Si riaccende il dibattito sull’eutanasia in Italia

Esiste un “diritto a morire”?

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di Padre John Flynn



ROMA, domenica, 15 ottobre 2006 (ZENIT.org).- Si riaccende il dibattito sull’eutanasia in Italia dopo la lettera aperta di Piergiorgio Welby al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. In questo video-appello, egli esprime al Capo dello Stato il suo desiderio di poter porre fine alla propria vita.

Welby, 60 anni, soffre di distrofia muscolare da molti anni. La malattia lo ha ora costretto a letto, collegato ad una macchina che gli consente di respirare, come riportato dal Corriere della Sera il 23 settembre.

Il suo appello ha avuto un’ampia diffusione negli organi di informazione ed ha innescato un ampio dibattito sulla questione dell’eutanasia. Secondo il quotidiano La Repubblica del 24 settembre, il presidente Napolitano, nella sua risposta all’appello, ha chiesto al Parlamento di avviare un dibattito sull’argomento.

Nei giorni successivi alla notizia, alcuni esponenti e gruppi politici hanno dichiarato il proprio sostegno all’introduzione di normative che consentano il ricorso ad una qualche forma di eutanasia. Da parte sua, la Chiesa cattolica si è espressa con forza contro ogni tipo di legalizzazione.

In un’intervista concessa a La Repubblica, il 25 settembre, il cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio Consiglio per la per la pastorale della salute, ricorda che non possiamo sostituirci a Dio nel determinare la fine della nostra vita. La nostra vita è un dono di Dio e deve essere tutelata, afferma.

Il cardinale spiega tuttavia che l’opposizione della Chiesa all’eutanasia non significa che essa sostenga un accanimento terapeutico che prolunghi la vita procurando solo inutili sofferenze. Il cardinale Lozano Barragán raccomanda anche di porre maggiore attenzione alle cure palliative, in modo da alleviare le sofferenze dei malati terminali.

Da parte sua, il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia, invita ad imparare dall’esperienza di Cristo sulla croce. In un’intervista pubblicata il 25 settembre sul Corriere della Sera, monsignor Paglia afferma di essere rimasto colpito dall’abbinamento di due immagini nel video di Welby: quella dell’uomo sofferente confinato a letto e quella del crocifisso sul muro della sua stanza. La vicinanza tra il crocifisso e Welby ha ricordato al Vescovo le parole del Vangelo e la presenza di Cristo.

Monsignor Paglia ricorda che ai sofferenti come Welby è necessario assicurare un amore più grande, per aiutarli a sostenere il proprio dolore; un amore che non può pensare di aiutare qualcuno a morire. L’amore cristiano ci permette di dare la nostra vita per salvare qualcun altro, ma non di togliere la vita ad alti, osserva.

Voglia di vivere

In risposta alla petizione di Welby, si è fatto sentire anche Cesare Scoccimarro, 45 anni, che soffre di una forma di sclerosi. Secondo l’Ansa, Scoccimarro ha dichiarato che, nonostante la sua grave malattia, che l’ha costretto a letto sin dal 1998, egli vuole continuare a vivere.

Dopo aver appreso dell’appello di Welby, Scoccimarro, che comunica grazie al movimento degli occhi, ha composto anch’egli una lettera indirizzata al Capo dello Stato. Nonostante la gravità della sua malattia, paragonabile a quella di Welby, il suo desiderio di vivere è forte. Secondo Scoccimarro, le persone che si trovano nella sua condizione hanno bisogno di un aiuto maggiore per convivere con le proprie difficoltà.

Proprio questo è uno dei concetti chiave sollevati in un libro di recente pubblicazione. Scritto dal docente di bioetica Michele Aramini, il volume “Eutanasia: Spunti per un dibattito” esorta ad una maggiore solidarietà verso gli anziani e i malati.

Questa solidarietà significa fornire adeguati trattamenti medici e cure palliative, ma essa va anche oltre questo tipo di assistenza. Il nostro atteggiamento verso gli altri è indice del nostro livello di umanità, sostiene Aramini. Peraltro, la malattia e la sofferenza hanno anche un senso morale, che è necessario recuperare. I malati che hanno il dono della fede devono essere aiutati a vivere i loro valori religiosi e le loro speranze. Ma anche quelli privi di una fede attiva devono essere aiutati a percepire la natura trascendente della persona umana.

Aramini approfondisce poi ulteriormente l’argomentazione contraria all’idea della necessità di ricorrere all’eutanasia per porre fine alla sofferenza delle persone. Egli afferma che questo è spesso frutto di una visione eccessivamente smplicistica della questione. Dai dati risulta che la maggior parte degli anziani che commettono suicidio si trovano in realtà in uno stato relativamente buono di salute, o almeno non così malati come pensano di essere.

Inoltre, i malati terminali che pensano al suicidio spesso soffrono di depressione. La soluzione in questi casi non è di permettergli di morire, ma di curare la depressione.

Pertanto, quando qualcuno chiede di potersi suicidare - prosegue Aramini - ciò che dobbiamo fare è approfondire la situazione in cui si trova come persona, per identificare le cause e assicurargli una cura adeguata che gli consenta di superare questo desiderio. Da questo punto di vista, accettare l’idea di procurare l’eutanasia a qualcuno non significa offrirgli assistenza. Significa piuttosto rifiutarsi di aiutarlo a soddisfare le sue necessità.

Gestire la sofferenza

Sul piano medico, queste necessità richiedono l’estensione delle cure palliative e antidolorifiche. Per progredire in questa direzione è necessario che i dottori e le infermiere ricevano una formazione migliore, che gli consenta di gestire adeguatamente i bisogni dei malati terminali e degli anziani. È inoltre necessario migliorare la comunicazione tra il personale medico, i pazienti e i familiari.

Un argomento usato dai fautori dell’eutanasia è quello dell’autonomia, ovvero il diritto di ciascuno di scegliere il momento della propria morte. Ma a ben vedere, si tratta di un concetto al quanto discutibile, avverte Aramini.

Anzitutto, non possiamo essere certi che una richiesta di eutanasia provenga dalla volontà più profonda di una persona. Potrebbe essere espressione di un momento passeggero di sofferenza. Inoltre, anche il ruolo dei medici e degli infermieri deve essere tenuto in considerazione: dovranno essere obbligati a prestare assistenza al suicidio solo perché l’interessato glie lo chiede?

Riguardo al tema della scelta autonoma, Aramini solleva anche la questione se la morte di una persona sia solamente una questione personale, o se vi entri in gioco anche la società. Se accettiamo l’esistenza di un “diritto a morire”, o ancora di più, un diritto ad essere aiutati a morire, allora corriamo il rischio di svalutare la vita umana.

Spesso una richiesta di morte da parte di una persona malata è influenzata dai fattori soggettivi derivanti dalla sua malattia. Inoltre, se fosse riconosciuto un “diritto a morire”, i pazienti potrebbe con maggiore facilità sentirsi obbligati a scegliere la morte, per non essere di peso agli altri.

Essi potrebbero anche sentirsi non meritevoli di continuare ad usufruire di strutture ospedaliere di pregio o altre risorse sanitarie. Se venisse accettata in senso ampio, l’eutanasia potrebbe diventare un’allettante alternativa alla fornitura di costose cure mediche.

Aramini arriva alla conclusione che la legalizzazione dell’eutanasia significherebbe accettare una visione in cui la dignità umana dipende dalla sua “qualità della vita”.

Un nesso di questo tipo incrinerebbe il principio del valore assoluto della dignità di ciascuna vita umana, afferma Aramini. Scalfire questo principio in nome della libertà personale, incide sulle stese fondamenta della società. Sarebbe quindi sbagliato considerare l’eutanasia meramente come una decisione personale che riguarda unicamente l’individuo in questione.

Una volta che perdiamo il rispetto del valore della vita umana, apriamo le porte ad ogni sorta di abuso, come è avvenuto nei Paesi Bassi rispetto alla pratica crescente dell’eutanasia, avverte Aramini. La compassione per i malati, quindi, non si può tradurre in un’azione diretta ad anticipare il momento della morte.