Sesto comandamento: Non uccidere

Oggi, come durante l'Olocausto nazista, ebrei e cattolici insieme per la pace

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di Giovanni Preziosi

ROMA, lunedì, 16 gennaio 2011 (ZENIT.org) - Il 17 gennaio, come ogni anno, si celebra la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che prelude alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si svolge dal 18 al 25 dello stesso mese che, che col passar del tempo sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nel panorama del dialogo interreligioso.

Giunta alla sua 23a edizione da quando, nel 1990, vide la luce ufficialmente, grazie alla lodevole iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana, quest’anno sarà dedicata al sesto comandamento che recita in modo inequivocabile: Non uccidere. Non sempre, purtroppo, nel corso della storia i rapporti tra i discendenti di Abramo sono stati idilliaci ed improntati alla stima e al rispetto reciproci. Tuttavia, in tempi recenti, il riavvicinamento e il dialogo ebraico-cristiano hanno fatto registrare, finalmente, notevoli passi avanti sia sul piano delle relazioni interconfessionali sia dal punto di vista della riflessione teologica anche se, è inutile nasconderlo, ancora molto resta da fare per dissipare quei problemi che ancora persistono.

Ma procediamo con ordine e vediamo a grandi linee quali sono state le tappe salienti che hanno segnato, nel corso degli anni, le relazioni tra queste due confessioni religiose nate entrambe dallo stesso ceppo davidico. Anche se fin dall’antichità si è ricercata qualche forma di dialogo tra ebrei e cristiani, tuttavia, bisogna attendere gli albori del Novecento per assistere ad un primo autentico tentativo di riavvicinamento mediante la costituzione delle prime associazioni miste di ebrei e cristiani animate dal comune desiderio di dissipare qualsiasi pregiudizio antigiudaico, ridefinire i fondamenti teologici e promuovere forme di cooperazione pur nel rispetto delle proprie differenze. Dopo l’importante esperienza della London Society of Christians and Jews, sorta a Londra nel 1927, tuttavia sono gli anni dolorosi del secondo conflitto mondiale che, paradossalmente, tracciano un solco significativo nel bisogno di dialogo tra ebrei e cristiani duramente provati dalle conseguenze prodotte dalla ignominiosa persecuzione nazi-fascista prima con la promulgazione delle esecrabili leggi razziali e, successivamente, con l’estensione del dissennato piano nazista di sterminio del popolo ebraico.

La maggior parte di cristiani ed ebrei si trovarono a condividere – loro malgrado – la terribile esperienza della persecuzione e della lotta clandestina che, in seguito, indurrà lo storico ebreo francese, Jules Isaac – che aveva provato il dolore della perdita proprio nei lager nazisti di moglie e figlia – a fondare il movimento delle Amitiés judéo-chrétiennes. Isaac era persuaso che ormai era giunto il momento propizio per mettere da parte ogni ostilità e incomprensione e ricercare una proficua collaborazione. L’incontro che scaturì tra l’intellettuale francese e papa Giovanni XXIII – anche in virtù dell’impegno decisivo di Maria Vingiani, responsabile del Segretariato Attività Ecumeniche – gettò le basi per un cambiamento di rotta nelle relazioni tra ebrei e cristiani, spianando la strada per la stesura della dichiarazione conciliare sui rapporti tra le due confessioni religiose che culminò nel 1965 con la l’emanazione, da parte del Concilio Vaticano II, del documento Nostra aetate nel quale si esprimeva una ferma condanna verso ogni forma di antisemitismo, accantonando definitivamente la teoria del deicidio.

Difatti, durante l’occupazione tedesca dell’Italia, appena Hitler sferrò la scellerata persecuzione antisemita con le deportazioni di massa degli ebrei nei lager nazisti, l’orrore che ne scaturì non lasciò indifferente molti uomini e donne, laici e religiosi – oggi pubblicamente riconosciuti come giusti tra le nazioni – che, a rischio della propria vita, si adoperarono per aiutare tutti i perseguitati nel tentativo di sottrarli a questo terribile destino. Fu così che in quel drammatico autunno del ’43, all’indomani della firma dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, si assistette a numerosi episodi di autentica carità cristiana che contribuirono a scrivere una delle pagine più belle della nostra storia. Impossibile non ricordare l’encomiabile opera a beneficio degli ebrei svolta, tra gli altri, anche dal padre cappuccino Marie-Benoît du Borg d’Irè – che proprio in virtù di ciò è stato insignito dallo Yad Vashem del titolo di “giusto tra le Nazioni” – definito a quel tempo “l’uomo delle missioni impossibili”. Padre Borg d’Irè guidò egregiamente la rete creata da Settimio Sorani, dirigente della Delasem, l’organizzazione di soccorso ebraica che, proprio a partire dall’8 settembre di quell’anno, fu costretta a passare alla clandestinità, provvedendo a fornire, tra l’altro, anche documenti d’identità e salvacondotti falsi per consentire ai fuggiaschi di recarsi verso la Spagna e la Svizzera. Inoltre il solerte frate cappuccino si adoperò per sottrarre gli ebrei alla deportazione nei lager nazisti, nascondendone una parte nel suo convento, che rappresentò un vero e proprio centro di smistamento, e affidando gli altri alle amorevoli cure dei religiosi dei vari monasteri sparsi in tutta la città di Roma. Difatti, circa 46 persone trovarono ricetto nell’ospedale all’isola Tiberina retto dagli Ospedalieri di San Giovanni di Dio – meglio noti come Fatebenefratelli – come riferisce a chi scrive fra Giuseppe Magliozzi, che, all’epoca dei fatti qui narrati, si trovava proprio nella città capitolina.

«Dalla buon’anima di padre Clemente Petrillo, che era Maestro dei Novizi all’Isola Tiberina, sentii raccontare, ma non ricordo nomi, dei molti nascosti da noi come falsi pazienti, magari con ingessature fasulle. Ricordo anche l'amarezza con cui egli ci raccontava che, finita la guerra ed usciti ebrei e comunisti, nascosero dei fascisti ed un giorno si videro arrivare una squadra di perlustrazione guidata proprio da uno di quelli che era rimasto nascosto all’Isola fino alla Liberazione di Roma e per il quale evidentemente l’odio ai fascisti era più grande che la gratitudine per chi l’aveva salvato. Come piccolo ricordo finale e personale, mio padre, che era funzionario di Polizia a Roma, ci diceva che in un cassetto aveva conservato documentazione di molta gente che aveva salvato dai tedeschi, ma quando fu la Liberazione il suo Capo, prima che entrassero nel Commissariato, distrusse ogni possibile documento, anche quelli che mio padre aveva nel suo cassetto personale. Ricordo comunque che in Casa c’era un attestato degli Alleati che ringraziava mio padre per quello che aveva fatto».

Fortunatamente, dal dopoguerra ad oggi, questa preziosa esperienza di collaborazione non è andata perduta e adesso tocca a tutti gli uomini di buona volontà riuscire a raccoglierne i frutti.