Sant'Egidio: 46 anni alle "periferie"

A San Giovanni in Laterano, il Sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Becciu, celebra la messa per l'anniversario della Comunità

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 296 hits

Con una solenne messa nella basilica di San Giovanni in Laterano, la Comunità di Sant’Egidio ha celebrato ieri sera i suoi 46 anni di attività. La funzione è stata presieduta dal Sostituto alla Segreteria di Stato Vaticana, monsignor Angelo Becciu, che, nell’omelia, ha espresso “gratitudine a Dio per aver suscitato nella nostra città di Roma un’esperienza così viva di Vangelo, come riposta all’esigenza del Concilio Vaticano II di una Chiesa povera e per i poveri”.

In quasi mezzo secolo, Sant’Egidio è stata “un approdo per tanti cercatori di Dio e per gente bisognosa”, ha detto il Sostituto. La Comunità, nata a Roma nel 1968 e in pochi anni, diffusasi in tutto il mondo, è “un’autentica famiglia” che ha accolto giovani, anziani e disabili, divenendo per loro un “sostegno nella solitudine”.

Sant’Egidio, ha proseguito monsignor Becciu, è tuttavia nota anche per essere diventata uno strumento di pace per “interi popoli” che ne soffrono l’assenza. Per usare una metafora cara a papa Francesco, la Comunità è una testimonianza di “Chiesa in uscita” e, a tal proposito, Becciu ha anche ringraziato “per la gioia che caratterizza questo vostro andare verso le periferie esistenziali della nostra umanità e per il vostro annuncio del Vangelo”.

Il cuore della storia della Comunità di Sant’Egidio, secondo il Sostituto alla Segreteria di Stato, è in quel passo del Vangelo di Marco (cfr. Mc 6,7-13), in cui Gesù chiamò i discepoli “perché stessero con lui e insieme per mandarli ad annunciare il Regno”: umanamemente un’apparente contraddizione in termini, eppure “ascolto della Parola di Dio e missione nel mondo sono l'asse portante della Comunità”, ha sottolineato Becciu.

“La vostra non è e non può mai essere una Comunità autoreferenziale, ma capace di confondersi con la storia di tutti, specie dei più poveri”, ha aggiunto il presule.

Nel medesimo Vangelo, Gesù chiede ai discepoli di prendere solo i sandali e il bastone, quel che serve per camminare: “Guardando al cammino compiuto dalla Comunità in questi quarantasei anni, attraverso vari ambienti e paesi, vediamo che avete camminato così, fidandovi di Dio e non dei grandi apparati organizzativi”, ha commentato monsignor Becciu.

Il Sostituto della Segreteria di Stato ha inoltre lodato “la fede e l’entusiasmo” delle origini che anziché rallentare, “crescono con gli anni” nella Comunità.

Il Vangelo, poi, ci chiede di “dialogare con mondi lontani”, non arretrando “neppure di fronte a chi pretende di interferire nella vita interna della Chiesa esigendo la modifica della sua dottrina e dei suoi valori etici”, ha detto il presule, alludendo alle ingiuste critiche dell’ONU alla Chiesa.

La Comunità di Sant’Egidio ha quindi “scoperto un ‘potere’ diverso dai poteri del mondo” che è il potere, dato da Dio ai suoi discepoli di “consolare, guarire, scacciare le ombre demoniache del male, donare la luce, comunicare e costruire la pace”.

Accennando alle numerose attività caritative in cui Sant’Egidio è impegnata, monsignor Becciu ha affermato: “Non bisogna rassegnarsi: è possibile vincere la malattia, la guerra, gli odi sociali, e lottare contro la povertà, per la pace, per la fraternità”: sebbene i loro tempi siano lunghi, “i miracoli sono possibili”, ha commentato il presule.

“Credo che la Comunità di Sant’Egidio, nel solco tracciato da papa Francesco, trovi con connaturalità il cammino del futuro: possa crescere nell’amore, nella missione, nella prossimità ai poveri e nel tessere ovunque legami di amicizia e di pace”, ha quindi concluso Becciu.

Al termine della messa, il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha ringraziato il Sostituto della Segreteria di Stato e il fondatore Andrea Riccardi, rievocando poi sinteticamente 46 anni di attività.

“Era il 1968, un tempo di rivolgimenti nel mondo giovanile e in tutta la società, era l’inizio del post Concilio quando la Chiesa si interrogava tumultuosamente su se stessa e sul suo rapporto con il mondo”, ha detto Impagliazzo.

In quella “congiuntura particolare, di cambiamento della Chiesa e della società, ecco sorgere una piccola sorpresa dello Spirito: una Comunità di giovani all’ascolto del Vangelo e al servizio dei più poveri di Roma”, oggi diffusa in 70 paesi in tutto il mondo.

Quella sorpresa “non si è spenta”, ha commentato il presidente di Sant’Egidio: “La gioia del Vangelo, su cui ha lungamente riflettuto papa Francesco, resta il riferimento per il presente e il futuro della nostra Comunità”, ha detto.

Nascere a Roma ha aiutato la Comunità di Sant’Egidio “ad avere uno sguardo universale”, in particolare sulle “periferie umane ed esistenziali” attraverso le quali, come spiega papa Francesco, “si capisce meglio e più profondamente la realtà umana”.

Le parole del Santo Padre sono quindi, anche per la Comunità di Sant’Egidio, “una grande spinta” a “non chiuderci nelle nostre realtà o in noi stessi, ma a uscire e uscire nuovamente. E mentre si esce, bisogna far entrare i poveri nel nostro mondo”, ha quindi concluso Impagliazzo.