Siamo alle porte di un nuovo Concilio? (Seconda parte)

Secondo lo storico Franco Cardini, i segnali che arrivano dall'interno della Chiesa, rendono plausibile tale ipotesi

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 529 hits

[La prima parte è stata pubblicata ieri, mercoledì 16 aprile]

Quali sono stati, a suo avviso, gli elementi di maggiore innovazione apportati dal Concilio Vaticano II?

Franco Cardini: Il discorso fondamentale riguarda proprio lo strumento della collegialità che, per circa mezzo millennio era stato di fatto accantonato, dopo che si era esaurita dopo la grande tradizione conciliare attiva nel primo 1400 tra il Concilio di Costanza (1418-1418) e quello di Basilea (1417-1431). Giulio II aprì il Concilio Lateranense V (1512-1517) per dare prova che la vita della Chiesa era pacificata al punto che ci si poteva permettere un nuovo confronto collettivo con il corpo episcopale ma in realtà il Concilio finì lo stesso anno in cui iniziò la riforma protestante: ciò fu la dimostrazione che gli elementi di inquietudine e di insoddisfazione nella Chiesa erano davvero tanti, al punto da provocare una rottura nel corpo ecclesiale. Per molto tempo l’intenzione di Lutero non era quello di creare una chiesa scismatica ma di ottenere delle riforme che non furono accettate in sede romana. Ciò portò allo scisma.

Anche la questione della riforma liturgica ha suscitato vivaci dibattiti…

Franco Cardini: La riforma liturgica fu avvertita da qualcuno come qualcosa che intaccava l’assetto teologico della Chiesa. Si è notato come alcune riforme liturgiche, a torto o a ragione, finissero per colpire la sostanza teologica. Stiamo parlando di qualcosa che riguarda essenzialmente la disciplina (dal latino disco = imparare) che può essere soggetta a cambiamenti, non la dottrina (dal latino doceo = insegnare) che invece non può cambiare. Al Vaticano II furono fatte accuse di aver modificato la dottrina con argomenti disciplinari. Il problema è che una parte del pontificato di Giovanni Paolo II e una buona parte del pontificato di Benedetto XVI sono sembrate dar ragione a chi diceva che, nell’applicazione del Vaticano II si era messo mano in modo inadeguato non alla disciplina ma alla dottrina. In particolare Benedetto non ha mai nascosto le sue perplessità nei confronti del Vaticano II, nonostante ne fosse stato protagonista in gioventù. Da papa, però, ha preso posizioni che rappresentavano quasi un’implicita critica al Ratzinger giovane teologo di 50 anni prima e di ciò va tenuto conto.
Il punto è: le discussioni conciliari che tornano sulle questioni precedenti, davvero risolvono le questioni, oppure le complicano? È difficilissimo rispondere. Ci sono persino concili, convocati per ‘rispondere’ ai concili precedenti. Il Vaticano II, ad esempio, fu una sorta di palinodia del Vaticano I che era stato un segno di dura risposta nei confronti del mondo della modernità mentre il Vaticano II diede l’idea di aprirsi fin troppo. Anche Benedetto XVI non è stato insensibile a questo tipo di critica mentre Francesco sembra volersi muovere sulla scia tracciata dal Vaticano II. Si potrebbe dire schematizzando al massimo e in maniera molto ipotetica che Francesco potrebbe volere un Vaticano III che confermasse le novità del Vaticano II, sia pure adeguandole, anche perché sono passati 50 anni.
In ultima analisi la scelta che resta da fare ai vertici della Chiesa è proprio questa: fino a che punto aderire all’assolutezza dei dogmi della Chiesa senza mutarli, senza per questo perdere contatto con la storia? O fino a che punto possiamo invece sviluppare il contatto con la storia con il rischio di poter arrivare a quello che alcuni prelati più conservatori chiamano relativismo? Nelle pagine di Piatti e Bucci si parla spessissimo della critica al relativismo perché è stato una delle critiche più forti portate nei confronti del Vaticano II.

Mentre manca poco più di un mese allo storico pellegrinaggio di papa Francesco in Terra Santa, quanto strada è stata fatta nel dialogo interreligioso, in particolare con l’Islam?

Franco Cardini: Il Vaticano II si apre nel 1962 e si chiude nel 1965 in un tempo in cui il problema del rapporto con le altre religioni, specie con l’Islam si pone in termini molto modesti e relativi. Il Concilio conclude quindi che nei confronti dell’Islam, come nei confronti dell’ebraismo, va sottolineata la vicinanza del cristianesimo, la fede in uno stesso Dio, una morale simile, poiché l’apparato etico delle tre religioni è molto simile. Questo assunto porta a un atteggiamento di grande apertura che fu valutato con grande interesse e, in fondo, anche con simpatia persino da parte dei più scettici. Poi la storia dell’Islam è cambiata in modo molto radicale e, specie dagli anni ’70 in poi, è cambiato l’atteggiamento con cui i capi di stato e i pensatori musulmani hanno reagito all’occidentalizzazione.
Tutto ciò ha portato a qualcosa che è sembrato configurarsi come uno scontro di civiltà, facendo pensare che l’Islam avesse risvegliato il suo contenuto anticristiano fino ad attaccare di nuovo l’occidente. Ciò è stato frutto di un colossale abbaglio, di un malinteso enorme, però tutto questo ha inciso anche sulla vita interna del mondo cattolico. A chi era sostenitore del dialogo si contrapponeva chi avrebbe voluto che il cattolicesimo prendesse le parti dell’occidente. Il cattolicesimo romano, tuttavia, non è solo occidente moderno, o meglio lo è ma in una maniera diversa da quella che dovrebbe essere la modernità laica. Il rapporto vissuto drammaticamente tra mondo cattolico e modernità laica ha fatto sì che, per molti musulmani, il cattolicesimo fosse sinonimo di occidente o magari di oppressione neocolonialista e ciò ha portato a scontri e fenomeni anche dolorosi. D’altra parte l’Islam, a differenza dell’ebraismo e di buona parte del cristianesimo, è composto di fedeli la cui maggioranza appartiene al mondo dei poveri e degli ultimi: un mondo con cui – papa Francesco l’ha capito con grande lucidità – bisogna costruire dei ponti. C’è poi lo scandaloso problema della diseguale distribuzione della ricchezza, cui bisogna rispondere in modo urgente, sebbene non sia in assoluto la questione più importante, né sia teologicamente rilevante. La ricchezza e la povertà degli uomini, però, diventano questioni importanti sul piano della testimonianza: lo furono ai tempi di San Francesco d’Assisi e lo sono oggi, ai tempi di papa Francesco.