Separazioni e divorzi: il bambino al centro del conflitto coniugale (Seconda Parte)

Intervista alla psicologa Valeria Giamundo sulle conseguenze di tale fenomeno nell'infanzia

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di Britta Dörre

ROMA, mercoledì, 29 febbraio 2012 (ZENIT.org) – Le separazioni e i divorzi sono, secondo numerosi studi, gli eventi più “stressanti” per la vita di una persona, subito dopo la morte di un parente stretto.

I danni che questi eventi provocano sono irrevocabili e possono manifestarsi anche a lungo termine, in modo particolare sui bambini, con effetti che variano dal disagio sociale alla difficoltà a mantenere legami duraturi.

Lo ha affermato a ZENIT, in un’intervista pubblicata ieri, la dottoressa Valeria Giamundo, psicologa e psicoterapeuta, che negli ultimi anni ha rivolto i suoi studi allo sviluppo di un modello di trattamento di bambini e adolescenti circa l'elaborazione della separazione genitoriale. Riportiamo di seguito la seconda parte dell’intervista.

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Ci sono regole comportamentali che possono guidare i genitori nella gestione dei figli durante una separazione?

Dott.ssa Giamundo: Secondo gli esperti, per tutelare il bambino, i genitori dovrebbero osservare tre principi fondamentali:

1) garantire la continuità delle condizioni più pragmatiche, come i ritmi dei pasti e dell’addormentamento, gli impegni extrascolastici, ecc..;

2) garantire la prevedibilità, ovvero dare al bambino la possibilità di prevedere alcuni eventi, di sapere anticipare cosa faranno;

3) garantire l’affidabilità, rimanendo dei punti di riferimento affettivi importanti per i figli, affinché si sentano realmente amati e supportati nei bisogni di crescita personali.

La famiglia allargata è un argomento molto dibattuto negli ultimi anni. Molti film la trattano e spesso si mostra che in questi casi, superati i problemi, c'è sempre un happy-end. Nella realtà come percepiscono i figli questo cambiamento?

Dott.ssa Giamundo: La transizione dalla famiglia unita alla famiglia separata spesso si accompagna alla formazione di nuovi nuclei familiari, e ciò richiede un ulteriore sforzo di adattamento da parte del minore.

La capacità di accettare e integrarsi nel nuovo contesto familiare dipende dalla sensibilità e gradualità dei genitori di favorire l’integrazione nel nuovo nucleo: essi non dovrebbero imporre tempi e modalità che non tengano conto delle caratteristiche individuali dei figli.

Se il bambino non ha accettato la separazione dei genitori, può percepire il nuovo partner come un intruso e il suo vissuto di abbandono può accompagnarsi a sentimenti di tradimento o esclusione.

La conoscenza e presenza del nuovo partner dovrebbe essere, quindi, graduale discreta, con particolare cautela a sfuggire alla "trappola" della competizione e della provocazione. Se poi è il genitore che ha "subito" la separazione a non accettare l'idea del nuovo compagno, il bambino rimane incastrato nel conflitto di lealtà e gli viene impedita la possibilità di costruire una buona relazione.

Un happy-end, dunque, sembra molto difficile….

Dott.ssa Giamundo: Al contrario, gli esiti dipendono dagli atteggiamenti dei genitori e dei loro rispettivi partner. L’happy-end è possibile, ma ci si deve lavorare. Non parlo solo dell'intervento professionale, ma mi riferisco alla volontà del genitore di mettersi in discussione, di partecipare attivamente e con maggiore consapevolezza al complesso processo della separazione.

Qual'è la funzione dello psicologo in questi casi?

Dott.ssa Giamundo: Il professionista dovrebbe innanzitutto esplorare la possibilità di una riconciliazione, ma se non ci sono le condizioni per favorire un ricongiungimento, la sua funzione consisterà nel facilitare l'elaborazione dell'evento, stimolare nell'adulto la consapevolezza delle numerose implicazioni che tale evento può avere sulla famiglia, sia sul piano emotivo - psichico che su quello concreto - organizzativo.

Per quanto riguarda il trattamento del bambino invece?

Dott.ssa Giamundo: Nel caso del bambino, l'intervento dovrà essere centrato sulla comprensione, accettazione, elaborazione della separazione genitoriale. E' importante aiutarlo a riconoscere le emozioni che ha generato, inclusi sentimenti di rabbia e frustrazione, ambivalenza affettiva o il senso di colpa, poiché spesso i figli si sentono responsabili dell'evento. In questa direzione, negli ultimi anni ho applicato la terapia di gruppo che si è rivelata particolarmente efficace per i bambini.

Come funziona questa terapia?

Dott.ssa Giamundo: I bambini affrontano i problemi legati alla separazione in gruppi omogenei per età, di 4 o 5 partecipanti. Condividono la sofferenza, si confrontano tra loro e si sostengono reciprocamente. Il bambino affronta il suo problema con più coraggio traendo vantaggio dalle esperienze altrui. Il ruolo del terapeuta è stimolare il confronto reciproco, aiutandoli ad esprimere i propri stati d'animo e trovare nuove soluzioni per facilitare l'adattamento. Per avere successo, ad ogni modo, la terapia del minore dovrà essere affiancata ad interventi di sostegno rivolti alle figure genitoriali.

Chi si rivolge a lei: i genitori spontaneamente o i genitori su richiesta dei loro figli?

Dott.ssa Giamundo: Solitamente sono i genitori a richiedere la consulenza per se stessi o per i figli. Nel migliore dei casi - mi riferisco a quei genitori particolarmente sensibili e attenti - la consultazione è richiesta in una fase precedente alla separazione, per essere orientati e guidati nel processo: capire, ad esempio, come comunicarlo ai figli, come proporre il cambiamento, riorganizzare i loro ritmi di vita e così via.

Quando invece la consulenza professionale è richiesta in una fase successiva, le motivazioni che la sottendono sono legate alle difficoltà a gestire il disagio del minore: i genitori cioè hanno preso atto che non sono in grado, da soli, di alleviare la sofferenza del proprio figlio.

Quali sono i casi più frequenti?

Dott.ssa Giamundo: Un caso che ricorre spesso è quello dei figli che, a partire dai 10 anni, chiedono ai genitori di fornire loro un aiuto professionale esterno.

Sono i casi in cui si regista un maggiore sofferenza, poiché i ragazzi hanno preso atto che il proprio disagio non è più risolvibile con l'aiuto genitoriale; ma sono anche i casi che hanno una prognosi più positiva, poiché la consapevolezza del disagio è unita al desiderio di superarlo, e proprio la motivazione al cambiamento faciliterà il recupero di una condizione di serenità ed equilibrio.