Servono politiche pubbliche che promuovano la riduzione degli aborti

Afferma l'Istituto di Capitale Sociale (INCAS)

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di Miriam Díez i Bosch

BARCELLONA, domenica, 9 novembre 2008 (ZENIT.org).- Uno studio rivela che l'unico bene possibile dal punto di vista delle politiche pubbliche è "la promozione della riduzione dell'aborto", che sta provocando danni con un forte impatto economico.

"Aborto e politiche pubbliche", il nuovo studio monografico dell'Istituto di Capitale Sociale (INCAS) dell'Università Abat Oliba CEU (http://www.uao.es/) di Barcellona, rivela che in Spagna si stanno già realizzando 100.000 aborti all'anno, che rendono il Paese uno dei più permissivi d'Europa.

Lo studio è diviso in due parti: una sull'aborto dal punto di vista della "razionalità nella gestione pubblica", l'altra sulla "necessaria prospettiva economica dell'impatto dell'aborto".

Lo studio è guidato dal direttore dell'Istituto, Josep Miró i Ardèvol.

Dal lavoro si apprende che esistono quattro problematiche alla base dell'aumento esponenziale degli aborti. In primo luogo si dovrebbe "sradicare la privatizzazione e il fatto che sia fonte di lucro", proseguendo con il "regolare meccanismi di controllo e supervisione efficaci, come quelli di cui dispongono altri ambiti dell'amministrazione".

In terzo luogo, è necessario "informare la donna e dare tempo per la riflessione", così come "fornire mezzi che favoriscano il fatto di tenere il figlio e informare su questi, come sull'alternativa dell'adozione". La ricerca conclude sostenendo che l'aborto "distrugge il flusso di capitale umano".

Una delle constatazioni è che "le politiche pubbliche si mettono in pratica per ridurre i danni dei comportamenti sociali inadeguati e le loro cause". Per questo, "visto l'impatto e il danno dell'aborto, "una nuova legislazione dovrebbe avere come fine la sua riduzione progressiva, e il fatto di agire sulle cause che lo provocano".

Di fronte a comportamenti sociali che si estendono e hanno effetti indesiderati sulla società, le politiche pubbliche devono avere lo scopo di ridurli. Così è avvenuto con gli incidenti stradali, o con il fumo, ma "perché, anche se l'aborto una pratica oggettivamente nociva, la si vuole escludere dal criterio generale?", si chiede lo studio.

"Una società che ha nella crisi della natalità il suo problema principale e definitivo e nella perdita di capitale umano la sua conseguenza economica più evidente" non ha tuttavia "politiche reali volte a ridurre l'impatto crescente dell'aborto, sempre più incisivo nelle sue conseguenze economiche e dal punto di vista del sistema pubblico di benessere", denuncia.

"Vista la situazione demografica spagnola e l'impatto negativo che ciò significa sulla rendita e sul sistema del benessere, risulta incomprensibile una politica pubblica orientata all'aborto, come invece accade", ha dichiarato a ZENIT Miró i Ardèvol.

"Indipendentemente dal credo di ciascuno, considerando la razionalità dei fatti, l'aborto può considerarsi solo un danno, sia per il bambino non nato che per la donna, per i danni che provoca durante e dopo il processo, e anche per tutta la società", ha aggiunto.

"Ogni aborto genera una perdita di rendita e pregiudica l'equilibrio della Sicurezza Sociale. Quanto più qualificata è la popolazione di un Paese, maggiore è il danno che provoca. Quello morale è identico, inassumibile, ma anche coloro che non valutano questo danno o lo relativizzano non possono negare il danno materiale oggettivo che provoca".

Per questo, "i difensori dell'aborto, se condividono con il resto della società i criteri di ragionevolezza, devono concludere che l'unico bene possibile dal punto di vista delle politiche pubbliche è promuovere la sua riduzione, visto che la libertà, in uno Stato di diritto, non può mai avere come risultato il danno", ha concluso.

Il rapporto, di cinquanta pagine, può essere scaricato gratuitamente nella sezione "Monográficos" dell'Istituto: http://incas.uao.es/cream/

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]