Senza fede che c'è di bello nella vita?

L'invito a riscoprire la fede di Ray Bradbury, l'autore recentemente scomparso delle "Cronache marziane"

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di Andrea Bartelloni

ROMA, lunedì, 6 agosto 2012 (ZENIT.org) - «Nel 1859 Darwin ha aperto il passaggio verso un nuovo tipo di organizzazione ideologica del pensiero e della fede, organizzazione basata sull’evoluzione (…) Nel modo di pensare evoluzionista non c’è bisogno né spazio per il sovrannaturale. La terra non è stata creata, si è evoluta. Così gli animali, le piante, inclusi noi uomini, la mente e l’anima, come il cervello ed il corpo. Così la religione». Con queste parole Julien Huxley, nipote di Thomas Huxley, amico e promotore di Darwin, descriveva con grande onestà intellettuale l’opera dello scienziato inglese.

Questa citazione torna in mente leggendo i racconti di Ray Bradbury, Cronache marziane (Oscar Mondadori, 2011). L’autore americano, recentemente scomparso, mette in bocca ad uno dei tanti protagonisti una frase che la dice lunga sul suo retroterra culturale. Si tratta di una riflessione sulla causa del declino della razza umana: la perdita della fede.

Perdita della fede collegata alla comparsa di Darwin e delle sue teorie, assieme ad Huxley e a Sigmund Freud, il padre della psicanalisi (Negli anni in cui Bradbury scrive la psicanalisi freudiana furoreggiava negli Stati Uniti).

Teorie abbracciate con gioia, ma che ci siamo accorti che stridevano con le religioni, non riuscendo a rimuoverle abbiamo rimosso le religioni, conclude il protagonista del racconto.

La riflessione di Bradbury, fatta alla fine degli anni ’40 del secolo scorso, è molto interessante e continua così: «E abbiamo fatto un bell’affare: abbiamo perduto la fede e ce ne siamo andati in giro chiedendoci quale fosse lo scopo, il senso della vita. Se l’arte non era nulla più di un fremito di desiderio frustrato, se la religione non era che un’autoillusione, che cosa c’era di bello nella vita? La fede ci aveva sempre dato le risposte, ma con Freud e Darwin tutto è andato a finire nella spazzatura. Eravamo e siamo una razza perduta» (pag. 87 de le "Cronache marziane").

E la causa sta nella perdita di rapporti tra scienza e religione che, invece di arricchirsi l’un l’altra, si sarebbero date battaglia.

Il cardinale Ratzinger in un suo famoso discorso (Sorbonne, Parigi, 27 novembre 1999) ebbe a sottolineare come «la teoria dell’evoluzione si è sempre più venuta delineando come la via per far scomparire finalmente la metafisica e per far apparire superflua l’ “ipotesi di Dio” (Laplace) e per formulare una spiegazione strettamente “scientifica” del mondo».

Qui appunto sta il problema: scienza e fede, scienza e religione sembrano essere alternative. La posta in gioco è alta e non solo Bradbury se ne rese conto, anche gli ultimi pontificati lo hanno sottolineato con forza. Si è dimenticato quello che diceva Leo Moulin (Tecnologia e cristianesimo): «Il cristianesimo, presentando all’uomo un’immagine del mondo che non si identifica con Dio, il cui mistero è a lui accessibile; affidando all’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, il compito di “dominare” la terra (…) ha aperto la strada alla conoscenza scientifica del mondo e alle applicazioni della tecnica».

Non esiste contrapposizione, anzi, è il cristianesimo che ha permesso la nascita e lo sviluppo della scienza come noi la conosciamo.