Sant'Agostino: "Credo la Chiesa una e santa"

Seconda predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) | 729 hits

Riportiamo di seguito il testo integrale della seconda predica di Quaresima 2014 pronunciata ieri da padre Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., predicatore della Casa Pontificia, nella Cappella "Redemptoris Mater" in Vaticano.

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Dall’Oriente all’Occidente

Nella meditazione introduttiva della settimana scorsa abbiamo riflettuto sul senso della Quaresima come un tempo nel quale andare con Gesú nel deserto, digiunare dai cibi, dalle parole e dalle immagini, imparare a vincere le tentazioni e soprattutto crescere nell’intimità con  Dio.

Nelle quattro prediche che ci restano, proseguendo la riflessione iniziata nella Quaresima del 2012 con i Padri greci, ci mettiamo alla scuola di quattro grandi dottori della Chiesa latina – Agostino, Ambrogio, Leone Magno e Gregorio Magno – per vedere cosa ognuno di essi dice a noi oggi, a proposito della verità di fede di cui è stato particolare assertore e cioè, rispettivamente, la natura della Chiesa, la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, il dogma cristologico di Calcedonia e la l’intelligenza spirituale delle Scritture.

Lo scopo è riscoprire, dietro questi grandi Padri, la ricchezza, la bellezza e la felicità del credere, passare, come dice Paolo, “di fede in fede” (Rom 1,17), da una fede creduta a una fede vissuta. Sarà proprio un accresciuto “volume” di fede all’interno della Chiesa a costituire poi la forza maggiore nell’annuncio di essa al mondo.

Il titolo del ciclo è desunto da un pensiero caro ai teologi medievali: “Noi –diceva Giovanni di Salisbury - siamo come nani che siedono sulle spalle dei giganti, di modo che possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non per l’acutezza del nostro sguardo o con l’altezza del corpo, ma perché siamo portati più in alto e siamo sollevati da loro ad altezza gigantesca” [1]. Questo pensiero ha trovato espressione artistica in certe statue e vetrate delle cattedrali gotiche del medio evo, in cui sono rappresentati personaggi dalla statura imponente che reggono, seduti sulle spalle, uomini piccoli, quasi dei nani. I giganti erano per essi, come sono per noi, i Padri della Chiesa.

Dopo le lezioni di Atanasio, di Basilio di Cesarea, di Gregorio Nazianzeno e di Gregorio Nisseno, rispettivamente sulla divinità di Cristo, sullo Spirito Santo, sulla Trinità e sulla conoscenza di Dio, si poteva avere l’impressione che ben poco restasse da fare ai Padri latini nell’edificazione del dogma cristiano. Uno sguardo sommario alla storia della teologia ci convince subito del contrario. 

Spinti dalla cultura di cui facevano parte, favoriti dalla loro forte tempra speculativa e condizionati dalle eresie che erano costretti a combattere (arianesimo, apollinarismo, nestorianesimo, monofisismo), i Padri greci si erano concentrati principalmente sugli aspetti ontologici del dogma: la divinità di Cristo, le sue due nature e il modo della loro unione, l’unità e la trinità di Dio.  I temi più cari a Paolo – la giustificazione, il rapporto legge - vangelo, la chiesa corpo di Cristo – erano rimasti ai margini della loro attenzione, o trattati en passant. Al loro scopo rispondeva assai meglio Giovanni con la sua enfasi sull’incarnazione che non Paolo che pone al centro di tutto il mistero pasquale, cioè l’agire, più che l’essere di Cristo.

L’indole dei latini più incline (a parte Agostino) a occuparsi di problemi concreti, giuridici e organizzativi, che di quelli speculativi, unita all’apparire di nuove eresie, come il donatismo e il pelagianesimo, stimoleranno una riflessione nuova e originale sui temi paolini della grazia, della Chiesa, dei sacramenti e della Scrittura. Sono i tempi sui quali vorremmo riflettere nella presente predicazione quaresimale.

2. Cos’è la Chiesa?

Iniziamo la nostra rassegna dal più grande dei padri latini, Agostino. Il dottore di Ippona ha lasciato la sua impronta in quasi tutti gli ambiti della teologia, ma soprattutto in due di essi: quello della grazia e quello della Chiesa; il primo, frutto della sua lotta contro il pelagianesimo, il secondo, della sua lotta contro il donatismo.

L’interesse per la dottrina di Agostino sulla grazia ha prevalso, dal secolo XVI in poi, sia in ambito protestante  (a lui si riallacciano Lutero con la dottrina della giustificazione e Calvino con quella della predestinazione), sia in campo cattolico a causa delle controversie suscitate da Giansenio e Baio[2]. L’interesse per le sue dottrine ecclesiali è invece prevalente ai nostri giorni, a causa del Concilio Vaticano II che ha fatto della Chiesa il suo tema centrale, e a causa del movimento ecumenico nel quale l’idea di Chiesa è il nodo cruciale da sciogliere. Cercando nei Padri aiuto e ispirazione per l’oggi della fede, noi ci occuperemo di questo secondo ambito di interesse di Agostino che è la Chiesa.

La Chiesa non era stato un tema sconosciuto ai Padri greci e agli scrittori latini anteriori ad Agostino (Cipriano, Ilario, Ambrogio), ma le loro affermazioni si limitavano per lo più a ripetere e commentare affermazioni e immagini della Scrittura. La Chiesa è il nuovo popolo di Dio che ha preso il posto della sinagoga; ad essa è promessa l’indefettibilità; è “la colonna e la base della verità”; lo Spirito Santo è il suo supremo maestro; la Chiesa è “cattolica” perché si estende a tutti i popoli, insegna tutti i dogmi e   possiede tutti i carismi; sulla scia di Paolo, si parla della Chiesa come del mistero della nostra incorporazione a Cristo mediante il battesimo e il dono dello Spirito Santo; essa è nata dal fianco squarciato di Cristo sulla croce, come Eva dal fianco di Adamo dormente[3]

Tutto questo però era detto occasionalmente; la Chiesa non è ancora messa a tema. Chi sarà costretto a farlo è appunto Agostino che per quasi tutta la sua vita dovette lottare contro lo scisma dei donatisti. Nessuno forse oggi si ricorderebbe di questa setta nordafricana, se non fosse per il fatto che essa è stata l’occasione da cui è nata quella che oggi chiamiamo l’ecclesiologia, cioè un discorso riflesso su cos’è la Chiesa nel disegno di Dio, la sua natura e il suo funzionamento.

Intorno al 311, un certo Donato, vescovo della Numidia si rifiutò di riaccogliere nella comunione ecclesiale  coloro che durante la persecuzione di Diocleziano avevano consegnato i Libri Sacri alle autorità statali, rinnegando la fede per aver salva la vita. Nel 311 fu eletto vescovo di Cartagine un certo Ceciliano, accusato (secondo i cattolici, a torto) di aver tradito la fede durante la persecuzione di Diocleziano. Contro questa nomina si oppose un gruppo di settanta vescovi nord africani, guidati da Donato. Essi destituirono Ceciliano ed elessero al suo posto Donato. Scomunicato da Papa Milziade nel 313, questi rimase al suo posto, innescando uno scisma, che creò in Nord Africa una Chiesa parallela a quella cattolica fino all'invasione dei Vandali avvenuta un secolo dopo.

Nel corso della polemica, essi avevano cercato di giustificare la loro posizione con argomenti teologici ed è nella confutazione di essi che Agostino viene elaborando, a poco a poco, la sua dottrina della Chiesa. Questo avviene in due contesti diversi: nelle opere scritte direttamente contro i donatisti e nei suoi commentari alla Scrittura e discorsi al popolo. È importante distinguere questi due contesti,  perché a seconda di essi, Agostino insisterà più su alcuni anziché su altri aspetti della Chiesa e solo dall’insieme si può ricavare la sua dottrina completa. Vediamo dunque, sempre per sommi capi, quali sono le conclusioni a cui il santo giunge in ognuno dei due contesti, cominciando da quello direttamente antidonatista.

a. La Chiesa, comunione dei sacramenti e società dei santi. Lo scisma donatista era partito da una convinzione: non può trasmettere la grazia un ministro che non la possiede; i sacramenti amministrati in questo modo sono dunque privi di qualsiasi effetto. Questo argomento applicato, all’inizio, all’ordinazione del vescovo Ceciliano, viene presto esteso agli altri sacramenti e in particolare al battesimo. Con esso i donatisti giustificano la loro separazione dai cattolici e la pratica di ribattezzare chi veniva dai loro ranghi.

In risposta, Agostino elabora un principio che diventerà una conquista per sempre della teologia e crea le basi del futuro trattato De sacramentis: la distinzione tra potestas e ministerium, cioè tra la causa della grazia e il suo ministro. La grazia conferita dai sacramenti è opera esclusiva di Dio e di Cristo; il ministro non è che uno strumento: “Pietro battezza, è Cristo che battezza; Giovanni battezza, è Cristo che battezza; Giuda battezza, è Cristo che battezza”[4]. La validità e l’efficacia dei sacramenti non è impedita dal ministro indegno: una verità di cui, si sa, quanto il popolo cristiano ha bisogno anche oggi di ricordarsi...

Neutralizzata, in tal modo, l’arma principale degli avversari, Agostino può elaborare la sua grandiosa visione della Chiesa, mediante alcune fondamentali distinzioni. La prima è quella tra Chiesa presente o terrestre, e Chiesa futura o celeste. Solo questa seconda sarà una Chiesa di tutti e soli santi; la Chiesa del tempo presente sarà sempre il campo in cui sono frammisti grano e zizzania, la rete che raccoglie pesci buoni e pesci cattivi, cioè santi e peccatori.

All’interno della Chiesa nel suo stadio terreno, Agostino opera un’altra distinzione, quella tra la comunione dei sacramenti (communio sacramentorum) e la società dei santi (societas sanctorum). La prima unisce tra loro visibilmente tutti quelli che partecipano degli stessi segni esterni: i sacramenti, le Scritture, l’autorità; la seconda unisce tra loro tutti e solo quelli che, oltre i segni, hanno in comune anche la realtà nascosta nei segni (la res sacramentorum) e cioè lo spirito Santo, la grazia, la carità.

Siccome quaggiù sarà sempre impossibile sapere con certezza chi possiede lo Spirito Santo e la grazia –e ancor più se persevererà fino alla fine in tale stato –, Agostino finisce per identificare la vera e definitiva comunità dei santi con la Chiesa celeste dei predestinati. “Quante pecore che oggi sono dentro, saranno fuori, e quanti lupi che ora sono fuori, allora saranno dentro”![5]

La novità, su questo punto, anche rispetto a Cipriano, è che mentre questi faceva consistere l’unità della Chiesa in qualcosa di esteriore e visibile –la concordia di tutti vescovi tra di loro – Agostino la fa consistere in qualcosa di interiore: lo Spirito Santo. L’unità della Chiesa è operata così dallo stesso che opera l’unità nella Trinità. “Il Padre e il Figlio hanno voluto che noi fossimo uniti tra noi e con loro, per mezzo di quello stesso vincolo che unisce loro, e cioè l’amore che è lo Spirito Santo [6]. Egli svolge nella Chiesa la stessa funzione che esercita l’anima nel nostro corpo naturale: ne è cioè il principio animatore e unificatore. “Ciò che l’anima è per il corpo umano, lo Spirito Santo lo è per il corpo di Cristo che è la Chiesa”[7].

L’appartenenza piena alla Chiesa esige le due cose insieme, e la comunione visibile dei segni sacramentali e la comunione invisibile della grazia. Essa però ammette dei gradi, per cui non è detto che si debba essere per forza o dentro o fuori. Si può essere in parte dentro e in parte fuori. C’è una appartenenza esteriore, o dei segni sacramentali, nella quale si situano gli scismatici donatisti e gli stessi cattivi cattolici e una comunione piena e totale. La prima consiste nell’avere il segno esteriore della grazia (sacramentum), senza però ricevere la realtà interiore prodotta da essi (res sacramenti), o nel riceverla, ma per la propria condanna, non per la propria salvezza, come nel caso del battesimo amministrato dagli scismatici o dell’Eucaristia ricevuta indegnamente dai cattolici.

b. La Chiesa corpo di Cristo animato dallo Spirito Santo. Negli scritti esegetici e nei discorsi al popolo ritroviamo questi stessi principi basilari della ecclesiologia; ma meno pressato dalla polemica e parlando, per così dire, in famiglia,   Agostino può insistere di più su aspetti interiori e spirituali della Chiesa che gli stanno più a cuore. In essi la Chiesa è presentata, con toni spesso elevati e commossi, come il corpo di Cristo (manca ancora l’aggettivo mistico che sarà aggiunto in seguito), animato dallo Spirito Santo, a tal punto affine al corpo eucaristico da combaciare a tratti quasi totalmente con esso. Ascoltiamo ciò che ascoltarono, in una festa di Pentecoste, i suoi fedeli su questo tema:

“Se vuoi comprendere il corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai feddeli: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra (1 Cor 12,27). Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il vostro mistero. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il corpo di Cristo, e tu rispondi : Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen…Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete”[8].

Il nesso tra i due corpi di Cristo si fonda per Agostino sulla singolare corrispondenza simbolica tra il divenire dell’uno e il formarsi dell’altra. Il pane dell’Eucaristia è ottenuto dall’impasto di più chicchi di grano e il vino da una moltitudine di acini di uva, così la Chiesa è formata da più persone, riunite e amalgamate insieme dalla carità che è lo Spirito Santo[9]. Come il grano sparso sui colli è stato dapprima raccolto, poi macinato, impastato in acqua e cotto al forno, così i fedeli sparsi per il mondo sono stati riuniti dalla parola di Dio, macinati dalle penitenze e gli esorcismi che precedono il battesimo, immersi nell’acqua del battesimo e passati al fuoco dello Spirito. Anche nei riguardi della Chiesa si deve dire che il sacramento “significando causat”: significando l’unione di più persone in una, l’Eucaristia la realizza, la causa. In questo senso, si può dire che “l’Eucaristia fa la Chiesa”.

 3. Attualità della ecclesiologia di Agostino

Cerchiamo ora di vedere come le idee di Agostino sulla Chiesa possono contribuire a illuminare i problemi che essa si trova ad affrontare nel nostro tempo. Vorrei soffermarmi in particolare sulla importanza dell’ecclesiologia di Agostino per il dialogo ecumenico. Una circostanza rende questa scelta particolarmente attuale. Il mondo cristiano si sta preparando a celebrare il quinto centenario della Riforma protestante. Già cominciano a circolare dichiarazioni e documenti congiunti in vista dell’evento[10]. È vitale per tutta la Chiesa che non si sciupi questa occasione, rimanendo prigionieri del passato, cercando di appurare, magari con maggiore obbiettività e irenismo del passato, le ragioni e le colpe degli uni e degli altri, ma che si faccia un salto di qualità, come avviene nella “chiusa” di un fiume o di un canale, che permette poi alle navi di proseguire la loro navigazione a un livello più alto.

La situazione del mondo, della Chiesa e della teologia è cambiata rispetto ad allora. Si tratta di ripartire dalla persona di Gesú, di aiutare umilmente i nostri contemporanei a scoprire la persona di Cristo. Dobbiamo rifarci al tempo degli apostoli. Essi avevano davanti un mondo precristiano, noi abbiamo davanti un mondo in gran parte post-cristiano. Quando Paolo vuole riassume in una frase l’essenza del messaggio cristiano non dice: “Vi annunciamo questa o quella dottrina”; dice: “Noi annunciamo Cristo e Cristo crocifisso” (1 Cor 1 23) e ancora: “Noi annunciamo Cristo Gesú Signore” (cf. 2 Cor 4,5).

Questo non significa ignorare il grande arricchimento teologico e spirituale prodotto dalla Riforma, o voler tornare al punto di prima; significa piuttosto permettere a tutta la cristianità di beneficiare delle sue conquiste, una volta liberate da certe forzature dovute al clima acceso del momento e alle successive polemiche. La giustificazione gratuita mediante la fede, per esempio, andrebbe predicata oggi –e con più forza che mai – , non però in opposizione alle buone opere che è questione superata, ma in opposizione alla pretesa dell’uomo moderno di salvarsi da solo, senza bisogno né di Dio né di Cristo.

Vediamo come la teologia di Agostino ci può aiutare in questa impresa di superare gli steccati secolari. Il cammino da percorrere oggi è, in certo senso, in direzione opposta a quello seguito da lui  nei confronti dei donatisti. Allora si doveva muovere dalla comunione dei sacramenti verso la comunione nella grazia dello Spirito Santo e nella carità; oggi dobbiamo muovere dalla comunione spirituale della carità verso la piena comunione anche nei sacramenti, tra cui in primo luogo l’Eucaristia.

La distinzione dei due livelli di realizzazione della vera Chiesa –quello esterno dei segni e quello interiore della grazia – permette ad Agostino di formulare un principio, che sarebbe stato impensabile prima di lui: “Può dunque esserci nella Chiesa cattolica qualcosa che non è cattolico, come può esserci fuori della Chiesa cattolica qualcosa che è cattolico”[11]. I due aspetti della Chiesa –quello visibile e istituzionale e quello invisibile e spirituale - non possono essere separati. Questo è vero e lo ha ribadito Pio XII nella Mystici corporis e il Vaticano II nella Lumen gentium, ma finchè essi, a causa di separazioni storiche e del peccato degli uomini, purtroppo non coincidono, non si può dare maggiore importanza alla comunione istituzionale che a quella spirituale.

Questo per me pone un interrogativo serio. Posso io, come cattolico, sentirmi più in comunione con la moltitudine di coloro che, battezzati nella mia stessa Chiesa, si disinteressano tuttavia completamente di Cristo e della Chiesa, o se ne interessano solo per  dirne male, di quanto mi senta in comunione con la schiera di coloro che, pur appartenendo ad altre confessioni cristiane, credono nelle stesse verità fondamentali a cui credo io, amano Gesù Cristo fino a dare la vita per lui, che ne diffondono il Vangelo, si danno da fare per alleviare la povertà del mondo e sono in possesso degli stessi doni dello Spirito Santo che abbiamo noi?  Le persecuzioni, così frequenti oggi in certe parti del mondo, non fanno distinzione: non bruciano chiese e uccidono persone perché cattolici o perché protestanti, ma perché cristiani. Per essi siamo già “una cosa sola”!

Questa naturalmente è una domanda che dovrebbero porsi anche i cristiani di altre chiese nei confronti dei cattolici, e, grazie a Dio, è proprio ciò che sta avvenendo in misura nascosta ma superiore a quanto le notizie correnti lasciano indovinare. Un giorno, sono convinto, ci si stupirà, o altri si stupiranno, di non esserci accorti prima di quello lo Spirito Santo stava operando tra i cristiani nel nostro tempo al riparo dall’ufficialità. Fuori della Chiesa cattolica vi sono tantissimi cristiani che guardano ad essa con occhi nuovi e cominciano a riconoscere in essa le proprie radici.

L’intuizione più nuova e più feconda di Agostino circa la Chiesa, abbiamo visto, è stata di individuare il principio essenziale della sua unità nello Spirito, anziché nella comunione orizzontale dei vescovi tra di loro e dei vescovi con il papa di Roma. Come l’unità del corpo umano è data dall’anima che vivifica e muove tutte le membra, così è l’unità del corpo di Cristo. Essa è un fatto mistico, prima ancora che una realtà che si esprime socialmente e visibilmente all’esterno. È il riflesso dell’unità perfetta che c’è tra il Padre e il Figlio per opera dello Spirito. È Gesú che ha fissato una volta per sempre questo fondamento mistico dell’unità quando ha detto: “Che siano una cosa sola come noi siamo una cosa sola” (Gv 17, 22). L’unità essenziale nella dottrina e nella disciplina sarà il frutto di questa unità mistica e spirituale, non potrà mai esserne la causa. 

I passi più concreti verso l’unità non sono perciò quelli che si fanno intorno a un tavolo o nelle dichiarazioni congiunte (per quanto tutto questo sia importante); sono quelli che si fanno quando credenti di diverse confessioni si trovano a proclamare insieme, in fraterno accordo, Gesú Signore, condividendo ognuno il proprio carisma e riconoscendosi fratelli in Cristo.

4. Membra del corpo di Cristo, mosse dallo Spirito!

Nei suoi discorsi al popolo, Agostino non espone mai le sue idee sulla Chiesa, senza trarne subito delle conseguenze pratiche per la vita quotidiana dei fedeli. Ed è quello che vogliamo fare anche noi, prima di concludere la nostra meditazione, quasi collocandoci tra le file dei suoi ascoltatori di allora.

L’immagine della Chiesa corpo di Cristo non è nuova di Agostino. Quello che è nuovo in lui sono le conclusioni pratiche che ne deduce per la vita dei credenti. Una è che non abbiamo più ragione di guardarci con invidia e gelosia gli uni gli altri. Quello che io non ho e gli altri invece hanno, è anche mio. Tu senti l’Apostolo elencare tutti quei meravigliosi carismi: apostolato, profezia, guarigioni…, e forse ti rattristi pensando di non averne nessuno. Ma, attento, ammonisce Agostino: “Se tu ami, quello che possiedi non è poco. Se infatti tu ami l’unità, tutto quello che in essa è posseduto da qualcuno, lo possiedi anche tu! Bandisci l’invidia e sarà tuo ciò che è mio, e se io bandisco l’invidia, è mio ciò che possiedi tu»[12].

Solo l’occhio nel corpo ha la capacità di vedere. Ma forse che l’occhio vede soltanto per se stesso? Non è tutto il corpo che beneficia della sua capacità di vedere? Solo la mano agisce, ma forse che essa agisce soltanto per se stessa? Se un sasso sta per colpire l’occhio, forse che la mano resta immobile, dicendo che tanto il colpo non è diretto contro di essa? Lo stesso avviene nel corpo di Cristo: quello che ogni membro è e fa, lo è e lo fa per tutti!

Ecco svelato il segreto per cui la carità è “la via migliore di tutte” (1 Cor 12, 31): essa mi fa amare la Chiesa, o la comunità in cui vivo, e nell'unità tutti i carismi, non solo alcuni, sono miei. Anzi, c'è di più. Se tu ami l'unità più di quanto la amo io, il carisma che io possiedo è più tuo che mio. Supponiamo che io abbia il carisma di evangelizzare; io posso compiacermene o vantarmene, e allora divento “un cembalo squillante” (1 Cor 13,1); il mio carisma “a nulla mi giova”, mentre a chi ascolta, esso non cessa di giovare, nonostante il mio peccato. La carità moltiplica davvero i carismi; fa del carisma di uno il carisma di tutti.

Fai parte dell’unico corpo di Cristo? Ami l’unità della Chiesa?, chiedeva Agostino ai suoi fedeli. Allora se un pagano ti domanda perché non parli tutte le lingue, dal momento che è scritto che quelli che ricevettero lo Spirito Santo parlavano tutte le lingue, rispondi pure senza esitare: “Certo che parlo tutte le lingue! Appartengo infatti a quel corpo, la Chiesa, che parla tutte le lingue e in tutte le lingue annunzia le grandi opere di  Dio”. [13]

Quando saremo capaci di applicare questa verità non solo ai rapporti interni alla comunità in cui viviamo e alla nostra Chiesa, ma anche ai rapporti tra una Chiesa cristiana e un’altra, quel giorno l’unità dei cristiani sarà praticamente un fatto compiuto.

Raccogliamo l’esortazione con cui Agostino chiude tanti suoi discorsi sulla Chiesa: “Se dunque volete vivere dello Spirito Santo, conservate la carità, amate la verità, e raggiungerete l’eternità. Amen.”[14]

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NOTE

[1] Bernardo di Chartres, in Giovanni di Salisbury, Metalogicon, III, 4 (Corpus Chr. Cont. Med., 98, p.116).

[2] A questo ambito dell’influenza di Agostino è dedicato il libro di H. de Lubac, Augustinisme et théologie moderne, Paris, Aubier 1965 (trad. ital. Agostinismo e teologia moderna, Bologna, il Mulino 1968).

[3] Cf.  J.N.D. Kelly, Early Christian Doctrines, London 1968 chap. XV (trad. Ital. Il pensiero cristiano delle origini, Bologna 1972, pp. 490-500

[4] Agostino, Contra Epist. Parmeniani II,15,34; cf. tutto il Sermo 266.

[5] Agostino, In Ioh. Evang. 45,12:  “Quam multae oves foris, quam multi lupi intus!”

[6] Agostino, Discorsi,  71, 12, 18 (PL 38,454).

[7] Agostino, Sermo 267, 4 (PL 38, 1231)

[8] Agostino, Sermo 272 (PL 38, 1247 s.)

[9] Ib.

[10] Cf. il documento congiunto cattolico-luterano “Dal conflitto alla comunione” , http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/lutheran-fed-docs/rc_pc_chrstuni_doc_2013_dal-conflitto-alla-comunione_it.html

[11] Agostino, De Baptismo, VII, 39, 77.

[12] Agostino, Trattati su Giovanni, 32,8.

[13] Cf. Agostino, Discorsi, 269, 1.2 (PL 38, 1235 s.).

[14] Agostino, Sermo 267, 4 (PL 38,  1231).