Sarai come un bambino davanti a Me

Vangelo della XXV Domenica del Tempo Ordinario

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di padre Angelo del Favero

ROMA, giovedì, 20 settembre 2012 (ZENIT.org) - Sap 2,12.17-20

Dissero gli empi: “Tendiamo insidie al giusto, (…). Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo ad una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà.”.

Mc 9,30-37

Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato.”.

Per la seconda volta in una settimana, Gesù annuncia oggi ai discepoli la sua morte e la sua risurrezione.

La reazione dei Dodici non ci sorprende: “Essi però non capivano e avevano timore di interrogarlo” (Mc 9,32). Forse anche perché intimoriti dal ricordo dell’aspro rimprovero indirizzato a Pietro pochi giorni prima dal Signore (Mc 8,33), i discepoli non osano adesso fare domande e osservazioni.

Il fatto è umanamente comprensibile e sembra di poca importanza, ma in realtà non è un segnale di poco conto: si tratta infatti del rapporto profondo tra i discepoli e il Signore.

I Dodici stanno seguendo Gesù per le strade della Galilea, ma non aderiscono pienamente a lui con il proprio cuore. Gli stanno dietro come bambini al maestro in gita scolastica, ma non c’è ancora sintonia profonda. Hanno lasciato le loro reti (Mc 1,16-20), ma il loro mondo è rimasto agli antipodi rispetto a quello del Signore.

Gesù se ne rende conto, e con mitezza e bontà prepara il momento favorevole per entrare in argomento:“Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Imbarazzati e vergognosi, i discepoli non rispondono: “Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande” (Mc 9,33-34).  Si sentono colti in fallo e se lo aspettavano, perché sapevano che al Signore non sfugge nulla.

La loro discussione fa pensare alla banale rivalità dei bambini, ma se il sintomo è trascurabile, la malattia è in realtà seria e grave. Si tratta infatti di quell’impedimento al regno di Dio che è dato proprio dal non essere come bambini (Mt 19,13-15).

Come riconoscerlo in noi? Mi pare che basti un sincero esame di coscienza.

Potremo così renderci conto dell’istintiva preferenza di sé, del protagonismo e dell’orgoglio dell’io, dell’ansia del successo, dell’attaccamento alla nostra immagine, al nostro punto di vista, al nostro tornaconto.

E’ il peccato di autosufficienza di coloro che vivono, nella pratica, come se Dio non ci fosse, o, se c’è, come se non avesse nulla a che fare con la propria storia.

Certo, l’autosufficienza è una preziosissima e necessaria conquista della ragione, ma la superbia dell’io rischia di far cadere l’uomo e la società intera nel baratro dell’auto-annientamento.

Questa, infatti, è la causa prima della guerra che l’uomo continua a fare all’uomo, in particolare di quei peccati che stanno all’estremo opposto del Vangelo dell’infanzia, poiché usurpano il potere divino sulla vita: l’aborto, la fecondazione artificiale, l’eutanasia, l’ideologia del “genere”, ecc..  

Vediamo oggi che Gesù “preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato.” (Mc 9,36-37).

Questo gesto di tenerezza del Signore non è solamente simbolico, vale a dire “il messaggio della piccolezza, della semplicità, della disponibilità fiduciosa, dell’abbandono senza calcoli, doppiezze ed interessi” (G. Ravasi), ma è anche una meravigliosa rivelazione della natura del Padre, con il quale Gesù è una cosa sola.

Gesù è Dio, e mostra che la sua persona è come un bambino.  

Per questo tra i bambini e Gesù c’è spontanea armonia, risonanza affettiva, sintonia immediata.. L’abbraccio di Gesù viene dal suo cuore: è un bambino che ha trovato altri bambini, e subito si mette in mezzo a loro.

Perfetta è l’amicizia di Gesù con i bambini. Essi sono per lui limpida gioia. Si sente perfettamente a suo agio con loro e viceversa. I loro sguardi si cercano e si trovano, felici di incontrarsi.

I bambini, infatti, sono “puri di cuore” come Gesù. La beatitudine dei puri di cuore (Mt 5,8) va letta anche in senso inverso: beati i puri di cuore, perché saranno veduti da Dio; perché Gesù li vede, li riconosce, li abbraccia, li ama in maniera speciale, li colma di tenerezza, come amici più intimi.

Anche se i bambini non sono necessariamente un modello di comportamento morale, essi saranno sempre uno specchio che illumina la nostra coscienza.

Lo sguardo del bambino è simile a quello di Gesù, sereno come il cielo spazzato dal vento. Rivela un cuore puro, è una finestra spalancata che permette di contemplare lo splendore originale dell’anima uscita dalle mani di Dio, fa pensare alla fragranza del pane appena sfornato.

Infine: l’abbraccio di Gesù non deve suscitare il rammarico di un impossibile ritorno all’età dell’infanzia. Ognuno di noi, nella misura in cui abbandona le abitudini di peccato e si sforza di vivere la vita buona del Vangelo con cuore mite ed umile, può sentire dentro di sé le braccia del Signore che lo avvolgono, sperimentando e testimoniando la fede in termini di gioia, di tenerezza, di amicizia affettuosa con il Signore.

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.