Sant'Agostino e la Chiesa "una e santa"

Nella seconda predica di Quaresima, padre Cantalamessa individua nel Padre latino della Chiesa una chiave per la riscoperta dell'unità tra i cristiani

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 464 hits

È Sant’Agostino il protagonista della seconda predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa. Facendo riferimento alle catechesi degli anni passati, il predicatore della Casa Pontificia ha messo a confronto i Padri della Chiesa di cultura greco-orientale (Atanasio, Basilio di Cesarea, Gregorio Nazanzieno, Gregorio Nisseno), con quelli di cultura latino-occidentale.

Se da un lato i primi, favoriti dalla loro “forte tempra speculativa” e dal contesto storico delle eresie che dovevano combattere, “si erano concentrati principalmente sugli aspetti ontologici del dogma”, a partire dalla divinità di Cristo e dalla trinità di Dio”, i secondi, influenzati dalla più concreta mentalità romana, erano più inclini ad occuparsi dei problemi giuridici ed organizzativi.

A fare eccezione è proprio Agostino che, come teologo, avversò in particolare il pelagianesimo e il donatismo. Il salto di qualità che il santo vescovo di Ippona compie rispetto ai Padri greci è nella sua più puntuale definizione di Chiesa.

Agostino risponde ai donatisti che ritenevano che i sacramenti amministrati dai sacerdoti privi di grazia fossero privi di effetto. La sua argomentazione parte dalla distinzione tra potestas e ministerium, cioè tra la causa della grazia e il suo ministro.

È Dio, quindi, a conferire la grazia attraverso i sacramenti, il sacerdote ne è solo uno strumento, quantunque spesso indegno.

Agostino compie poi una seconda distinzione, quella tra la comunione dei sacramenti (communio sacramentorum) e la società dei santi (societas sanctorum): “La prima unisce tra loro visibilmente tutti quelli che partecipano degli stessi segni esterni: i sacramenti, le Scritture, l’autorità; la seconda unisce tra loro tutti e solo quelli che, oltre i segni, hanno in comune anche la realtà nascosta nei segni (la res sacramentorum) e cioè lo spirito Santo, la grazia, la carità”, spiega Cantalamessa.

Secondo la concezione agostiniana “la vera e definitiva comunità dei santi” si identifica con “la chiesa celeste dei predestinati”. Mentre Cipriano si limitava vedere l’unità della Chiesa nella esteriore e visibile concordia di tutti i vescovi, Agostino considera lo Spirito Santo il vero ‘collante’.

Lo Spirito Santo è l’anima di quel grande corpo che è Gesù Cristo ed è l’unione tra quest’anima e questo corpo che dà vita alla Chiesa.

“Come il grano sparso sui colli è stato dapprima raccolto, poi macinato, impastato in acqua e cotto al forno, così i fedeli sparsi per il mondo sono stati riuniti dalla parola di Dio, macinati dalle penitenze e gli esorcismi che precedono il battesimo, immersi nell’acqua del battesimo e passati al fuoco dello Spirito”, spiega Cantalamessa.

Il pensiero di Agostino, prosegue il predicatore della Casa Pontificia, è fondamentale per comprendere il dialogo ecumenico odierno. Mentre si avvicina il quinto centenario della Riforma Protestante, non basta valutare “le ragioni e le colpe degli uni e degli altri”: è necessario un “salto di qualità”.

Secondo Cantalamessa, ad esempio, “la giustificazione gratuita mediante la fede, per esempio, andrebbe predicata oggi – e con più forza che mai – non però in opposizione alle buone opere che è questione superata, ma in opposizione alla pretesa dell’uomo moderno di salvarsi da solo, senza bisogno né di Dio né di Cristo”.

La teologia di Agostino potrà aiutarci a superare determinati “steccati secolari”. Così come il santo di Ippona contrastò i donatisti, muovendo “dalla comunione dei sacramenti verso la comunione nella grazia dello Spirito Santo e nella carità”, oggi “dobbiamo muovere dalla comunione spirituale della carità verso la piena comunione anche nei sacramenti, tra cui in primo luogo l’Eucaristia”.

In altre parole, la Chiesa realizza la sua unità sul piano “esterno dei segni” e su quello “interiore della grazia”. Sebbene questi due livelli non possano essere separati, concretamente essi non coincidono “a causa di separazioni storiche e del peccato degli uomini”, pertanto “non si può dare maggiore importanza alla comunione istituzionale che a quella spirituale”.

A fronte di tanti cattolici ‘nominali’, che della Chiesa si “interessano solo per dirne male”, vi sono tanti appartenenti ad altre confessioni cristiane che “amano Gesù Cristo fino a dare la vita per lui, che ne diffondono il Vangelo, si danno da fare per alleviare la povertà del mondo e sono in possesso degli stessi doni dello Spirito Santo che abbiamo noi”.

Se c’è un elemento che già realizza la comunione tra ‘fratelli separati’ è il martirio: in molte parti del mondo i cristiani non vengono perseguitati “perché cattolici o perché protestanti, ma perché cristiani”.

L’unità della Chiesa nello Spirito Santo è un “fatto mistico”, prima ancora che una realtà sociale o visibile: essa è “il riflesso dell’unità perfetta che c’è tra il Padre e il Figlio per opera dello Spirito”.

La via maestra della riconciliazione tra i cristiani, quindi, non è “intorno a un tavolo o nelle dichiarazioni congiunte” - per quanto queste ultime siano importanti - bensì nel “proclamare insieme, in fraterno accordo, Gesú Signore, condividendo ognuno il proprio carisma e riconoscendosi fratelli in Cristo”.

In ultima analisi, Agostino, dai suoi discorsi ed opere, trae una serie di conseguenze pratiche: una prima conclusione è che “non abbiamo più ragione di guardarci con invidia e gelosia gli uni gli altri. Quello che io non ho e gli altri invece hanno, è anche mio”, spiega Cantalamessa.

E qui la teologia agostiniana della Chiesa come corpo si intreccia con la predicazione di San Paolo in merito alla pluralità di carismi, che rendono l’intero corpo ecclesiale funzionante, grazie al collante della carità.

È in particolare lo Spirito Santo, comunque, ad abbattere ogni steccato, a partire dalla Babele delle lingue diverse. “Certo che parlo tutte le lingue! Appartengo infatti a quel corpo, la Chiesa, che parla tutte le lingue e in tutte le lingue annunzia le grandi opere di  Dio”, scriveva Agostino.

Cantalamessa conclude la sua predica raccogliendo un’ulteriore esortazione del santo vescovo di Ippona: “Se dunque volete vivere dello Spirito Santo, conservate la carità, amate la verità, e raggiungerete l’eternità. Amen”.