Se la filosofia cura l'anima...

La diffusione di questa antica disciplina e la sua capacità di sanare il cuore e la mente dell'uomo

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di Francesca Pica

ROMA, domenica, 5 agosto 2012 (ZENIT.org) -  Potremo definirla l’estate della filosofia, è innegabile infatti che l’antica disciplina viva una stagione di mondanizzazione, basta osservare la diffusione e il crescente successo dei festival in pressoché tutte le città italiane.

Incontri ricorrenti, meeting affollati, trasmissioni sempre più ascoltate in cui i filosofi più accreditati impartiscono lezioni di vita, danno il senso di questa svolta in cui il pensiero perde la sua astrattezza ed entra nella quotidianità proprio in forza alla sua elaborazione pubblica.

Probabilmente una spiegazione si può cogliere nello spirito del nostro tempo, nella necessità di riempire il vuoto che la crisi, non solo economica, ha aperto nelle nostre società. Una possibile risposta allo smarrimento che l’evoluzione tecnologica spesso ci propone: oggi anche un trapianto d’organo, una legge sul testamento biologico o le politiche sull’immigrazione possono scatenare divergenze sui valori primari che il filosofo, più dell’esperto o del giudice è chiamato a dirimere.

Per non parlare del successo della consulenza filosofica: che la filosofia sia una cura dell'anima non è una scoperta recente, ma è una convinzione antica che è vacillata solo quando un medico viennese ha inventato una terapia alternativa. Cent'anni dopo assistiamo a un riassestamento.

Da una parte, la psicoanalisi è spodestata dalle scienze cognitive, che non pretendono certo di insegnarci come vivere ma ci dicono come funzioniamo. Dal''altra, la filosofia cerca di rientrare nel suo, recuperando i territori ceduti alla psicoanalisi. In questa ottica si può intendere la filosofia come cura dell’anima, soprattutto in quei casi in cui i “pazienti” non hanno nessun disturbo del comportamento, ma stanno solo attraversando un momento difficile della loro esistenza, ad esempio un lutto o una malattia, oppure una separazione.

La fragilità e il disagio psichico, a cui inevitabilmente ci troviamo esposti in queste situazioni, vengono collocati sul versante della patologia, come se non fossimo più in grado di confrontarci con gli aspetti dolorosi della vita né di assumere in proprio quelle sofferenze che l’esistenza necessariamente comporta.

Su quest’argomento la lettura del bel saggio di Moreno Montanari, La filosofia come cura offre la chance di ripensare il proprio modo di stare al mondo con nuovi punti di vista, indirizzandoci verso percorsi migliori.

Un libro, quello di Montanari, che non contiene elementi medico/terapeutici di sorta alcuna e che non ha l’ipocrita pretesa di risolvere i problemi delle persone in qualche pagina. In realtà, rappresenta più un componimento con una vena intima e personale del suo autore, un viaggio all’interno di se stesso che si proietta nel costellato universo esistenziale che caratterizza tutti noi, in un’ottica in cui la materialità delle nostre persone s’incastra perfettamente con gli elementi fondamentali che hanno plasmato l’individuo stesso: contesto, inadeguatezza, passato, nichilismo, morte.

Il primo capitolo parla della medicalizzazione della vita, siamo sempre più sottoposti a fattori esterni che ci espropriano della capacità di prenderci cura di noi. Nel secondo si affrontano il tema del senso di inadeguatezza che ci spinge a comprare o fare qualcosa che ci completi, valorizzando il vuoto che cerchiamo di riempire come occasione per rilanciare la nostra vita. Nel terzo la difficoltà ad accettare il tempo che passa, l’ineluttabilità dei fatti accaduti.

In realtà il passato non passa, siamo la nostra storia ma siamo soprattutto la capacità di rileggerla. Nel quarto l’autore tratta il nichilismo ma in un’ottica positivista per ricominciare partendo dalla crisi di tutte le illusioni e scoprire nuovi valori. L’ultimo capitolo è sulla paura di vivere e morire. Tanto più abbiamo paura di vivere, tanto più saremo spaventati dalla morte.