Se l'eredità di Benedetto diventa agenda

Editoriale di monsignor Bruno Forte pubblicato su "Il Sole 24 Ore" di domenica 10 marzo

Roma, (Zenit.org) Bruno Forte | 1165 hits

Riprendiamo di seguito l'editoriale firmato da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicato sull'edizione odierna del quotidiano Il Sole 24 Ore (pp. 1 e 8).

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Quale eredità Benedetto XVI lascia al suo Successore? La risposta a questa domanda passa attraverso l’intero pontificato del Papa emerito, teologo profondo, credente innamorato, umile operaio nella vigna del Signore e, soprattutto ora, pellegrino di Dio nel silenzio dell’adorazione e nella preghiera di intercessione. Quattro compiti prioritari mi sembrano delinearsi per il prossimo Vescovo di Roma, a partire dalle stesse parole con cui il Pontefice ha motivato la sua rinuncia: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. La prima delle urgenze che sta a cuore a Papa Benedetto è, dunque, la vita di fede, rispetto alla quale il mondo attuale è agitato da questioni di grande portata. Durante l’arco del suo ministero di Successore di Pietro egli ha insistito sul primato di Dio e sull’obbedienza da dare a Lui in ogni cosa. Proprio così, il Pontefice emerito è stato un riformatore spirituale, che con fermezza ha voluto rinnovare la Chiesa nell’amore a Cristo, nella fede incondizionata in Lui e nella testimonianza generosa e appassionata della Sua bellezza agli uomini. Convinto che la vera riforma non è anzitutto quella delle strutture o delle forme esteriori, Benedetto XVI, anche a costo di pagare un prezzo altissimo nel rinunciare all’apparenza giustificatrice per obbedire alla verità, ha ricordato alla Chiesa la necessità assoluta di piacere a Dio. Il modo limpido e deciso con cui ha affrontato scandali e peccati compiuti da persone consacrate, la richiesta di perdono a quanti da quei comportamenti erano stati offesi - compiuta facendosi carico da innocente delle colpe dei figli infedeli della Chiesa -, la fermezza della lotta a ogni carrierismo da parte di ecclesiastici, la serenità testimoniata anche di fronte a tradimenti e incomprensioni, non solo dicono la statura spirituale di questo Papa, ma restano come un esempio e una traccia da seguire per il futuro.

Connessa alla riforma spirituale della Chiesa, una seconda priorità è emersa con sempre maggiore insistenza nel magistero di Benedetto XVI: la nuova evangelizzazione. Ad essa egli si è riferito nel comunicare la sua rinuncia, parlando del vigore necessario “per annunciare il Vangelo”. Quando nel 2010 ha istituito il pontificio consiglio ad essa dedicato, ha usato accenni autobiografici perfino commoventi, quando ha detto di aver voluto dare così “uno sbocco operativo alla riflessione che avevo condotto da lungo tempo sulla necessità di offrire una risposta particolare al momento di crisi della vita cristiana, che si sta verificando in tanti Paesi, soprattutto di antica tradizione cristiana”. Si sente in queste parole l’amore profondo del Papa emerito a Cristo e la condizione di “amore ferito”, sperimentata nel vedere tanti allontanarsi dal tesoro del Vangelo o mostrarsi indifferenti ad esso. Il nuovo Papa dovrà trovare forme e modi perché la bellezza della fede affascini nuovamente i cuori e la speranza del Vangelo diventi per tanti luce nella notte di un tempo, in cui troppi sembrano non soffrire più della mancanza di Dio. Una simile impresa non potrà certamente essere condotta da una sola persona: si profila qui la terza delle priorità con cui dovrà misurarsi chi succederà a Benedetto XVI, l’esercizio della collegialità episcopale. Ad essa si riferisce il bisogno di provvedere adeguatamente al governo della Chiesa, cui il Pontefice accennava nella dichiarazione circa la sua rinuncia. Era stato lo stesso Ratzinger a indicare questa priorità all’inizio del pontificato: “Chiedo a tutti i fratelli nell’episcopato di essermi accanto con la preghiera e col consiglio… Il Successore di Pietro e i Vescovi, successori degli Apostoli, - il Concilio lo ha con forza ribadito (cfr. Lumen gentium, 22) -, devono essere tra loro strettamente uniti. Questa comunione collegiale, pur nella diversità dei ruoli e delle funzioni del Romano Pontefice e dei Vescovi, è a servizio della Chiesa e dell’unità nella fede, dalla quale dipende in notevole misura l’efficacia dell’azione evangelizzatrice nel mondo contemporaneo. Su questo sentiero, sul quale hanno avanzato i miei venerati Predecessori, intendo proseguire anch’io, unicamente preoccupato di proclamare al mondo intero la presenza viva di Cristo” (20 Aprile 2005). Alcuni passi in questa direzione ci sono certamente stati, ad esempio con la celebrazione dei Sinodi dei Vescovi. Tuttavia, un effettivo incremento del governo collegiale della Chiesa non potrà non passare attraverso una riforma profonda della Curia Romana e, in generale, attraverso stili ecclesiali di sobrietà sempre maggiore e di responsabilità condivisa dei pastori. Su questo punto, Benedetto ha offerto principi, che spetterà al Successore di tradurre in pratica fino in fondo.

Infine, l’annuncio rinnovato del Vangelo al mondo non potrà avvenire in maniera adeguata senza che si realizzino due condizioni, che formano la quarta priorità lasciata in eredità dal Papa emerito a chi gli succederà: il dialogo, con riferimento da una parte al rilancio dell’ecumenismo, dall’altra a un atteggiamento sempre più incisivo di fiducia e amicizia verso l’intera famiglia umana. Le difficoltà insorte in questi anni in campo ecumenico non sono certo dovute a Benedetto XVI, che anzi sin dall’inizio ha inteso dare un forte impulso all’impegno per l’unità voluta dal Signore. Con gli Ortodossi, dopo il significativo passo avanti compiuto col Documento di Ravenna del 2007 sul ministero di unità a livello universale, che sembrava aprire la strada al riconoscimento comune del primato del Vescovo di Roma, la resistenza da parte della base delle Chiese ortodosse è andata montando in maniera preoccupante. Con gli eredi della Riforma, dopo il prezioso accordo sulla dottrina della giustificazione del 1999, non sembra si siano fatti passi avanti significativi. Con gli Anglicani, i gesti di attenzione e accoglienza di Benedetto XVI non sono stati da tutti compresi o accettati. È necessario, insomma, uno slancio nuovo, che riesca a rimotivare nelle diverse confessioni cristiane la passione per l’unità per cui Gesù ha pregato: al nuovo Papa, e al collegio dei vescovi con lui, si presenta la sfida ineludibile di avanzare su questa strada, in continuità col messaggio del Concilio Vaticano II. Al tempo stesso, in un mondo sempre più globalizzato, in cui le identità locali avvertono il rischio e la minaccia della stessa globalizzazione, il dialogo con le culture e in generale con il mondo contemporaneo appare necessità prioritaria. Ci vorrà anche qui un nuovo slancio, che faccia tesoro delle premesse poste da Benedetto XVI, ad esempio nel dialogo con i non credenti e i lontani, per costruire ponti di simpatia e di amicizia, capaci di attrarre i cuori e di avviare dialoghi significativi e collaborazioni efficaci. I cinquant’anni dall’apertura del Vaticano II richiamano alla memoria di tutti lo stile di bontà e di fiducia di Giovanni XXIII, al quale dovrà congiungersi una conoscenza profonda e articolata della complessità degli scenari del “villaggio globale”. La sorpresa, che lo Spirito invocato sul prossimo Conclave riserva alla Chiesa, dovrà offrire una risposta convincente anche a quest’ultima, non facile urgenza.