Si può diventare amici di Dio con l'ospitalità e la preghiera?

Riconoscendo il suo amore per noi, saremo capaci di amare il nostro prossimo

Roma, (Zenit.org) Osvaldo Rinaldi | 411 hits

La liturgia di questa ultima domenica di Luglio unisce tre brani evangelici che per essere compresi pienamente hanno bisogno di essere meditati come se fossero un unico ed indivisibile insegnamento.

I Padri della Chiesa sono concordi nell’affermare che la preghiera del Padre Nostro costituisce il compendio di tutto il Vangelo. Data la brevità di questa preghiera, l’evangelista Luca sembra preoccuparsi della comprensione che possono ricavarne i suoi lettori, ossia i cristiani provenienti da una cultura pagana ignara dell’esistenza e della gratuità dell’amore di Dio.

Proprio in questo contesto viene inserita la similitudine dell’amico importuno, quasi per renderla più comprensibile trasferendo la preghiera del Padre Nostro dentro una vicenda della vita quotidiana. Infatti, in questo brano evangelico, incontriamo tanti elementi della vita ordinaria del popolo di Israele al tempo di Gesù. I viaggi iniziavano la sera, perché era il momento meno caldo della giornata. Partire la sera non costituiva una difficoltà insormontabile, perché nel territorio di Israele era pratica diffusamente  l’ospitalità, la virtù dell’accoglienza che faceva aprire la porta della propria case agli amici inattesi.

Nel mezzo della notte arriva un amico che coglie quell’uomo impreparato: “Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; (Lc 11, 5-6). Questo è i primo aspetto importante, perché trattandosi di una similitudine, diventa fondamentale chiarire chi sono i vari personaggi.

Potremmo dire che l’uomo che si mette in viaggio durante la notte è l’umanità che ha smarrito il senso della vita, una umanità che ha rinunziato alla sua relazione con Dio, e pertanto cammina senza meta nelle tenebre di questo mondo. Colui che accoglie rappresenta il discepolo di Cristo che non ha nulla di suo, ma tutto quello che possiede gli viene dato dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo.

Infatti, in questo racconto si parla di tre pani, che probabilmente era la razione di cibo di una sola persona, ma il numero tre si riferisce anche alla Santissima Trinità, alla quale tutto si chiede e dalla quale tutto proviene.

Questo pane è sicuramente il pane inteso come cibo, che sempre va domandato tutti giorni, perché attraverso di esso si sperimenta la provvidenza di Dio: “dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, (Lc 11,3).”

Ma il pane è anche il nutrimento spirituale della Parola di Dio, che scaturisce da una relazione assidua e fiduciosa nella preghiera.

L’ultimo personaggio è l’amico di quell’uomo al quale va a chiedere insistentemente il pane. Ed in questa figura possiamo intravedere Dio stesso, che vive sempre accanto ai suoi figli sia in questo mondo sia nella vita eterna a cui si accede solo dopo aver attraversato il buio della morte. Questo riposo non sarà mai interrotto, perché la vita eterna è riposo assoluto tra le braccia di Dio.

“E se quegli dall'interno gli risponde: Non m'importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli;” (Lc 11,7) .

Questi figli sono i santi ed i beati del regno di Dio, che dopo aver faticato durante il pellegrinaggio terreno, riposano per l’eternità nella casa del Padre, perché le loro opere compiute durante la vita terrena li accompagneranno per sempre. La casa è il regno di Dio, dove c’è il Padre, dove c’è il Figlio prediletto Gesù Cristo, dove c’è lo Spirito Santo, e dove ci sono tutti i figli adottivi di Dio, ossia i santi ed i beati, insieme alle creature angeliche.

Questa similitudine ha tre personaggi diversi, che vengono accomunati da un unico nome: amico.

L’amico che chiede l’ospitalità, l’amico che accoglie e l’amico al quale chiedere i pani.

L’amico che accoglie è il discepolo di Cristo, è la Chiesa ospitale che apre le sue porte a tutti i viandanti della terra, per condurre ogni persona alla vera amicizia con Dio,

La fede dei cristiani può trasformare una amicizia umana ad amicizia con Dio.

La fede a cui ci vuole condurre l’evangelista, è di farci arrivare a chiedere a Dio non i suoi doni, ma Lui stesso come nostro dono: “Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».” (Lc 11,13).

Lo Spirito Santo è la grazia di compiere la volontà di Dio nella nostra vita, perché ci rende partecipi della vita stessa di Dio, suggerendoci le sue intenzioni, suscitando sentimenti di compassione verso il prossimo.

Allora il pane da chiedere diventa il Corpo di Cristo, il sacramento dell’amore ablativo di Dio per gli uomini. Lo Spirito Santo è colui che opera questa trasformazione delle specie del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo, La preghiera gradita a Dio è la preghiera eucaristica, che esprime nello stesso tempo sia il ringraziamento dei doni ricevuti, sia la disponibilità interiore al dono di se. E questo si realizza proprio perché Dio si offre totalmente a noi, per liberarci dalla paura di donarci al prossimo, a condizione che ci rendiamo disponibili nel lasciarci trasformare da Lui.

Nella misura in cui crediamo al dono totale di Dio per noi, e nella misura in cui abbiamo la grazia di riconoscere il suo amore per noi, diventeremo capaci di amare il nostro prossimo con la stessa misura e intensità.