Se non ha uno sbocco sociale, la fede è destinata ad indebolirsi

Ristampato il compendio di dottrina sociale di monsignor Girolamo Grillo

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di Omar Ebrahime

ROMA, giovedì, 10 maggio 2012 (ZENIT.org) - Dopo il dibattito internazionale sulla Caritas in veritate (di cui l'Osservatorio Internazionale cardinale Van Thuan ha dato ampio conto nell'ultimo Rapporto sulla Dottrina Sociale) monsignor Girolamo Grillo, vescovo emerito di Civitavecchia-Tarquinia e per lunghi anni segretario del Comitato Permanente delle “Settimane Sociali dei Cattolici d'Italia”, dà alle stampe una nuova edizione, ampliata e rivista, del Sommario della dottrina sociale della Chiesa per storici, studiosi e studenti. Dalla “Rerum Novarum” alla “Caritas in veritate” (Marietti 1820, Milano 2010).

Si tratta, nel suo piccolo, di un lieto evento per tutti coloro che si occupano di promuovere la Dottrina sociale nel nostro Paese: raramente precisione documentale, preparazione dottrinale e fedeltà magisteriale riescono a trovarsi coerentemente insieme in opere di questo tipo. Vi riesce invece monsignor Grillo che fa precedere la nuova edizione da due prefazioni 'di peso': la prima, l'originale – qui riproposta – di monsignor Luigi Giussani (1922-2005) che coglie la novità della Dottrina sociale nella liberazione (per l'uomo moderno) di tutte quelle “menzogne che, promettendo il migliore dei mondi, costringono l'uomo nelle catene dell'ideologia e del preconcetto, sempre finendo nell'ingiustizia e nella violenza” (pag. 15), come il secolo appena trascorso ha drammaticamente testimoniato.

La seconda, firmata dall'attuale Vescovo di San Marino-Montefeltro, monsignor Luigi Negri, chiarisce al lettore la dimensione socio-politica (spesso contestata) che connota il messaggio complessivo della Dottrina sociale, ieri ed ancor di più oggi, con rinnovate tentazioni di intimismo e 'privatismo' favorite talora dalla stessa mentalità dominante: infatti “pensare a una fede senza l'inevitabile conseguenza di carattere socio-politico è pensare a una fede ridotta, a una fede debole che si fa largamente contestare e addirittura omologare dalla mentalità dominante” (pag. 11), proprio quello contro cui gli ultimi Pontefici hanno invece vigorosamente messo in guardia.

Il manuale vero e proprio (composto di otto capitoli tematici, nell'ordine dedicati a: statuto della Dottrina sociale; natura dell'uomo e diritto alla vita; famiglia, educazione e scuola; società, stato e sussidiarietà; bene comune; lavoro; sistemi economici e sviluppo, Populorum progressio e Caritas in veritate) si fa apprezzare per l'accurata scelta delle fonti di riferimento (anzitutto il Catechismo e le encicliche sociali dei Papi), riportate spesso per ampi estratti (come nel caso del Mater et Magistra e della Humanae vitae) a cui si accompagna un profilo didattico-divulgativo di ampio respiro. All'inizio l'autore, facendo chiarezza sulle origini ultime della disciplina, scrive - citando l'enciclica Laborem exercens del beato Giovanni Paolo II - che la Dottrina sociale trova la sua reale ragion d'essere non in qualche evento di natura economica dei tempi moderni ma nella stessa Parola di Dio conservata e trasmessa nella Sacra Scrittura: “[Essa] trova la sua sorgente nella Sacra Scrittura, a cominciare dal Libro della Genesi e, in particolare, nel Vangelo e negli scritti apostolici.

Essa appartenne fin dall'inizio all'insegnamento della Chiesa, alla sua concezione dell'uomo e della vita sociale e, specialmente, alla morale sociale elaborata secondo le necessità delle varie epoche” (cit. a pag. 29). Le sue origini remote vanno insomma ricercate nelle grandi verità della storia della salvezza e, più in particolare, nell'origine di tutti gli uomini da un Padre comune, nella fratellanza universale in Cristo, nelle realtà del peccato e della grazia, nel destino soprannaturale dell'uomo e nella realizzazione incipiente del Regno di Dio in questo mondo. E' a partire da qui che la Chiesa nel corso della storia ha affrontato le questioni più dibattute dell'ordine sociale o temporale. Ma se si perde questa prospettiva originaria il rischio è quello di compromettere seriamente il senso stesso dell'azione dei cristiani nel mondo. Vengono in mente al proposito le parole delle Beata Madre Teresa di Calcutta quando al giornalista che la provocò dicendo che lui non avrebbe fatto quello che faceva lei sulle strade più misere dell'India nemmeno per un milione di dollari, la religiosa rispose di rimando: “Neanch'io lo farei! E' per Gesù che lo faccio”.

Tra i vari approfondimenti, particolarmente significative sono le pagine dedicate alla famiglia nel capitolo III (cfr. “Famiglia, educazione e scuola”, pp. 111-141) dove l'autore si sofferma a lungo sulla Carta dei diritti della famiglia emanata dalla Santa Sede nel 1983 e diretta a tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non, dei nostri tempi. Il documento, che segue altri pronunciamenti dei Pontefici del secolo scorso (su tutti Pio XII) e dello stesso Concilio rivendica il diritto “originario, primario e inalienabile” (cit. a pag. 131) dei genitori ed educare i figli reclamando espressamente, laddove non sia riconosciuta, una “concezione sussidiaria dello stato nell'ambito dell'educazione” (pag. 132), campo primario della famiglia. Qualche anno più tardi, di fronte all'inerzia dei poteri pubblici, sarà la Congregazione per la Dottrina della fede a intervenire nuovamente sul punto, con accenti ancor più forti: “il compito educativo appartiene fondamentalmente e prioritariamente alla famiglia. La funzione dello stato e sussidiaria: il suo ruolo consiste nel garantire, proteggere, promuovere e supplire. Quando lo stato rivendica a sé il monopolio scolastico, oltrepassa i suoi diritti e offende la giustizia...” (Istruzione Libertatis conscientia, cit. a pag. 132).

Nonostante questo, e i successivi interventi di Giovanni Paolo II, duole ammettere che, forse anche per responsabilità della classe dirigente nominalmente cattolica, in Italia si è ancora ben lungi da una situazione soddisfacente: questo, annota Grillo, ha portato con il tempo non solamente “a una grave discriminazione della scuola non statale, ma soprattutto a una preoccupante omologazione culturale” (pag. 138) e a un complesso d'inferiorità verso lo stato-“gendarme dell'educazione” (pag. 139) che ha alimentato all'eccesso il paternalismo dell'istruzione spegnendo sul nascere alcune residuali – ma significative – esperienze di libertà. Oltre che strettamente economici (lo Stato, e quindi la collettività, pagano di più) anche questi sonocosti per lo sviluppoperchè ogni autentica esperienza di libertà parte sempre dalla libertà di affermarsi secondo quel che si è: con la propria identità, la propria vocazione e la propria missione.

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Per ogni approfondimento: http://www.vanthuanobservatory.org/