"Siamo stati creati maschi e femmine per l'incontro, il resto sono culture fittizie"

Monsignor Galantino sottolinea la necessità del ritorno ad una "concezione unitaria dell'uomo" e dell'abbandono di "ogni catastofismo e rassegnazione" nei confronti delle derive antropologiche

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 625 hits

Quando la Chiesa parla di amore e sessualità “sembra che sia semplicemente per negare o per proibire” ma, in questo modo, “la proposta cristiana finisce per non attrarre più nessuno”. Lo ha detto monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, intervenendo all’apertura del convegno di Scienza e Vita sul tema Amore & Vita. Questioni di cuore e di ragione.

Citando le parole della presidente dell’associazione pro-life, Paola Ricci Sindoni, il presule ha ricordato come la sfida educativa richieda l’abbandono di “ogni catastrofismo e rassegnazione per recuperare il senso vero dell’esperienza umana”.

L’impegno è quello di “proporre un orizzonte di senso convincente” che sia “in controtendenza certo con la cultura dominante, che finisce col lasciare le persone a tu per tu con i loro problemi e le loro solitudini”.

Monsignor Galantino ha quindi constatato la necessità di “aggiornare continuamente le mappe che accompagnano ed orientano la nostra avventura di uomini e donne consapevoli”, con l’impegno di “formarsi e formare per dare ragione delle coordinate che contribuiscono a definire queste mappe”.

In altre parole, si tratta di “un invito – se si vuole – ad abitare in maniera consapevole e responsabile, anche dal punto di vista culturale, il complesso mondo nel quale viviamo senza farci spaventare, ma nemmeno ingaggiando battaglie da retroguardia”.

Ai nostri tempi è ricorrente “la tentazione di affrontare la complessità attraverso la pratica della semplificazione” che non implica esclusivamente “la mercificazione della sessualità o la svalutazione dell’affettività” ma, più in generale, “è da considerarsi la rinunzia colpevole al pensiero critico e al dialogo, sostituita più comodamente dal ricorso a luoghi comuni e falsamente rassicuranti”.

Un credente dovrebbe dare ragione di “quale sia oggi il bene dell’uomo e di cosa esiga la sua dignità di essere personale”, a fronte dello “sfaldamento di un comune orizzonte di comprensione intorno all’uomo”.

Commentando i vari workshop su cui si confrontano oggi e domani i congressisti di Scienza e Vita, con riferimento a Identità sessuale e gender, Galantino ha ricordato che “siamo stati creati maschi e femmine per l’incontro” e che “il resto appartiene a introduzioni culturali fittizie”.

Sulla scia di quanto detto da papa Francesco all’apertura dell’Assemblea Generale della CEI all’inizio di questa settimana, il presule, ha richiamato la vicendevole inscindibilità della verità con la misericordia. “Senza la verità – ha detto - l’amore si risolve in una scatola vuota, che ciascuno riempie a propria discrezione: e ‘un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali’”.

È “sotto gli occhi di tutti”, ha proseguito il segretario generale della CEI, “la parabola antiumanistica contemporanea”, con il paradosso di “un’intenzione sempre più radicalmente antropocentrica” che “registra come esito finale la dichiarazione della morte dell’uomo”.

Contro il “progetto di decentramento della persona umana”, bisogna rispondere con la riaffermazione di una “concezione unitaria dell’uomo”. Né si può “ammettere che la storia tout court definisca l’uomo e che quindi sia essa a determinarne, volta per volta, la gerarchia dei valori”.

Il superamento di questa impasse antropologica, ha concluso monsignor Galantino, potrà ottenersi, mettendo in atto una serie di “atti originali” di cui solo l’uomo può essere protagonista:

1) l’uscire da sé, come capacità di spodestarsi e di decentrarsi per aprirsi agli altri;

2) il comprendere, come atteggiamento di chi smette di considerare se stesso o il suo pensiero come l’unico punto di partenza per integrarsi ed integrare la propria prospettiva con quella dell’altro. Questo atteggiamento non va confuso con la perdita di identità nell’altro né con l’assenza di una prospettiva propria. Ciò finirebbe col rivelarsi un impoverimento piuttosto che un arricchimento dell’essere persona;

3) l’assumere su di sé il destino, la gioia e la sofferenza degli altri;

4) il dare, come espressione di gratuità e come riscatto da uno stile di vita calcolante;

5) l’essere fedele, non inteso come l’essere meccanicamente ripetitivo, quanto piuttosto come l’atteggiamento di chi assicura continuità creativa ai propri gesti ed ai propri rapporti.