Si crede insieme

Un'idea di aiuto per un dialogo sereno e costruttivo. Il caso dei testimoni di Geova

Roma, (Zenit.org) Sandro Leoni | 471 hits

Entrambe le parti di denominazioni diverse sono convinte che la fede è un dono, qualcosa che non ci si è inventati da sé ma si è ricevuto.

"Qui, mi sembra molto importante – dice Papa Benedetto XVI – sottolineare un punto essenziale: nessuno crede solo da se stesso. Noi crediamo sempre in e con la Chiesa. Il credo è sempre un atto condiviso, un lasciarsi inserire in una comunione di cammino, di vita, di parola, di pensiero. Noi non «facciamo» la fede, nel senso che è anzitutto Dio che la dà. Ma, non la «facciamo» anche nel senso che essa non dev'essere inventata da noi... Credere è un atto cattolico in sé. E' partecipazione a questa grande certezza, che è presente nel soggetto vivente della Chiesa. (...) Solo unitamente si è nella Chiesa, si fa parte della Chiesa, si diventa membri della Chiesa, si vive della parola di Dio, che è la forza di vita della Chiesa. E chi vive della parola di Dio può viverla solo perché è viva e vitale nella Chiesa vivente." (1)

Questo che vale per noi cattolici, vale anche per qualsiasi aderente ad altra fede. Nessuno (salvo casi patologici per cui non si può far altro che pregare) si propone come franco tiratore, ma si presenta sempre come esponente di un pensiero-dottrina-fede a lui comunicata da una Chiesa, Gruppo o Congregazione che sia. Onestamente parlando dunque, quando lui e noi diciamo "io credo che..." o "la Bibbia dice" intendiamo dire che quello è il pensiero-dottrina sostenuto dalla mia denominazione religiosa e che io condivido perché lo ritengo pensiero rivelatoci da Dio. Il che è anche motivo che tutela dal presentare trovate personali, contestabili e sconfessabili dalla stessa denominazione di appartenenza, come pure di gratificazione nel sentirsi non isolati ma spalleggiati da un popolo con cui si è in accordo di fede.

E' ancora dello stesso Papa la conclusione: "Proprio nelle cose importanti della vita abbiamo bisogno di altre persone. Così, in modo particolare, nella fede non siamo soli, siamo anelli della grande catena dei credenti. Nessuno arriva a credere se non è sostenuto dalla fede degli altri e, d'altra parte, con la mia fede contribuisco a confermare gli altri nella loro fede. Ci aiutiamo a vicenda a essere esempi gli uni per gli altri, condividiamo con gli altri ciò che è nostro, i nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro affetto. E ci aiutiamo a vicenda a orientarci, a individuare il nostro posto nella società." (2) 

Si è pertanto entrambi "innocenti" quanto alle fedi trasmesse

Questo collegamento collegiale, comune ad ogni denominazione, ci permette di presentarci all'interlocutore, e di esigere da lui lo stesso atteggiamento, come del tutto "innocenti" quanto al messaggio che proponiamo, anche se lo sosteniamo con energica determinazione (determinazione che è "apologetica" e non "polemica"!). In sostanza sono le due verità, diverse, che si fanno la "guerra" tra loro, e noi dovremmo alla peggio vedere l'interlocutore non come "nemico" ma come "vittima" di un errore comunicatogli, supponendo reciprocamente che la nostra verità sia la vera e quella dell'altro falsa. In conclusione abbiamo di fronte un fratello, un essere umano, da aiutare ad entrare nella verità. E perciò il nostro atteggiamento comporterà altruismo, benevolenza, paziente tolleranza fin dove è possibile (cioè sempre riguardo alle persone, e solo dove si può riguardo alle idee che riteniamo di volta in volta condivisibili, distorte, approssimative, sbagliate).

Se ci riteniamo entrambi seguaci di Cristo non potremmo non condividere la sua motivazione di amore salvifico sentendoci mandati a diffondere la Sua verità; e parimenti ad accettare il rischio che essa ci divida, lasciandoci parenti, come quando la verità evangelica separa il figlio dal padre e la figlia dalla madre ecc. ( cf  Mt 10, 34-36) .

Il fatto che qualcuno di noi, o entrambi, potremmo essere portatori di errore ci lascia comunque incolpevoli appunto perché la dottrina propugnata non è nostra, e la sua responsabilità va scaricata sulle rispettive Dirigenze che ci hanno mandato. Semmai ci sarà lecito ad entrambi prendersela animosamente con i nostri "capi" laddove riscontrassimo di essere stati da loro abbindolati consapevolmente. Ed è esattamente questo l'atteggiamento che il GRIS inculca ai suoi attivisti: fermezza e denuncia dell'errore, tolleranza massima per l'errante, tutte le scuse possibili perfino per le Dirigenze di cui non sappiamo, fino a prova contraria, né le intenzioni né la consapevolezza, che è nota solo a Chi "scruta il cuore e le reni". (Ap 2,23)

E' solo avendo tale consapevolezza che possiamo condividere sia l'apprensione sia l'entusiasmo di San Paolo quando esclama: "Guai a me se non evangelizzassi!" vedendo ogni interlocutore come una fratello da aiutare per la conquista di quella che io (e reciprocamente farà l'altro) ritengo essere la verità religiosa. Chi, contagiato da relativismo assoluto ritenesse di non dover neanche proporre un dialogo di sereno confronto, dovrebbe restare come direbbe Aristotele "òs phytòn", zitto e muto come una pianta, ma per coerenza non dovrebbe coltivare neanche la propria religione!

Quando questo scambio-confronto di fedi è impostato così, fraternamente, non ci si fa guerra, non ci si congeda con minacce, non si danno giudizi di malafede, ma si suppone benevolmente che l'altro ha delle difficoltà a comprendere; ci si interroga se per caso non siamo stati noi a non essere chiari, esaustivi, convincenti; se abbiamo mancato della dovuta documentazione ecc...  e si accoglie parallelamente con gioia quanto di buono, di edificante, di stimolante e costruttivo l'altro ci ha comunicato in spiritualità e in approfondimento delle tematiche a noi tanto care. In ogni caso ci si congeda augurandosi di trovare la verità e promettendo preghiera reciproca e, laddove l'altro non sia irriducibile, collaborazione nelle tematiche e iniziative in cui si può convenire. (3) 

Cosa fare quando non c'è tale volontà di confronto amichevole?

E' purtroppo il caso dei Testimoni di Geova che sono "ammaestrati" (è termine loro) e mandati solo ad annunciare, a predicare, a proclamare, a dare l'avvertimento ecc... Ad essi è stato detto che non hanno bisogno di confronto, né di studiare il pensiero dell'altro (4). Essi avrebbero perfino "esaminato già tutto" della dottrina cattolica. Se sono ex cattolici potrebbero anche (stranamente succede a tanti) rilevare che da bambini erano chierichetti! A bloccarli c'è poi anche il terrore (debitamente inculcato) di essere presi al laccio di Satana e di essere "sviati dalla fede" e di "inciampare" ascoltando pensieri o accettando opere pubblicate da chi "scrive per ingannare". Anche il fatto che sono mandati due a due risponde a una garanzia di controllo reciproco sul modo di dialogare con le persone da abbordare. Non è un caso che, anche messo davanti a evidenze schiaccianti, il TG resti sempre abbottonato senza ammettere nulla. Ha accanto un ... angelo custode che potrebbe riferire eventuali ammissioni e cedimenti agli Anziani...

Naturalmente questo atteggiamento è lontano anni luce da quello che noi cattolici intendiamo con il concetto di "dialogo". Come comportarsi allora?

L'unica strada percorribile, prescelta dal GRIS, è quella di impostare il dialogo facendo noi domande su ciò che è stato pubblicato dalla Watchtower. Questo comporta essere ben documentati, preinformati, e di conoscere molto bene l'argomento così da poterlo gestire dialetticamente per rilevare, presenti sulle loro stesse pubblicazioni - che essi non possono definire stilate da Satana! – le incongruenze, le manipolazioni di Autori citati e opportunamente potati, la non pertinenza di citazioni bibliche portate a sostegno di dottrine, perfino le interpolazioni (nel caso dei TG c'è purtroppo anche questo!) che la loro Dirigenza si è permessa introdurre nella loro Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture.

E quando questo tipo di confronto critico viene fatto davanti a un fratello di fede che ci convoca per sentire le... due campane (è il caso più frequente) allora si ottiene il doppio risultato di rinfrancare nella fede il nostro fratello cattolico, e di seminare dei punti interrogativi nei Testimoni di Geova che, se non vengono rimossi ma raccolti come stimolo di verifica, possono portare ad un salutare ripensamento. Di sicuro un dialogo di questo tipo non continuerà, ma almeno il TG non tornerà a casa, come spesso gli capita, trionfante per aver lasciato i "nemici di Geova" senza parole e perciò confermato e rafforzato nella sua dottrina.

Ovviamente quando non si è ben preparati a tanto e non si può ricorrere all'aiuto di un fratello esperto (e per esperto si intende proprio ferrato in "geovismo", non basta che sia un ottimo catechista o un sacerdote che confida solo nella propria scienza teologica) in questo caso è meglio rifiutare garbatamente l'incontro ricorrendo al "No grazie" suggerito a suo tempo dal cardinale Martini e ribadito da Mons. Minuti già presidente nazionale del GRIS.

NOTE

1) Benedetto XVI, Imparare a credere, p. 94, 96, San Paolo – rif. a Insegnamenti di Benedetto XVI 2006/1, p. 268, LEV

2) (ibid. p. 98 – rif. a Discorso, 24 settembre 2011 (www.vatican.va)

3) Al riguardo e con sorpresa mista a dolore si leggono espressioni di questo tipo sugli stampati dei Testimoni di Geova: "Il cristiano non deve partecipare a movimenti per l'unione delle fedi" (I testimoni di Geova nel XX secolo, p. 13); "A sostegno dell' "Anno della Pace" proclamato dall'ONU, rappresentanti delle religioni del mondo innalzarono ad Assisi una babele di preghiere..." (Rivelazione. Il suo grandioso culmine è vicino! p. 249); "Per di più, nella misura in cui questi fanatici religiosi credono nell'ecumenismo, sono costretti a non prendere troppo sul serio le divergenze dottrinali". (Torre di Guardia 1/4/1986, p. 30)

4) Più esattamente sono invitati a conoscere "come la pensa il padrone di casa" ma nel senso di scoprire quali sono i suoi punti di interesse per vedere da quale parte trovare l'aggancio per veicolare il proprio messaggio. Di qui la tecnica di abbordare sempre le persone ponendo domande e, a volte, non dichiarando immediatamente il proprio ruolo di missionario-predicatore Testimone di Geova.