Si può chiedere tutto a Dio?

Teologia e pratica della preghiera cristiana

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di Robert Cheaib

ROMA, sabato, 17 novembre 2012 (ZENIT.org).- Grandi maestri spirituali come Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Alfonso di Liguori, Thomas Merton, Andrea Gasparino hanno capito la centralità della preghiera nella vita cristiana. Se la vita cristiana non è nutrita alla sorgente dell’intimità e dell’incontro con il Dio di Gesù Cristo, diventa una fra le tante opzioni etiche nel grande mercato delle religioni, delle teosofie e delle filosofie religiose. A differenza di religioni come l’islam, dove il pio musulmano impara a pregare cinque volte al giorno come parte integrante del suo essere un «buon musulmano», il cristianesimo non ha saputo darsi nel tempo una struttura di preghiera valida per la vita di ogni giorno, soprattutto per i laici. La preghiera è lasciata al discernimento personale del singolo che fatica nel trantran di ogni giorno a trovare quell’oasi felice nella desertificazione spirituale delle preoccupazioni quotidiane.

Inoltre, spesso la preghiera cristiana non sa essere cristiana perché non integra l’apporto cristico e trinitario nel vissuto e nella prassi di preghiera. I cristiani tendenzialmente pregano Dio genericamente proprio come lo fanno gli appartenenti alle altre tradizioni monoteistiche.

Le domande della preghiera

Non sempre i libri sulla preghiera giungono a una feconda sintesi tra la prassi della preghiera e la teologia della stessa. Questa scissione è nutrita spesso da un pregiudizio acritico ed errato che considera ogni approfondimento teologico come una futile distrazione dall’unica cosa necessaria: pregare. Ma un ascolto attento delle domande che albergano nel nostro cuore e un’attenzione alle domande e alle perplessità dell’uomo contemporaneo riguardo al grande strumento e compito della preghiera ci espone a tanti interrogativi che orbitano attorno a questo pianeta luminoso e misterioso.

Il libro del biblista e teologo Gerhard Lohfink, Pregare ci dà una casa. Teologia e pratica della preghiera cristiana, della Queriniana Editrice, vuole essere un contributo approfondito ma accessibile per colmare la lacuna sussistente tra la teologia e la prassi della preghiera.

L’autore, con un tono colloquiale e dialogico che non perde niente del rigore teologico e biblico, cerca di rispondere a tante delle domande che affiorano nella mente di chi prega o di chi vuole approssimarsi alla prassi della preghiera: Qual è lo specifico della preghiera cristiana? Come pregare la Trinità quale elemento distintivo della preghiera cristiana? È legittimo chiedere a Dio qualsiasi cosa? La preghiera di domanda è fondata biblicamente? In che senso Gesù promette che qualsiasi cosa che chiederemo nel suo nome ci sarà accordata? Perché allora Dio non esaudisce tutte le nostre suppliche?È lecito lamentarsi con Dio? Qual è il distintivo della meditazione cristiana? Qual è il senso profondo della preghiera centrale del cristianesimo, la preghiera eucaristica?

Il libro cerca di dare le risposte a queste domande non in uno stile ricettario, dogmatico e rigido, ma incamminandosi assieme al lettore nei meandri della Scrittura, dell’esperienza di uomini di preghiera, delle legittime domande sulla preghiera, Lohfink dispiega i tesori della preghiera cristiana nelle sue varie forme e nella sua specificità.

Il libro mette in chiare lettere e da subito il cuore specifico della preghiera cristiana: i cristiani non si rivolgono nella loro preghiera a Dio, ma a Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo. Pregare la Trinità è aprire la propria preghiera e la propria esistenza ad essere uno spazio nuovo di libertà per il dialogo eterno tra il Padre e il Figlio che avviene nello Spirito Santo. È fare spazio al gemito dello Spirito Santo che nel nostro cuore chiama il Padre, Abbà. Questa dinamica dello Spirito che prega è in noi è riassunta da Claude Séguenot, un oratoriano francese del diciassettesimo secolo: «Lo Spirito Santo ci insegna a pregare. Ma questo non è tutto. Egli stesso prega in noi, eleva il nostro spirito, sprona la nostra volontà, dà voce ai gemiti del nostro cuore e ci fa prestare a Dio il servizio giusto, anzi lui stesso lo presenta a Dio per noi. Non sei tu che preghi. La preghiera non è un’opera dello spirito umano. Quanto minore è la nostra partecipazione, tanto meglio preghiamo».

La preghiera di domanda

Ma vediamo ora la risposta che l’autore dà alla domanda con la quale abbiamo aperto questa recensione: Si può chiedere tutto a Dio nella preghiera?

La domanda di Lohfink verte sul senso di una preghiera che rivolge richieste e intercessioni a Dio. È chiaro da subito che a Dio non si può chiedere qualcosa di cattivo. È chiaro anche che la preghiera di domanda non deve essere il surrogato per la nostra pigrizia e inazione. Pregare Dio di nutrire gli affamati senza muovere un dito per fare quello che possiamo fare noi è trasformare la preghiera in alienazione e un’apologia dell’indifferenza.

La preghiera di domanda nell’Antico Testamento è un versare il proprio essere davanti a Dio. Così la preghiera di domanda si configura come «presentare a Dio il proprio pianto», «spalancare a Dio il proprio cuore», «invocare», «gridare», «esultare»… Con Gesù, la preghiera di domanda viene vista come espressione di fiducia nella paternità di Dio. Gesù esige una fiducia suprema dai suoi discepoli verso il Padre che ascolta le preghiere: «Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto»! Ed è qui che viene fuori la domanda cruciale: è consentito chiedere “tutto” a Dio nella preghiera?

Lohfink dà la risposta basandosi sulla globalità dell’insegnamento di Gesù nei Vangeli. Egli nota innanzitutto che il Signore esorta i suoi discepoli a distanziarsi dalle pratiche di polilogia, ovvero le preghiere fatte da insistenti ripetizioni di troppe parole per fatigare deos, stancare le divinità e ottenere i propri desideri. Gesù insegna che l’esaudimento della preghiera avviene non per l’insistenza dell’uomo ma per la persistente bontà del Padre.

Ma è nella preghiera cristiana per eccellenza, il Pater che impariamo cosa possiamo chiedere. Lohfink espone la spiegazione classica del Padre nostro che suddivide la preghiera di due parti: la prima parte chiede per Dio, la seconda chiede per noi. L’autore si distanzia da questa interpretazione ribadendo il contesto della preghiera del Pater: essa è la preghiera per i discepoli, una preghiera che riflette la loro situazione specifica. I discepoli sono chiamati ad annunciare il Vangelo e quindi con la richiesta del pane non inizia un tema nuovo, ma si prosegue con il tema della venuta del regno di Dio. «Nella seconda parte della preghiera i discepoli di Gesù chiedono che anche in loro avvenga tutto ciò che rende possibile la venuta del regno» (131).

Gesù esorta i suoi discepoli: «Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Quindi, Lohfink si domanda: «dobbiamo chiedere solo i “beni spirituali”»? La soluzione alla domanda si trova nello stesso Padre nostro in cui chiediamo la venuta del regno di Dio.

Ma cos’è il regno di Dio? Non è un mondo ultraterreno. Anche qui, il Vangelo ci offre varie indicazioni per comprendere il regno di Dio il quale non è un mondo utopico ultraterreno, ma è una realtà già presente, su questa terra, è in mezzo a noi. Quindi è assolutamente legittimo chiedere «le cose temporali e terrene in quanto servono al regno di Dio, in quanto sono aperte alla trasformazione del mondo che avviene con la venuta del regno».

In sintesi, il libro di Lohfink è un prezioso contributo utile per tutte le categorie di lettori e soprattutto per chi vive l’avventura della preghiera e si pone alcune domande, come per chi vuole fare i primi passi in questa prassi che il Cardinal Walter Kasper definisce come «il caso serio dell’evangelizzazione».

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