Scommettere sulla famiglia e tornare alle radici è l'antidoto contro la droga libera

Un vescovo uruguyano commenta la legalizzazione della marijuana nel suo paese

Roma, (Zenit.org) H. Sergio Mora | 329 hits

Lo scorso 10 dicembre, il Parlamento uruguyano, con i voti della maggioranza di Frente Amplio, ha approvato definitivamente, la legge che depenalizza il commercio della marijuana.

La nuova normativa, denominata La marijuana e i suoi derivati: controllo e regolazione di Stato dell’importazione, esportazione, piantagione, coltivazione, raccolto, produzione, acquisizione, conservazione, commercializzazione e consumo, prevede la creazione dell’Istituto IRCCA, che dovrà fiscalizzare l’attuazione della legge. La normativa permetterà ai cittadini adulti di acquistare fino a quaranta grammi al mese negli stabilimenti autorizzati.

La commercializzazione inizierà tra circa sei mesi, una volta regolamentata la norma e, inoltre, non si potrà vendere agli stranieri. “È venuta gente che non sapeva dove si trovasse l’Uruguay ma che ora, grazie alla marijuana, sa molto di noi”, ha spiegato l’impiegata di una farmacia, intervistata dall’ANSA.

Per approfondire il tema, ZENIT ha parlato con monsignor Jaime Fuentes, vescovo di Mina, in Uruguay, che ha studiato giornalismo all’Università di Navarra, esercitando la professione per molti anni, ed è stato ribattezzato “il blogger di Dio”, per i suoi numerosi scritti su internet.

Il “vescovo Jaime” come lo chiamano i suoi fedeli, responsabile della Commissione Nazionale della Pastorale per la Famiglia e per la Vita, ha spiegato ai nostri lettori le sfide rappresentate da questa nuova legge.

Eccellenza, qual è la sua opinione sulla legge che ha recentemente legalizzato la marijuana in Uruguay?

Mons. Fuentes: La legalizzazione della marijuana, a mio parere, è l’ultimo passo impresso dall’attuale governo per instaurare un tipo di società basata su un’idea individualista della libertà: un siluro che rischia di affondare il matrimonio e la famiglia.

Quindi non è solo la marijuana il problema?

Mons. Fuentes: Se due anni fa eravamo sull’orlo del precipizio come società (non ci dimentichiamo che l’Uruguay è stato il primo paese a legalizzare il divorzio nel 1907 e la famiglia è allo sfascio), ora abbiamo compiuto quattro decisi passi in avanti… In questo tempo è stato approvato l’aborto; le unioni omosessuali sono state equiparate al matrimonio; è stata legalizzata la fecondazione artificiale; ora la marijuana…

C’è quindi un denominatore comune tra aborto, unioni gay, fecondazione artificiale e marijuana?

Mons. Fuentes: Naturalmente. Siamo nel regno dell’“io-me-per me stesso-con me stesso”, vale a dire senza alcun riferimento trascendente. Questo sostrato ideologico individualista delle leggi menzionate, incide profondamente nell’educazione dei nostri bambini e giovani. Se si dice loro che la cosa più importante è che ognuno sia felice a modo proprio, che la verità dell’uomo, in definitiva, è in quello che uno sceglie. Se si tiene conto che l’80% della popolazione uruguayana viene educata dalla scuola pubblica, dove non solo non viene impartita alcuna nozione religiosa ma, per quanto possa sembrare incredibile, è persino proibito parlare di Dio, la conclusione è che sarà necessario uno sforzo a lungo termine per mettere fine a questo stato di cose.

Tornando alla marijuana: la gente è d’accordo con la legalizzazione? Che conseguenze porta l’approvazione di questa legge?

Mons. Fuentes: Alcuni mesi prima dell’approvazione, i sondaggi dicevano che il 62% della popolazione era contrario e sono sicuro che questa percentuale sia aumentata o quantomeno rimasta uguale. Inoltre la legge promossa dal presidente Mujica ha seguito il suo corso, fino a essere approvata con i voti contrari di tutti gli esponenti dell’opposizione. Molti medici uruguyani e stranieri hanno spiegato chiaramente che la marijuana non solo procura un danno alla salute, ma altera il funzionamento cerebrale e, di conseguenza, il rendimento intellettuale e fisico, fino a condurre al desiderio di consumare droghe più pesanti. Credo non sia difficile immaginare le conseguenze che questo porterà, in particolare tra i giovani.

Quali sono stati i motivi della decisione del governo di varare questa legge?

Mons. Fuentes: Il Presidente ha detto che combattere il narcotraffico, perseguendo i narcotrafficanti non ha dato risultato. Se, al contrario, è lo Stato a produrre, commercializzare e vendere la marijuana, i consumatori tenderanno a non comprarla in altri luoghi e avrà fine il commercio illegale che tanto danno produce. A mio modo di vedere, è un approccio quantomeno pelagiano, come se il peccato originale non esistesse, come se non trovassimo prove sufficienti in tutto il mondo e nel corso della storia, per cui lo Stato è composto da uomini e che gli uomini peccano. Per gli altri, può anche essere un affare coltivare privatamente le piante di cannabis e poi venderle: la legge permette un determinato numero di piante. E tuttavia, chi andrà a controllare se ho 4 o 10 piante nascoste in casa e se le tengo per mio consumo personale o per venderle ai turisti? Alla fine, ci sono altri argomenti che dicono a chiare lettere che la legge sulla marijuana porterà danni molto seri.

Si potrà tornare indietro se si dovesse riscontrare che i risultati della legalizzazione saranno funesti?

Mons. Fuentes: Penso che sia necessario tornare alla radice. Viviamo in una società pluralista, è vero, in cui la nostra Costituzione, tuttavia, afferma: “La famiglia è la base della nostra società. Lo Stato veglierà per la sua stabilità morale e materiale, per la miglior formazione dei figli nell’ambito della società” (art. 40). Mi pare che non ci sia bisogno di sottolineare quanto siamo lontani da una tanto solenne dichiarazione. Penso che tutto il lavoro dei politici sia insufficiente a renderla realtà, ma non sono solo loro i responsabili. Quando venne in Uruguay, papa Giovanni Paolo II disse qualcosa di molto vero: “sono le famiglie cristiane che permetteranno al mondo di tornare a sorridere”. La situazione in cui ci troviamo, e non solo in Uruguay, non è diversa da quella in cui si trovarono a vivere i primi cristiani, i quali vinsero con la loro coerenza, con il loro esempio e con la loro predicazione: “questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede”, dice San Giovanni. Abbiamo davanti a noi un fantastico lavoro di formazione, per mostrare la bellezza del matrimonio e della famiglia, così come Dio volle per la felicità delle donne e degli uomini di ogni tempo. Siamo nell’occhio di un ciclone ideologico che passerà, come tanti altri. Tuttavia bisogna lavorare e pregare, pregare molto e lavorare molto.