Senza la luce di Dio è notte per l'Europa

Se al posto dell'egoismo dei forti ci fossero state politiche animate dal bene comune, saremmo già fuori dalla crisi

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di Carmine Tabarro

Comunità Cattolica Shalom

ROMA, martedì, 19 giugno 2012 (ZENIT.org) - La notte collettiva che ha colpito l’Europa, è stata più volte denunciata dal Magistero Papale. A titolo d’esempio, il 4 novembre 1982, Giovanni Paolo II nella Cattedrale di Segovia – ricordando San Giovanni della Croce e la sua “Notte Oscura” – affermava che l’uomo moderno “nonostante le sue conquiste, sfiora nella sua esperienza personale e collettiva l’abisso dell’abbandono, la tentazione del nichilismo, l’assurdità di tante sofferenze fisiche, morali e spirituali. La notte oscura, la prova che fa toccare il mistero del male ed esige l’apertura della fede, acquisisce a volte dimensioni di epoca e proporzioni collettive”.

Altrettanto profetico è stato quello che ha detto Papa Benedetto XVI nella sua omelia del 31 Maggio 2009, nel giorno della Pentecoste: “Quello che l'aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l'ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l'esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell'aria - e per questo l'impegno ecologico rappresenta oggi una priorità - altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società - ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l'uomo e la donna - a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà”.

La notte europea è fondata proprio sul dramma di una cultura che delinea un orizzonte nel quale Dio è stato estromesso, “oscurato”, “negato ideologicamente”.

Quanto sopra serve a comprendere le cause che stanno determinando la deflagrazione dell’Europa. Colpita dalla crisi finanziaria emersa nel 2007 negli Stati Uniti, gli Stati Europei ed il Parlamento europeo, nonostante 25 vertici, non sono riusciti ad evitare che questa crisi, venuta da lontano si trasformasse in una grave crisi del debito pubblico, che ha travolto Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia, facendo pagare un salato conto alle persone, alle famiglie e alle imprese, mettendo in pericolo la solidità dell’Unione e dell’euro.

Le cause a livello pratico che hanno innestato la crisi sono diverse. In questa sede ci soffermeremo sull'eccessiva rigidità ideologica monetarista e sulla mancanza di una visione sul bene comune. Nel caso greco la storia è abbastanza semplice. Per anni la Grecia, come tutti i paesi della periferia dell’area-euro hanno cercato di “arrangiarsi”, prendendo direzioni diverse. Grecia, Portogallo e Italia hanno usato la spesa pubblica finanziata dal debito – approfittando dei bassi tassi d’interesse iniziali consentiti dall’euro e aggirando il Patto di stabilità – per sostenere l’occupazione e i salari; questo ha determinato la perdita di capacità produttive e peggiorato i conti con l’estero e il debito pubblico è stato finanziato sempre più da banche estere, che ora temono l’insolvenza e hanno scatenato la crisi. Hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi e tutti, cittadini e governo, hanno speso di più di quanto guadagnavano.

A rendere lo squilibrio greco ancora più grave, hanno contribuito un’evasione fiscale superiore perfino a quella italiana, e questo, assieme a una pesante ed inefficiente pubblica amministrazione che gravava in modo intollerabile sul bilancio pubblico. A dare il colpo di grazia finale, sono arrivati i costi faraonici delle Olimpiadi, facendo crescere il debito pubblico e il deficit, in maniera geometrica.

Questo stato di cose non poteva durare troppo tempo ed i cittadini più economicamente facoltosi, fiutando l’aria della bancarotta, hanno fatto a gara per portare i capitali all’estero. Questo sistema, per poter reggere per oltre un decennio, ha reso necessario che i governanti greci truccassero i conti pubblici.

Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi dell’Unione Europea, della BCE della Germania, della Francia, senza che nessuno avesse nulla da dire. Bisogna chiedersi: perché tutto questo sia stato permesso ai governanti greci?

La risposta per la sua semplicità è molto banale: difatti nel 2003, la Commissione Europea più volte ha chiesto ai paesi euro di attivare politiche di controllo sui loro bilanci pubblici. Ma le risposte di Germania, Francia e Italia furono negative, perché, a loro avviso, questo sarebbe stato un'indebita invasione della sovranità nazionale.

In altre parole l’Unione Europea viene a costruirsi intorno ad un’anarchia assoluta, dove gli stati avrebbero voluto fare quello che volevano, senza politiche economiche, fiscali, democratiche comuni. In tal senso il bene comune dell’Unione europea si è sgretolato dinanzi al bene totale dei singoli stati. La crisi finanziaria, con tutti i suoi speculatori hanno fatto il resto.

A questo punto gli altri paesi dell’Eurozona (Germania in primo luogo, seguita dalla Francia) hanno preteso che la Grecia adottasse politiche rigorose di risanamento necessarie per rimettere in ordine i conti del Tesoro e del sistema bancario, pesantemente indebitato con l’estero. Ma la gravità del debito e del deficit era tale, che non bastava obbligare il governo greco a cambiare politica ed ad adottare politiche draconiane di tagli che incidevano sulla carne viva delle persone, delle famiglie, dei corpi intermedi della società, ma ci sarebbe stato bisogno di politiche economiche di urgente aiuto esterno per evitare che gli attacchi speculativi travolgessero Tesoro, banche e popolazione.

Se al posto dell’egoismo dei forti ci fossero state politiche animate dal bene comune, all’inizio della crisi sarebbero stati sufficienti poche decine di miliardi di Euro per allontanare gli attacchi degli speculatori e guadagnare il tempo necessario per mettere in atto le misure di risanamento sostenibili.