"Sete di speranza, sete di Dio"

Prima catechesi del cardinale Giuseppe Betori alla GMG di Rio

Rio de Janeiro, (Zenit.org) | 495 hits

Riprendiamo di seguito il testo della prima catechesi tenuta mercoledì 24 luglio dal cardinale arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, alla GMG di Rio 2013.

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Il percorso di catechesi che viene indicato per questa GMG di Rio de Janeiro chiede di cominciare mettendo a tema l’attesa di speranza che è nel cuore di ogni uomo e l’annuncio che Dio, in Gesù Cristo, si offre a noi come la vera speranza.

Nel riflessione sulla speranza in epoca moderna spicca l’opera di uno scrittore francese, Charles Péguy, morto nel corso della prima guerra mondiale, il 15 settembre 1914. L’opera a cui mi riferisco è un poema che ha come titolo Il Portico del Mistero della Seconda Virtù e fu pubblicato nel 1911. A cento anni di distanza non ha perduto nulla della sua attualità e intendo prenderlo come guida per la nostra riflessione. La lettura di un testo poetico esigerà particolare attenzione e quindi imporrà un rigore di silenzio e di attesa per non perdere figure e sonorità; non avendo voi il testo sotto mano, so di chiedervi un sacrificio di attenzione ancora più rilevante. Sono certo però che sarà un’esperienza non usuale di bellezza. Incominciamo:

«La fede che più amo, dice Dio, è la speranza.
La fede, no, non mi stupisce.
Non desta stupore.
Io risplendo talmente nella mia creazione.
Nel sole e nella luna e nelle stelle.
In tutte le mie creature.
Negli astri del firmamento e nei pesci del mare.
Nell'universo delle mie creature. Sulla faccia della terra e sulla faccia delle acque.
Nei movimenti degli astri che sono nel cielo.
Nel vento che soffia sul mare e nel vento che soffia nella valle.
Nella calma valle.
Nella quieta valle.
Nelle piante e nelle bestie e nelle bestie delle foreste.
E nell'uomo.
Mia creatura.
Nei popoli e negli uomini e nei re e nei popoli.
Nell'uomo e nella donna sua compagna.
E soprattutto nei bambini.
Mie creature.
Nello sguardo e nella voce dei bambini.
Perché i bambini sono mie creature.
Più degli uomini. Non sono ancora stati disfatti dalla vita. Dalla terra.
E tra tutti sono i miei servitori.
Prima di tutti.
E la voce dei bambini è più pura della voce del vento nella calma della valle.
Nella quieta valle.
E lo sguardo dei bambini è più puro dell'azzurro del cielo, del bianco latteo del cielo, e di un raggio di stella nella calma notte»

(Ch. PÉGUY, Il portico del mistero della seconda virtù, 1911).

C’è una profonda verità in queste parole, una verità che si spoglia di ogni sorpresa una volta che accettiamo di rifletterci sopra. È proprio vero che il mistero della vita che ci circonda ha un’evidenza tale che può essere negato solo dalla presunzione di un materialismo greve e cieco. L’aprirsi al mistero, e quindi incamminarsi all’incontro con Dio, dovrebbe essere un atteggiamento spontaneo per un uomo appena avvertito della realtà che gli sta attorno e della realtà che egli è, soprattutto colta nella sua immagine originaria, più incorrotta ma anche più fragile, quella del bambino, la vita umana ricondotta alla sua essenza.

È vero anche che così tutto non è risolto. L’apertura al mistero potrebbe prendere strade confuse e non sfociare nella fede autentica, potrebbe cioè rifiutarsi all’incontro con un Dio che si offre nel volto non attraente di un uomo crocifisso e nella testimonianza esile, seppure proposta con sicurezza, che alcune donne e alcuni uomini offrono della sua risurrezione. In questi nostri giorni non è raro che un’aspirazione anche sincera alla spiritualità si perda in un vago spiritualismo, rifiutando l’impatto con la storicità di Gesù Cristo e della sua Chiesa. L’aspirazione a un senso “oltre” della vita può prendere addirittura strade perverse, in cui si cerca ogni forma di eccesso – inclusi il demoniaco, le droghe, il gioco d’azzardo –, fino alle esperienze distruttive della persona.

Eppure, anche in questi volti negativi e inquietanti del nostro tempo non vogliamo vedere solo un desiderio di annientamento, un “cupio dissolvi” in cui si compendiano le tendenze nichilistiche oggi assai diffuse, spostando sul versante negativo della distruzione di sé quel desiderio di annientamento mistico in Cristo che i Padri della Chiesa avevano letto nelle parole della lettera ai Filippesi con cui Paolo si dice disposto a morire pur di essere una cosa sola con Cristo (cfr. Fil 1,23). Occorre andare oltre questa lettura puramente negativa della contemporaneità e riconoscere nelle sue stesse contraddizioni il permanere di un’apertura alla trascendenza, che costituisce il terreno dell’accoglienza del dono della rivelazione di Dio in Gesù di Nazaret. C’è un’apertura alla fede che è ineliminabile dal cuore dell’uomo e che fa della fede qualcosa che non può stupirci, perché non stupisce Dio: «La fede, no, non mi stupisce».

Ma continuiamo ad ascoltare il nostro poeta:

«La carità, dice Dio, non mi stupisce.
Non desta stupore.
Queste povere creature sono così infelici che, a meno di avere un cuore di pietra, come potrebbero non avere carità le une per le altre.
Come potrebbero non avere carità per i loro fratelli.
Come potrebbero non togliersi il pane di bocca, il pane quotidiano, per darlo a dei bambini infelici che passano.
E per loro mio figlio ha avuto una tale carità.
Mio figlio loro fratello. Una così grande carità».

Anche in queste parole è difficile contestare Péguy. Basta riflettere sul fatto che la cosiddetta “regola d’oro”, sia pure nella forma negativa – «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te» –, la si ritrova in pressoché tutte le culture e le religioni. Alla base c’è una radice di fratellanza che scaturisce dal riconoscimento di una comune natura che, anche quando viene offuscata da contese e guerre, non può essere ultimamente negata. Le tante forme di solidarietà che si sviluppano in diversi contesti, soprattutto dove la povertà preme, lo stanno a dimostrare. Lo dimostra anche, ahimè, il modo con cui le nostre società metabolizzano senza alcun problema la presenza caritativa della Chiesa e dei cattolici, mentre sono ben pronte a gridare all’ingerenza ogni volta che Chiesa e cattolici si pongono a difesa di questa o quella dimensione dell’umano che il pensiero diffuso vorrebbe abbattere: dalla dignità della persona dal suo concepimento al suo termine naturale fino al riconoscimento della specificità della famiglia come unione stabile di un uomo e di una donna o al riconoscimento della libertà educativa e della stessa libertà religiosa. Non che si voglia con questo mettere in dubbio lo slancio caritativo delle nostre comunità, ma occorre vegliare affinché la presenza della Chiesa non venga ridotta a quella di “crocerossina” della società, delle sue piaghe, dovendo invece assicurare un forte legame tra carità e verità, e così pure tra carità e giustizia, come ha ampiamente illustrato Benedetto XVI nella enciclica Caritas in veritate. E papa Francesco, spiegando che l’annuncio del Vangelo deve passare per la strada della povertà, avendo come unica ricchezza il dono ricevuto da Dio, ha ricordato: «La Chiesa non è una ong: è un’altra cosa, più importante. Nasce da questa gratuità ricevuta e annunziata» (Omelia alla Messa mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 11 giugno 2013).

Nei versi che ho sopra ricordato del poema di Péguy è presente, sul finire un’affermazione che merita ulteriore attenzione: «E per loro mio figlio ha avuto una tale carità. / Mio figlio loro fratello. / Una così grande carità». Il poeta ricorda che c’è una modello supremo di carità: quello che Cristo ha mostrato verso l’umanità. La pienezza della carità la si coglie nel dono che Cristo fa di se stesso agli uomini (cfr. Fil 2,4-11). E questa carità non è soltanto un modello, bensì il fondamento di ogni carità. Se dalla formula negativa della “regola d’oro” vogliamo passare a quella positiva – «tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt 7,12) – abbiamo bisogno di un superamento di noi stessi che solo la grazia può concedere, soprattutto quando questo primo comandamento viene completato, sul fronte della misura e dell’intensità, con altre parole di Gesù: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). La misura cristiana della carità è l’amore stesso di Dio, un amore quindi che solo Dio può dare. 

Le traduzioni del poema di Péguy su questo punto oscillano tra due interpretazioni. Nel testo francese si legge: «Et mon fils a eu d’eux une telle charité», una frase che si può tradurre sì con: «E per loro mio figlio ha avuto una tale carità», ma anche: «E da loro mio figlio ha avuto una tale carità». Con l’acutezza di sguardo propria di un poeta, Péguy attira la nostra attenzione sul fatto che la presenza del Figlio di Dio tra noi vive e continua a vivere grazie alla carità dell’accoglienza: quella di Maria anzitutto, ma poi anche quella dei discepoli, del gruppo delle donne che lo sostenne nella sua predicazione itinerante, di chi lo ospitò nella sua ultima cena, di chi ne accolse il corpo nel suo sepolcro, della comunità che nella preghiera ne invoca lo Spirito. C’è un tessuto di carità che circonda Gesù, che non impedisce ahimè tradimenti, rinnegamenti, abbandoni e oblii, ma senza quel tessuto la sua stessa opera di salvezza avrebbe trovato l’ostacolo insormontabile della libertà di rifiutarlo.

Se, per Péguy, Dio non si stupisce di fede e carità, ciò non accade invece a riguardo della speranza:

«Ma la speranza, dice Dio, ecco ciò che mi stupisce.
Me stesso.
Questo desta stupore.
Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domani. […]
Ciò che mi stupisce, dice Dio, è la speranza.
Non so darmene ragione.
Questa piccola speranza che ha l’aria di essere un nulla.
Questa speranza bambina. Immortale.
Perché le mie tre virtù, dice Dio.
Le tre virtù mie creature.
Mie figlie, mie fanciulle.
Sono anche loro come le mie altre creature.
Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre. Una madre ardente, ricca di cuore.
O una sorella maggiore, che è come una madre.
La Speranza è una bambina da nulla. […]
La fede va da sé. La fede cammina da sola. Per credere basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare. Per non credere bisognerebbe farsi violenza, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi a rovescio, andare all'inverso. […]
Per non credere, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e gli orecchi. Per non vedere, per non credere.
La carità purtroppo va da sé. La carità cammina da sola. Per amare il prossimo basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare una tale desolazione. Per non amare il prossimo bisognerebbe farsi violenza, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Andare all'inverso. […]
Per non amare il prossimo, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie. Dinanzi a tanto grido di desolazione.
Ma la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia.
È la fede che è facile, e non credere sarebbe impossibile. È la carità che è facile, e non amare sarebbe impossibile. Ma è sperare che è difficile.
E quello che è facile e l’inclinazione è disperare, ed è la grande tentazione».

Il messaggio che viene da questo testo è essenziale per l’oggi. La speranza è una virtù difficile e, senza la grazia, impossibile.

Una virtù difficile, come mostra la nostra esperienza, in quanto ben sappiamo come essa venga continuamente messa alla prova. Oggi lo è in modo particolare, perché da una parte essa si trova compressa da un’ideologia scientista che domina molto pensare scientifico e tecnologico e, a partire da questo ambito, pretende di occupare l’intero spazio dell’esperienza umana. Essenziale in questa visione è la concezione deterministica del reale, per la quale non ci può essere orizzonte di finalità e neppur di libertà. Nati dal caso, secondo un pensare diffuso, saremmo legati da cieche leggi naturali che non lascerebbero spazio ad alcuna scelta e quindi a nessuna etica. Soprattutto non ci sarebbe un futuro da costruire secondo un progetto e una valutazione del bene e del male, ma solo l’asservimento a processi evolutivi di cui saremmo schiavi.

Questa lettura semplicistica del mondo naturale è quella che oggi trova maggiore spazio nella comunicazione sociale, ma ha due vizi di fondo che vanno evidenziati. La scienza, quella vera non si rispecchia in questo determinismo cieco, sia per gli elementi di indeterminazione e di probabilità che vanno riconosciuti nell’immagine complessiva del mondo, sia perché la stessa scienza – quella più consapevole di sé – non si presenta come una spiegazione definitiva del reale, ma come un insieme di ipotesi in linea di principio rivedibili. Infine, la scienza non può pretendere di dire il tutto della realtà, ma deve limitarsi alla dimensione del come delle cose, lasciando spazio ad altri approcci, filosofici e religiosi, per addentrarsi nel mondo dei perché. Si apre così davanti a noi l’orizzonte ampio della speranza, come futuro che si determina nell’incrocio tra il dono e la libertà, il dono di senso che per noi è la rivelazione di Dio e l’esercizio responsabile della nostra risposta.

Ma la speranza oggi è virtù particolarmente difficile anche in quanto si deve misurare contro un altro ostacolo, quello che le viene opposto dall’ideologia narcisistica dell’autodeterminazione assoluta di un uomo che non avrebbe limiti alla costruzione di sé. Anche in questo caso infatti saremmo svincolati da ogni responsabilità e libertà, perché avremmo solo da seguire pulsioni e desideri – per lo più indotti – di cui si nutrirebbe il nostro io. Dissolvendosi in un cielo senza riferimenti, perché privo delle nozioni di bene e di male, la speranza rischia di svanire, come proiezione verso il futuro, a favore di un presente in cui si vorrebbe tutto e subito. La speranza, che apre a un progetto, a un itinerario, verrebbe sostituita da una volontà di potenza a cui tutto dovrebbe essere asservito, premessa di una società frammentata e conflittuale.

Torniamo ad ascoltare Péguy:

«La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi e su di lei nessuno volge lo sguardo. […]
Il popolo cristiano non vede che le due sorelle grandi, non ha occhi che per le due sorelle grandi.
Quella a destra e quella a sinistra.
E quasi non vede quella che è in mezzo.
La piccola, quella che va ancora a scuola.
E che cammina. Persa fra le gonne delle sorelle.
E ama credere che siano le due grandi a trascinare la piccola per la mano.
In mezzo.
Tra loro due.
Per farle fare questa strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono a non vedere invece Che è lei nel mezzo che si tira dietro le sue sorelle grandi.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla. […]
È lei, questa piccina, che trascina tutto.
Perché la Fede non vede se non ciò che è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei ama ciò che sarà».

La speranza ha un ruolo centrale nell’armonia organica delle virtù cristiane, perché senza di essa fede e carità perdono l’orientamento e non possono procedere nel tempo.

Abbiamo bisogno di recuperare il vero volto della speranza, come ciò che dal futuro illumina il presente e, ponendosi come un traguardo, chiarisce il cammino. Perché questo accada occorre ridare lo spessore della trascendenza alla nostra ricerca e quindi alla nostra speranza. Ridurre la speranza al soddisfacimento di questo o quel bisogno significa tradirne la natura di realtà che si fa carico della pienezza dell’esistenza e in essa trova la strada anche per rispondere ai bisogni immediati. Non si vuole cioè negare che oggi per i giovani siano particolarmente gravosi gli interrogativi che li toccano a riguardo del loro futuro nella possibilità di avere un lavoro, di incontrare una serena esperienza affettiva, di formare una famiglia, di evitare i non pochi richiami illusori delle varie forme di dipendenza. Ma deve essere altrettanto chiaro che non c’è risposta vera a queste domande se non nella cornice di una comprensione di sé e del mondo secondo verità, senza scorciatoie, nella severità ma anche nella bellezza di un confronto con il disegno di Dio su ciascuno e sull’umanità tutta.

Di qui scaturisce la necessità del confronto, anzi dell’incontro con Cristo, colui nel quale il Padre viene verso l’uomo e gli mostra la verità su se stesso e sul mondo. È Cristo il fondamento della nostra speranza, perché non ci può essere futuro credibile per l’uomo se non c’è superamento del limite estremo della vita, e cioè della morte. Solo colui che è andato incontro alla morte per amore e in questo dono di sé l’ha sconfitta ed è risorto da morte può essere un riferimento affidabile per la nostra speranza. Lui solo può essere la nostra speranza. Ed egli è speranza per noi in quanto si fa presente alla nostra vita mediante il suo Spirito. Egli si fa nostro amico e compagno di viaggio, e la sua amicizia e presenza è luce e forza per il nostro cammino. Ci ha detto Papa Francesco: «La nostra non è una gioia che nasce dal possedere tante cose, ma nasce dall’aver incontrato una Persona: Gesù, che è in mezzo a noi; nasce dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili, e ce ne sono tanti! E in questo momento viene il nemico, viene il diavolo, mascherato da angelo tante volte, e insidiosamente ci dice la sua parola. Non ascoltatelo! Seguiamo Gesù! Noi accompagniamo, seguiamo Gesù, ma soprattutto sappiamo che Lui ci accompagna e ci carica sulle sue spalle: qui sta la nostra gioia, la speranza che dobbiamo portare in questo nostro mondo. E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciate rubare la speranza! Quella che ci dà Gesù» (Omelia della Domenica delle Palme, 24 marzo 2013, n. 1).

Il grido di Papa Francesco ha un particolare valore nell’ottica missionaria di questa GMG. Non si tratta soltanto di non lasciare che qualcuno ci rubi la speranza, ma sentiamoci impegnati a far sì che la speranza non sia rubata a nessuno, che nessuno ne sia privato per nostra negligenza nell’annuncio e nella testimonianza: «E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciate rubare la speranza!».

Giuseppe card. Betori
Arcivescovo di Firenze