Secolarizzazione e famiglia sotto attacco in Nuova Zelanda

Il vescovo Browne parla di “terrificanti” sviluppi

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CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 21 settembre 2004 (ZENIT.org).- La secolarizzazione in Nuova Zelanda si sta diffondendo sempre di più a causa degli attacchi portati all’istituto familiare, afferma il presidente della conferenza episcopale del Paese.



A riprova di ciò, monsignor Denis Browne, vescovo di Hamilton, ha sottolineato la normativa sulla legalizzazione della prostituzione approvata lo scorso anno nel suo Paese e gli sforzi per giungere ad una equiparazione da un punto di vista giuridico fra l’unione civile e il vincolo matrimoniale.

“Siamo diventati un Paese fortemente secolarizzato – ha detto il vescovo in una intervista concessa a ZENIT –. La popolazione cristiana in Nuova Zelanda sembra in calo, se si considerano i censimenti quinquennali. Il maggior aumento riportato dall’ultimo censimento riguarda la categoria di coloro che non hanno più alcuna religione”.

A proposito della “Union Civil Bill” ha poi continuato, “se il progetto diventasse legge lo stesso termine ‘matrimonio’ potrebbe diventare una parola del passato, per essere sostituita dalla ‘unione civile’, che può comprendere le coppie di fatto, le coppie omosessuali, o qualsiasi altra cosa”.

“È per noi una prospettiva davvero terrificante”, ha commentato, ricordando quanto contenuto nel messaggio rivolto dal Santo Padre il 13 settembre scorso ai vescovi neozelandesi all’inizio della loro quinquennale visita “ad limina”.

In quell’occasione, Giovanni Paolo II accennando al “secolarismo sfrenato” in Nuova Zelanda aveva affermato: “Questa netta ‘separazione tra Vangelo e cultura’ si manifesta come ‘crisi di significato’: la distorsione della ragione da parte di gruppi di interesse particolari e l’individualismo esagerato sono esempi di questa prospettiva di vita che trascura la ricerca dell’obiettivo e del significato ultimo dell’esistenza umana”.

Nel tentare di spiegare le cause alla base di una tale situazione il vescovo di Hamilton ha risposto: “È difficile giudicare, ma credo che vi sia tutta una serie di diversi fattori come i mass media secolarizzati ad esempio che ha una grande influenza sulle vite dei giovani”.

“Vi è tutta una serie di fattori che ci circonda che rende le persone più secolarizzate senza neanche rendersene conto, e di questo per certi versi non possiamo incolpare le forze esterne”, ha spiegato il vescovo Browne, Presidente anche della Federazione delle conferenze episcopali cattoliche dell’Oceania.

“A volte si tratta di un indebolimento della nostra vita familiare. Ad esempio, durante la mia fase di crescita, ogni giorno noi eravamo una famiglia di preghiera”, ha affermato il vescovo Browne, che ha cinque fratelli, di cui solamente uno si è sposato mentre tutti gli altri hanno abbracciato la vita religiosa.

”Se poi passiamo alle parrocchie, vi sono così tante distrazioni lì! Non conosco le cifre, ma si tratta di un’enorme numero di giovani che accedono a Internet da casa o da scuola. Queste cose rappresentano una distrazione dai valori familiari fondamentali come l’unità, la conversazione insieme e la preghiera in comune, che siamo stati così capaci di apprezzare nelle nostre vite familiari”, ha affermato.

In merito alla normativa sulla prostituzione ha in seguito commentato: “E’ interessante per noi che le risposte siano state molto varie, nelle nostre comunità locali, perché la legge ha in effetti dato ai consigli locali la possibilità di decidere dove dare il permesso per l’apertura di case di tolleranza”.

“Di conseguenza, in molte comunità della Nuova Zelanda è attualmente in corso, a livello di consiglio locale, un gran dibattito sul luogo ove situare le case di tolleranza, se nell’area economica del centro o se ai margini della città”, ha riferito di seguito a ZENIT.

Parlando del dibattito al riguardo in corso ad Hamilton, città che conta circa 130.000 abitanti, ha confidato che “molte persone erano veramente impaurite dall’idea di trovarsi un bordello alla porta accanto o nel loro quartiere, tanto che sono insorte!”

“Il sindaco della città ha in effetti votato a favore della localizzazione delle case di tolleranza nei dintorni, ma la voce popolare li ha costretti a svolgere un dibattito più aperto al pubblico, e riteniamo che questo stia succedendo anche da altre parti”, ha quindi chiarito.

“Siamo tentando di mantenere le cose un po’ sotto controllo e credo che ciò che sta avvenendo - come ho riferito al Santo Padre - è che l’attuale Parlamento stia veramente discutendo in merito a ciò che potremmo definire un programma di riorganizzazione sociale”.

Il vescovo ha poi ribadito la responsabilità dei parlamentari di farsi espressione della “voce del popolo”, dicendosi preoccupato per “il fatto che sembra esserci un programma, difficile da valutare, ma che è il programma di una minoranza all’interno di un Paese”.

Facendo un bilancio della visita ha affermato che i prelati neozelandesi escono “rafforzati” da questa esperienza “grazie all’incoraggiamento che ci ha dato Giovanni Paolo II ed ai suggerimenti e consigli che ci ha dato da mettere in pratica, tra cui in particolare la promozione della vita familiare”.

“La nostra gente cattolica, e direi i nostri cristiani in Nuova Zelanda, ci cercano come guida e come sostegno e noi dobbiamo andare avanti e dare loro ciò che cercano”, ha dichiarato.

”Mi ricordo di essere stato molto amico di un diacono anglicano (poi divenuto diacono emerito), il quale mi diceva: ‘Non permettere mai al Santo Padre o alla Chiesa cattolica di diminuire nella sua promozione di una buona vita morale perché voi siete l’ultimo bastione di una buona moralità nel mondo e dovete continuare a mantenere questa linea’. Ed è questo che i vescovi neozelandesi sono determinati a fare!”