Senza discernimento non si può seguire il Signore

Commento al Vangelo della XVII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Takamatsu, (Zenit.org) Don Antonello Iapicca | 540 hits

“Avete compreso tutte queste cose?”. Questa domenica il Signore ci viene incontro chiedendoci se abbiamo preso-con noi le “cose nuove e quelle vecchie” che la Parola di Dio nasconde; se abbiamo discernimento per orientarci nella vita.

Esso, infatti, è la caratteristica fondamentale di ogni cristiano. Senza discernimento non si può seguire il Signore, si è vittime della storia e preda degli eventi, ripiegati su se stessi, ovvero incapaci di amare.

Vediamo, quanti “selfie” ci facciamo ogni giorno? Quanti ne scattano i nostri figli? Sembra che il senso e l’obiettivo di qualunque cosa facciamo sia lo scattarsi una foto e postarla. Viaggi e gite, pranzi e cene, magliette e gonne nuove, i pomodori piantati in giardino, perfino una corsa nel parco con il cane, tutto è irrimediabilmente destinato all’autoscatto, metafora triste dell’autocompiacimento che cerchiamo nelle cose e nelle persone.

Per l’uomo vecchio schiavo della carne e dei suoi desideri, infatti, tutto è "auto": autostima, autogestione, autocoscienza, autoironia, autoerotismo, riflessi di una generazione affetta da un inguaribile autismo dell’anima.

L'altro è, semplicemente, uno specchio dove rifrangere la propria immagine; non esiste, vive nel prolungamento del proprio ego. Non serve neanche a farci una foto, oggi nemmeno un figlio…

Vive attaccato a un respiratore artificiale, lo sguardo dell'altro. Altro che Parola creatrice, sono gli occhi del mondo a dargli vita; una volta chiusi muore nell’insignificanza.

Anche noi abbiamo dato “valore” a “perle” finte, considerando un “tesoro” essere importanti per gli altri. E' triste una vita stretta nel sandwich crudele del risparmio energetico di uno smartphone… Eppure è la vita di chi non “comprende” le Parole del Signore.

Ma anche oggi, come ogni giorno sino “alla fine del mondo”, il Signore “manda i suoi angeli a separare i pesci buoni da quelli inutili (secondo l’originale greco)”.

Hai dato valore a ciò che non ne ha? Rapidamente sarà “gettato nel fuoco ardente”, non ti preoccupare. Dove sono finiti i selfie che ti sei scattato una settimana fa? Nello stesso “trash” dove è finita quella gita e quella cena, il cestino dove forse, con la foto, hai gettato il tuo matrimonio, quell’amicizia, quel rapporto sessuale scatenato dagli ormoni in libera uscita.

La vita è seria, e porta con sé le conseguenze di ogni pensiero, parola e gesto. Non si scappa, o sono “buoni”, o “inutili”, cattivi e dannosi. Chi non ha discernimento continuerà a confonderli, prendendo un selfie appena sfornato sui social networks per compimento e felicità.

Ma non siamo nati per questo; piuttosto per esserne salvati dalla Chiesa, la barca che, con Cristo a bordo, solca il mare per approdare “all’altra riva”: “come infatti, il mare simboleggia il tempo, così la spiaggia indica la fine, e la riva segnerà che cosa la rete, cioè la Chiesa, aveva pescato” (San Gregorio Magno).

E che cosa aveva pescato? Noi, insieme ai fratelli. Anche le parabole di questa domenica, infatti, sono spiegate “in casa”, nell’intimità della comunità. Ci parlano della “gioia” di chi ha incontrato l’Amato che aspettava da sempre, l’unico che ha dato “valore” infinito alla sua persona, compresi i difetti, perdonando ogni peccato, e promettendogli una vita nuova e sorprendente, piena e felice nella sua compagnia. La vita che non si sazia di selfie, ma ha nell’altro il luogo dove compiersi nell’amore.

Il cristiano, infatti, ha “trovato” questo “tesoro” grazie alle indicazioni fornitegli dalla predicazione della Chiesa. Ha pregustato, infatti, la gioia della Torah che ha fatto di Israele un Popolo diverso da tutti gli altri.

Sul Sinai Israele ha “trovato” l’unica “perla preziosa” per la quale vale la pena vivere. Nella Parola è stato “conosciuto, creato, chiamato e giustificato”, e ha “compreso come vivere con discernimento.

Per questo, anticamente, ogni uomo conquistato dalla bellezza e dall’autenticità della predicazione e della testimonianza della Chiesa, iniziava in essa un cammino di conversione e purificazione per giungere alle nozze con Cristo, alla Nuova ed eterna Alleanza preparata per lui.

Non a caso, l’eucarestia che, nella Chiesa primitiva, dava compimento a tutto il percorso catecumenale, era un arcano, un “tesoro nascosto” che veniva svelato ai catecumeni nella notte di Pasqua, solo dopo che erano rinati da acqua e da Spirito Santo.

Bisognava uscire da se stessi, e “scavare” per “tirarlo fuori”, ovvero scendere i gradini che separavano dalle acque del battesimo. Solo così gli scribi, ovvero i giudei che si avvicinavano alla Chiesa, “divenivano discepoli del Regno dei Cieli”.

Per questo si mettevano alla scuola della Chiesa che, all’origine, veniva dalla circoncisione, olivastro innestato sull’olivo buono,  che per loro era proprio “come un padre di famiglia (secondo l’originale)” - la nuova famiglia cristiana che li accoglieva – “che estrae dal suo tesoro cose antiche e cose nuove”.  La Torah illuminata da Cristo, ecco il tesoro!

A tutto questo siamo chiamati anche noi, che battezzati lo siamo già. Ma se non percorriamo un serio cammino di conversione rischiamo di finire come i pesci “inutili” della parabola.

Gesù sta parlando ai suoi, a me e a te, non al mondo, che non capirebbe. E ci dice che nella Chiesa molti sono stati presi nella “rete” della predicazione. Questa era come una sciabica, e formava una parete nel mare: trascinata a terra raccoglieva tutto quello che vi trovava, anche le impurità e i pesci non commestibili.

Così, molti hanno ascoltato l’annuncio, ma, nonostante il catecumenato, e forse anche il battesimo, non si sono convertiti. Continuano a scattarsi selfie, frustrando l’opera di Dio e la missione per la quale sono stati chiamati.

E tu, ed io? Abbiamo trovato il “tesoro”? Siamo, cioè, docili alla vanga della Parola e della guida della Chiesa che “scavando” ci educa per tirare fuori il meglio da ciascuno di noi, ovvero la nuova natura di figli di Dio plasmata dalla Parola e dai sacramenti?

Accettiamo che gli “angeli”, ovvero gli apostoli, ci visitino sulla “riva” delle nostre storie, e ci illuminino “separando” le opere buone e commestibili per gli altri dalle “inutili”, che, come il sale che ha perduto il sapore, non hanno alcuna utilità per la salvezza nostra e degli altri?

Stiamo “cercando“, prima e più di ogni altra cosa, la “perla preziosa”, ovvero il Regno di Dio e la sua Giustizia, per sperimentare il perdono e camminare in una vita “giusta” e crocifissa nel dono di noi stessi? Oppure cerchiamo la nostra giustizia, come il fariseo di un’altra parabola? Lo possiamo vedere se, tornando a casa dalle celebrazioni, siamo spinti a perdonare oppure no.

Abbiamo una missione, questo è il cuore del discernimento. E per il suo compimento essa tutto concorre al bene. Anche la solitudine, il disprezzo, le frustrazioni. Perché chi ha trovato la “perla preziosa”, che in epoca di Gesù era il massimo della ricchezza, uno status symbol come potrebbe essere una Ferrari; non ha bisogno di niente altro, mentre il discernimento la sa riconoscere con la sapienza divina.

Ha celebrato le nozze nell’amore che non si corrompe, e può lasciare tutto, vendere ogni bene, ma non per un eroismo moralistico o sentimentale, ma in virtù dell’evidenza che si impone nell’esperienza. Perché la vita è una Pasqua, va verso verso il Cielo, dove ci attende Cristo!

E’ felice, “pieno di gioia” si spoglia anche di se stesso, come San Francesco. A questo siamo chiamati, alla felicità che nessuno potrà mai toglierci, che sorge dalla certezza di essere per Cristo la “perla preziosa” per la quale ha dato tutto se stesso, il “tesoro nascosto” nel campo del demonio, per il quale si è nascosto anch’Egli nel sepolcro e così riscattarci. E farci risorgere con Lui.