Si può essere cristiani dimenticandosi di ringraziare Dio?

La misericordia di Dio non fa alcuna distinzione di persone

Roma, (Zenit.org) Osvaldo Rinaldi | 489 hits

La liturgia di oggi propone alla nostra meditazione il tema della lode a Dio, una componente della vita cristiana sempre più  rara tra le ultime generazioni di cristiani.

Alle soglie della conclusione dell’anno della fede, ci viene offerta la possibilità di riflettere sul significato del ringraziamento a Dio.

“Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea.” (Lc 17,11)

L’evangelista Luca ripete continuamente che Gesù è in cammino verso Gerusalemme, per ricordare al lettore che Egli, pur conoscendo il destino che l’attendeva, continua a beneficiare l’uomo con i suoi insegnamenti e con le sue opere di misericordia, per volere evidenziare la natura divina che agiva nella sua persona. La sola natura umana è paralizzata davanti alla morte, a tal punto da impedire qualunque azione. Mentre l’agire di Colui che possiede in pienezza lo Spirito di Dio è diverso. Ama con tutto se stesso sino alla fine, perché la vita è un dono d’amore sino agli ultimi istanti, perché una vita che ama è destinata all’eternità. 

“Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!». (Lc 17,12-13) 

Non viene specificato all’inizio chi siano questi dieci lebbrosi. Solo successivamente verrà specificato che uno di essi era un samaritano. Quindi non è importante sapere chi siano, ma è fondamentale conoscere quale fosse la loro condizione di disagio e di emarginazione. I lebbrosi erano tenuti a distanza sia dalla vita sociale che da quella religiosa, perché erano considerati impuri. La grande sofferenza di questa emarginazione gli aveva resi molto attenti e sensibili alle parole di Gesù, l’unico sempre disposto a venir incontro ai pubblicani, ai peccatori e ad ogni genere di malati. 

Alle porte del villaggio, essi si tengono a distanza, riconoscendo la loro condizione di peccatori. Sapere chi siamo, avere la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre debolezze, è il primo passo del cammino di conversione verso il medico della nostra anima,  Gesù Cristo. Anche l’apostolo Pietro, dopo la pesca miracolosa sul lago di Galilea,  ha usato parole simili verso Gesù: “Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore».” (Lc 5,8).

Anche il gesto di alzare la voce, gridare verso Dio, è un segno di grande fede, perché dimostra la loro intenzione di essere ascoltati ed esauditi per ottenere, ancor prima della guarigione del corpo, la salvezza dell’anima. Il grido di cui qui si parla, non è un urlo di dolore, ma è una accorata supplica per poter accedere nuovamente ad una relazione intima con Dio.

Queste parole nascondono anche lo stato d’animo di questi dieci lebbrosi: chiedere pietà denota una grande umiltà interiore ed una estrema fiducia nella misericordia di Dio. E proprio questa fede, rimasta nascosta agli occhi degli uomini, ma visibile dal cuore di Gesù, sarà la ragione della loro salvezza, la medicina per il loro risanamento. 

“Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano.” (Lc 17,14-16) 

Gesù opera un segno solo quando vede la fede di un uomo che Gli implora una richiesta di aiuto. Del resto compiere un miracolo senza l’intercessione di qualcuno sarebbe una forzatura della libertà dell’uomo. In questo caso la richiesta di guarigione è venuta direttamente dai lebbrosi. In altre casi sono altri che intercedono per l’infermo, come è successo nel caso del paralitico portato da quattro uomini davanti a Gesù. (Lc 5,17-26)

Come avviene tante volte nel Vangelo, i dieci lebbrosi sono guariti in virtù della loro fede. Quindi la fede è quel terreno fertile dove Gesù opera. La loro fede è consistita nel credere alla parole di Gesù, ancora prima che avvenisse la guarigione. Il vedere è sempre successivo al credere. Del resto vedere e poi credere priverebbe l’uomo della sua libertà. 

Fra tutti coloro che sono stati risanati, solo il samaritano torna a lodare Dio. Tutti hanno avuto fede, ma solo il samaritano si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarLo.

Questo gettarsi ai piedi di Gesù per ringraziarlo non è un atteggiamento interiore da trascurare. Mettersi ai piedi di Gesù, come la donna peccatrice nella casa di Simone il fariseo (Lc 7,36-50), denota un atteggiamento di profonda gratitudine, una gioia interiore che esprime il desiderio di  enorme riconoscenza, il non volersi mai staccare da Lui per tutta la vita. 

La fede senza lode è fragile, perché ci fa ricordare del prodigio ricevuto, ma ci fa dimenticare dell’autore del segno. E questo è molto pericoloso per la vita spirituale, perché dimenticandoci dell’autore della nostra conversione e della nostra guarigione, rischiamo di attribuire ogni evento alla nostre capacità umane o al frutto della casualità. Nella preghiera del Padre Nostro diciamo: “Sia santificato il tuo nome”. La lode è la vera santificazione del nome di Dio, è il ringraziamento a Colui che è l’autore di ogni bene nella nostra vita.   

“Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e va; la tua fede ti ha salvato!».” (Lc 17-19)

La lode è una disposizione del cuore quando riconosce l’opera di Dio. Coloro che hanno ricevuto la stessa guarigione vengono rimproverati da Gesù, perché hanno accolto il dono senza ringraziare il donante. La loro fede che hanno dimostrato in quell’occasione è a rischio. Gesù dovrà compiere altri segni con loro, prima che essi possano diventare autentici discepoli di Gesù. Invece quel samaritano è pronto alla sequela di Cristo, la sua vita ormai ha trovato il suo senso pieno, quello di vivere sempre in compagnia con il suo Maestro. 

La ricchezza di questo Vangelo è nella misericordia Dio che non fa alcuna distinzione di persone. Il samaritano, colui che aveva un credo considerato innacquato rispetto ai più ortodossi giudei, è colui che giunge all’apice del cammino spirituale della vita cristiana: la lode. La possibilità di avere una relazione di amore con Gesù è aperta a tutti. E in questa comunione di amore scopriremo che la lode non è limitata solo agli eventi straordinari della nostra esistenza, ma anche nelle situazioni comuni della quotidianità, perché Gesù è nostro amico e compagno in ogni istante della giornata. Questa è la buona notizia del Vangelo di oggi, questa è la speranza per tutti noi.