Sfide della Vita Religiosa nella Nuova Evangelizzazione

Intervista al superiore generale dei Fratelli Maristi

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di José Antonio Varela Vidal

ROMA, martedì, 26 giugno 2012 (ZENIT.org) – Proseguendo il ciclo di interviste ai superiori generali delle congregazioni religiose, Zenit ha incontrato stavolta il fratello Emili Turù Rofes, successore di Marcellino Champagnat, che 200 anni fa fondò la Famiglia dei Fratelli Maristi, il cui carisma è l’educazione dell’infanzia e della gioventù.

Che contributo porterà la vita religiosa alla Nuova Evangelizzazione?

Fr. Turù: Noi che lavoriamo a contatto con i giovani sappiamo benissimo che le generazioni cambiano, pertanto deve esserci un aspetto di novità. Quello che non cambia in nessun modo è l’essenziale, il lasciarsi evangelizzare; nella vita religiosa stiamo insistendo molto sul fatto che dobbiamo essere i primi a vivere il vangelo e che, poi, il vangelo si trasmette per “contagio”.

Ciò come si va a riflettere, cosa si deve cambiare?

Fr. Turù: Il nostro impegno come religiosi e religiose è per la radicalità del vangelo. Ci sono due grandi dimensioni che devono avvicinarsi sempre che sono quella mistica – cioè quella contemplativa, di profondità – e quella profetica che significa stare ai confini, siano essi geografici, culturali, religiosi o quelli dove la vita è in pericolo.

Il contrario della radicalità è la superficialità: a volte mancano testimoni eroici tra i religiosi…

Fr. Turù: Il pericolo della superficialità è costante e lo è per qualsiasi cristiano. Effettivamente, credo che il pericolo della superficialità oggi, come lo è il ritmo della comunicazione e le possibilità di dispersione, è un rischio costante, quindi la chiamata e all’approfondimento.

Lei propone che la Chiesa assuma un “volto mariano”: può spiegarci questo concetto?

Fr. Turù: Tanto Giovanni Paolo II, quanto l’attuale papa, hanno parlato in vari momenti di una Chiesa mariana. E noi, come istituto mariano, abbiamo adottato questa idea, che non significa soltanto una grande devozione o amore per Maria, quanto l’assunzione delle attitudini mariane nella nostra vita. Quando parliamo di un volto mariano ci riferiamo a una Chiesa vicina, fraterna, una Chiesa che è servitrice. Il vescovo Tonino Bello usò l’immagine della “Chiesa del grembiule”; questo dovrebbe essere l’unico ornamento liturgico – diceva monsignor Bello – perché fu l’unico che Gesù usò e lo usò anche quando lavò i piedi agli Apostoli.

Negli scorsi decenni, molti casi di pedofilia si sono riscontrati in ambito educativo, dove molti genitori hanno affidato i propri figli alla Chiesa. Cosa fate per prevenire questo fenomeno?

Fr. Turù: Noi, che siamo impegnati con bambini e giovani, portiamo avanti politiche perché le famiglie abbiano la sicurezza che se si fidano di noi per l’educazione dei loro figli, l’ambiente sarà sicuro e, se si manifestasse qualche tipo di problema, saremo noi a rispondere in maniera adeguata. Quanto ai religiosi, mi pare importante offrire un’adeguata educazione a livello affettivo e sessuale, in maniera che essi, che hanno fatto voto di celibato e castità, siano capaci di comprendere le proprie pulsioni e rispettare così se stessi e gli altri. Dall’altro lato, va disposto un appropriato processo di selezione, stando attenti a situazioni patologiche che mostrassero inadeguatezza a stare a contatto con bambini e giovani.

Che riflessione fa sull’educazione di oggi?

Fr. Turù: Ogni continente presenta una realtà distinta, perché le necessità e i contesti sono distinti. In Europa, oggi, ci incontriamo con generazioni che, nelle loro famiglie, non ricevono alcuna educazione religiosa, né hanno contatti con parrocchie o istituzioni simili. Quindi i nostri ambiti educativi, in molti casi, sono l’unico punto di contatto con qualcosa che abbia a che fare con la Chiesa, quindi sono spazi privilegiati di evangelizzazione.

Altra sfida educativa è la formazione dei bambini in un mondo digitale, giusto?

Fr. Turù: Lo considero un tema importante che sta a significare: che tipo di persona sta plasmando questa cultura digitale? Non lo dico in chiave negativa, ma dico che qualcosa sta cambiando e sta determinando un’altra logica, un nuovo modo di relazionarsi, di entrare in contatto con la realtà. È una sfida enorme e richiederà grande capacità di risposta da parte nostra, per porci all’altezza di quello che ci viene chiesto.

Qual è l’attuale estensione della congregazione nel mondo?

Fr. Turù: Siamo presenti nei 5 continenti, in 79 paesi. Seguiamo circa 600mila giovani negli ambiti dell’educazione scolastica, da quella infantile a quella universitaria; ci occupiamo anche di educazione non scolastica o in centri sociali. Siamo circa 36mila educatori, dei quali i fratelli sono approssimativamente il 10%. Abbiamo una fioritura di vocazioni in alcuni paesi dell’Africa e dell’America Latina, nelle isole del Pacifico e in parte dell’Asia.

Avete in programma nuove fondazioni?

Fr. Turù: Come Istituto, abbiamo lanciato 5 anni fa un nuovo progetto in Asia e abbiamo risposto alla chiamata della Chiesa in Asia come continente di speranza. Al momento vi sono 50 persone in 6 nuovi paesi, e cominciano a sorgere vocazioni locali. Questa è stata un’iniziativa audace che ha dato molta vitalità alla congregazione.

Avete iniziato delle cause di beatificazione?

Fr. Turù: Tra i santi abbiamo San Marcellino Champagnat, nostro fondatore, poi figura il gruppo dei 47 beati martiri della fede in Spagna. Abbiamo introdotto la causa del primo superiore generale, il fratello Francisco Rivat, così come quella del fratello Alfano, che era italiano: questi ultimi due sono venerabili. Abbiamo avviato la causa diocesana del fratello Basilio Rueda, che fu superiore generale negli anni del post-Concilio. C’è infine un gruppo di più di 100 fratelli, martiri in Spagna, la cui causa è già stata approdata in Vaticano.

Che messaggio vuole mandare ai fratelli ed educatori maristi, di fronte alla sfida della nuova evangelizzazione?

Fr. Turù: Voglio dire loro una parola di incoraggiamento, che vale la pena continuare a scommettere sull’educazione; cambieranno i metodi, gli strumenti, conseguiremo nuove metodologie, ci sarà più o meno Internet, però la figura dell’educatore nessuno la potrà sostituire.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Luca Marcolivio]