezzo per ogni figura e l’impegno a non eseguire altri lavori, da parte dell’artista, fino al momento in cui non avesse portato a termine il ciclo di affreschi.

Dopo diversi anni di studi e circa un centinaio disegni, Domenichino iniziò il lavoro di affrescatura, e i primi pagamenti furono assolti intorno al 1638. Purtroppo però ancora una nuova interruzione rallentò i lavori, e nel 1641, morto il Domenichino, l’incarico giunse al Lanfranco che s’impegnò a realizzare gli affreschi per 6000 ducati, più altri 1000 per le ulteriori spese.

Questa lunga storia degli incarichi per la realizzazione degli affreschi non ci deve meravigliare, ma anzi deve farci riflettere su alcuni punti fondamentali della storia dell’arte cristiana. Si comprende immediatamente che per avere un capolavoro artistico, che è il presupposto fondamentale perché si possa parlare di arte al servizio della liturgia, ci vogliono anni e molte energie. Gli artisti vengono ricercati non tra quelli a basso costo o più a buon mercato, ma tra i migliori, per avere il miglior risultato. Per ultimo, poi, ma non meno importante, per realizzare un capolavoro ci vuole non solo un artista valido, ma una committenza determinata a voler realizzare una vera opera d’arte. Nel caso del Tesoro Nuovo di San Gennaro la committenza è l’intera popolazione che propone, per devozione, un monumento in onore del Santo e, messi in comune i mezzi, s’impegna a realizzare l’opera, che non sorge in uno o due anni, ma ne impiega circa cento per ottenere il giusto risultato. È la fede degli umili che erige cattedrali e non i progetti degli intellettuali, che molto spesso ignorano la volontà dei fedeli o la disattendono con opere che non rispecchiano né la fede né il buon gusto, né tantomeno l’opportunità stilistica ed artistica della fede cattolica.

Questo per esempio è accaduto a Milano per l’erezione del Duomo. Un interessante studio di di Martina Saltamacchia, della Rutgers University (New Jersey, USA) mette in evidenza come la costruzione del Duomo di Milano sia dovuta alla somma delle piccole offerte dei fedeli[1]. I grandi artisti del passato che hanno lavorato nelle grandi cattedrali, spesso rimangono sconosciuti, perché le cattedrali sono opera di una comunità. E’ interessante sottolineare come il regista svedese Ingmar Bergman abbia espresso più volte il desiderio di essere come uno degli artisti-artigiani della Cattedrale di Chartres, sottolineando come «in altri tempi l’artista rimaneva sconosciuto e la sua opera era dedicata alla gloria di Dio. Egli viveva e moriva senza essere né più né meno importante di altri artigiani. La capacità di creare era un dono. In un mondo come quello fioriva una sicurezza invulnerabile e una naturale umiltà»[2].

Tornado alla cupola del Tesoro di San Gennaro, l’idea di fondo del programma iconografico è semplice quanto profondissima: il cielo si apre immerso in un canto di gloria e appare dall’alto Dio Padre che si mostra in tutta la sua gloria splendente; attorno, in un vortice ascendente all’empireo, Cristo assiso in trono benedice la città, mentre dall’altro lato Maria, circondata da un volo di cherubini e di vergini, a mani giunte guarda orante verso il Padre.

Tutto il Cielo è presente nella cupola secondo l’antichissima tradizione iconografica che l’accompagna, che vuole che ci sia una quadruplice distinzione fra i santi del Nuovo Testamento che veneriamo nel ciclo annuale -gli apostoli, i martiri, i confessori e le vergini- e che nella festa di Ognissanti, istituita per volere di san Bonifacio VI papa nel 605 ufficializzando quello che la devozione popolare aveva intuito e celebrato spontaneamente già da diverso tempo, vengano onorati tutti per supplire ad ogni negligenza. Tutti, secondo Rabano Mauro, sono rappresentati dalle quattro parti del mondo: l’Oriente rappresenta gli apostoli, il Mezzogiorno i martiri, il Settentrione i confessori e l’Occidente le vergini. Noi nel festeggiare i santi onoriamo Dio, come correttamente dipinge Lanfranco,  e come ricorda Guglielmo d’Auxerre nella Summa de officio: « quando infatti onoriamo i santi, onoriamo Dio nei santi, e predichiamo il suo splendore in loro, e infatti quando diamo onore ai santi, diamo specificatamente onore a colui che li ha resi santi». Tanto che non è possibile rappresentare il cielo dei santi come un cielo silente, ma esso è festante e rilucente di riflessi di luce e di colori in una festa che riempie il cuore e le orecchie delle lodi di coloro che vivono nell’eterno cospetto del Padre, come dice il Salmista: «Non i morti lodano il Signore,né quanti scendono nella tomba. Ma noi, i viventi, benediciamo il Signore ora e sempre.» (Sal 115, 18). Per questo l’artista rappresenta al centro del turbine festoso dei santi, in un nimbo di luce splendente, Dio Padre in un volo d’angeli, nel momento in cui ci mostra il suo volto.  La visione del volto del Signore è la ricompensa promessa per gli uomini retti: «Giusto è il Signore, ama la cose giuste; gli uomini retti vedranno il suo volto» (Sal 11, 7). L’uomo che ama il Signore ambisce vederLo: «di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto Signore io cerco» (Sal 27, 8). 

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Accademico Ordinario Pontificio. Website: www.rodolfopapa.it  Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it

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NOTE

[1] Cfr. M. Saltamacchia, Costruire cattedrali. Il popolo del duomo di Milano, Marietti, Milano 2011. 

[2] I. Bergman espresse in modo particolare questi giudizi nel saggio Making films del 1954. Cfr. I. Bergman-R. Shargel, Interviews, University Press of Mississippi, 2007; M. Koskinen, Bergman revisited. Performance, cinema and arts, Wallflower Press, London 2008.