Settimanali cattolici: piazze aperte ad associazioni e movimenti

Il Presidente della Federazione Italiana Settimanali Cattolici (Fisc) spiega la "missione" dei giornali diocesani coerentemente con le indicazioni di Papa Francesco

Roma, (Zenit.org) Francesco Zanotti | 265 hits

“Tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”. Per questa mia breve riflessione sul ruolo dei settimanali diocesani come cinghia di trasmissione all’interno dell’associazionismo cattolico, mi faccio guidare da questa citazione tratta dal n. 20 della esortazione apostolica Evangelii Gaudium di Papa Francesco.

Prima di tutto la chiamata. Per storia e per tradizione i giornali delle comunità cristiane locali, dal loro sorgere sul finire del 1800, hanno avuto come scopo quello di costituire una sorta di piazza nella quale la gente si trova, si incontra, si confronta. Oggi i 187 periodici che aderiscono alla Fisc vengono spesso definiti come luoghi privilegiati in cui si può praticare il discernimento comunitario tanto invocato dai vescovi italiani (cfr. Benedetto XVI udienza concessa alla Fisc nel quarantennale il 25 novembre 2006). Da ciò deriva che non si può abdicare alla propria vocazione senza che venga meno il motivo per cui si esiste.

Sfogliando le pagine delle tante Voci, Araldi, Vite, Corrieri, Gazzette si trovano vive le infinite e ricche realtà che costituiscono il territorio spesso dimenticato del nostro Paese. E tra queste esperienze sono davvero tante quelle relative alle associazioni e ai movimenti cattolici che vivacizzano la vita delle diocesi e arricchiscono di esperienze di solidarietà e di condivisione paesi e città.

Siamo certi che anche tutte le associazioni del Copercom, a cui noi aderiamo con convinzione, sapranno cogliere la grande occasione: i nostri spazi informativi sono aperti alle vostre bellissime esperienze. Costruiamo insieme una rete di comunicazione e di amicizia ecclesiale.

Uscire dalle sacrestie e dalle comodità significa per noi raccontare quello che ha valore, ma che troppo spesso rimane sotto silenzio. Il nostro, quindi, è un uscire dalle nostre redazioni per osservare, guardare, ammirare e poi raccontare ciò che i nostri occhi, guidati da un cuore attento, riescono a scrutare.

Dobbiamo tornare a consumare la suola delle scarpe per andare e arrivare nelle periferie e saper interpretare ciò che accade lontano dai riflettori dei grandi network.

Il nostro non vuole essere buonismo. Non vorremmo raccontare della facile elemosina e di un certo perbenismo fin troppo diffuso. Il nostro desiderio era e rimane quello di fare rete, di mettere insieme le energie migliori, di farci compagni di viaggio con chi percorre lo stesso tratto di strada, con chi partecipa della stessa esperienza. Le nostre sono pagine aperte, disponibili ad accogliere e fare circolare idee ed esperienze.

Certo, ci vuole coraggio. Il coraggio che fa andare controcorrente, quello che ci consente di mettere in pagina le storie di chi si spende per chi soffre, di chi apre la propria casa per accogliere chi non ha un letto e neppure una famiglia.

È il coraggio che viene automatico in chi “ha veduto e udito e poi lo annuncia” perché, andando sempre a prestito di Papa Francesco, “non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri” (E.G. n. 264). Lo scandalo di ieri e di oggi rimane il Vangelo. Scandalo per il mondo, salvezza per chi lo incontra.

Per non affogare in un mare indistinto di parole abbiamo bisogno di stimarci sempre di più a vicenda, come raccomandava San Paolo, e di fare emergere il vero, il bello, il buono che scaturisce dall’esperienza di ogni giorno. Il mio prossimo è colui che incontro quotidianamente, il più vicino, colui che vive o lavora accanto a me, non entità astratta ma persona in carne ed ossa. In lui è impresso il volto di Dio.