Solidarietà, sussidiarietà e mercato

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di Rosario Sitari*

ROMA, giovedì, 7 luglio 2011 (ZENIT.org).- Oggi tutti i problemi sono planetari. La scena in cui si rappresenta la nostra vicenda umana è il Villaggio Globale. Sveglia con radio giapponese prodotta in Malesia, vestito con lana australiana, caffè colombiano, molti dei componenti della nostra auto vengono prodotti in diverse parti del mondo. Il quartiere generale della società in cui lavoriamo è in un altro continente. Gli strumenti di lavoro vengono dalla Corea, Taiwan, Stati Uniti e da altri Paesi d’Europa. Una spremuta d’arancia può venire dal Brasile. Vestiti, scarpe, giocattoli e una gran quantità di altri prodotti provengono dai paesi più diversi e lontani. Che dire poi dei flussi migratori che colmano il deficit di servizi e quello demografico. Il mercato globale è una realtà che inizia nelle nostre case.[1] La globalizzazione non riguarda solo l’economia e la tecnologia; essa permea di sé tutte le attività umane, come il modo di vestire e di divertirsi, la lotta alle malattie, la lotta alla criminalità organizzata e la lotta al terrorismo. La globalizzazione non ha di per sé una connotazione negativa, tuttavia ciò che in linea di principio appare fattore di progresso genera spesso conseguenze ambivalenti, o decisamente negative, specialmente a danno dei poveri.

La situazione

Nel mondo globalizzato sono presenti punti di forza e punti di debolezza.

a)       punti di forza:

1. - l’interdipendenza tra i popoli si è accresciuta;

2. - produzione e commercio hanno fruito di regole globali e, perciò, il loro sviluppo non è stato anarchico;

3. - si è formata l’opinione pubblica mondiale.

b)      punti di debolezza:

1. - la crescita della finanza è stata anarchica e selvaggia;

2. - il divario nord-sud, la povertà e la mortalità per fame sono sempre fenomeni largamente diffusi;

3. - la globalizzazione è priva di strumenti per capirla e governarla.

Il problema è quello di dominare i tre paradossi sociali della globalizzazione: l’aumento delle disuguaglianze che avviene in un contesto generalizzato di aumento della ricchezza e del reddito medio;  l’andamento del reddito pro-capite che non solo non garantisce l’accesso al sapere, ma ne esclude un numero elevato di persone; la crescita senza occupazione che procede in parallelo con lo sviluppo del processo di mondializzazione dei mercati.

Quando si parla di disoccupazione diventa ineludibile dire qualche parola su un termine molto abusato, quello di flessibilità, che si confonde con l’altro termine, più realistico: precarietà.

I sistemi economici necessitano di flessibilità. La flessibilità, però, deve riguardare tutto il sistema. Non ha senso tenersi un sistema interamente pietrificato in sinecure inamovibili e in rigidità normative e amministrative,  il cui unico elemento di flessibilità è rappresentato dal mercato del lavoro.

È l’intera società che deve essere flessibile!

La società, invece, è ancora organizzata in assetti istituzionali pensati nella fase industriale fordista, nella quale è rigorosa la distinzione tra l’uomo lavoratore e l’uomo consumatore in un quadro di stabilità. Occorre, sostiene Zamagni, passare dalla società del posto di lavoro alla società delle attività lavorative: si devono apprestare le condizioni per far emergere nuove attività nei vari punti del sistema, vale a dire là dove sorgono le esigenze.

Flessibilità di tutta la società, dunque, e sussidiarietà di tipo orizzontale sono le due facce della stessa medaglia: la terza rivoluzione industriale.

  La terza rivoluzione industriale

È necessario individuare un quadro di riferimento di politica economica nel quale la flessibilità di sistema consenta la socializzazione del rischio connesso alla necessità di cambiare le diverse attività lavorative nel ciclo di vita di una persona.[2]

Il mercato deve evolvere in modo da comprendere l’economia civile: l’unica in grado di percepire la prossimità del momento produttivo a quello del consumo, e l’unica in grado di produrre profitto al solo scopo di reinvestirlo per finalità generali. Il mercato risulterà perciò costituito da un’economia che emerga dalla cultura della reciprocità accanto all’economia che proviene dalla cultura del contratto.[3]

Ogni persona, dunque, nella sua piena responsabilità laicale e nella relazionalità con altre persone, ha il dovere di lavorare in questa direzione. Deve, cioè,  trasformare le proprie convinzioni in scelte di ricerca, di formazione e di proposta per la crescita della società civile. Nella ricerca di soluzione ai problemi, e nella prospettiva di operare per la giustizia e la pace della famiglia umana, si acuisce la sensibilità e la responsabilità dei cittadini e si promuove la collaborazione tra credenti e non credenti e tra credenti di altre religioni. La relazionalità diventa così veicolo di riflessioni corali di interesse generale su metodi e strumenti che attengono alla micro e alla macroeconomia: cioè sui prezzi e, al tempo stesso, sulle quantità aggregate e, quindi, sull’economia dell’impresa, sull’economia del benessere, sull’economia dell’energia e delle risorse naturali.

In ultima analisi l’obiettivo di umanizzare l’economia è un problema esclusivamente etico e politico per cui il globalismo riformista sembra essere la politica in grado di rispondere allo scopo. Il globalismo riformista punta sul fattore istituzionale e su regole comuni condivise per il governo di una globalizzazione rispettosa delle diverse identità. Il bene comune, concepito dai fondamentalisti di mercato come risultato della concorrenza, viene indicato dai riformisti come obiettivo consapevole dell’azione dell’uomo che si avvale dello strumento del mercato.

Così bisogna avere consapevolezza che le misure volte a promuovere una competitività globale implicano costi e rischi sociali nel breve e nel medio termine  che  richiedono approcci pazienti e articolati paese per paese.

Occorre perciò un forte impegno delle istituzioni multilaterali: queste sono in grado di procedere con prudenza e gradualità e di avere riguardo non soltanto alla compatibilità con le situazioni e le vocazioni di questi Paesi, ma anche alle conseguenze socio-politiche che possono derivare dall’integrazione economica.

Da qui la necessità di ricercare soluzioni adatte ai contesti locali e garantire la coesistenza tra aziende dei Paesi industrializzati e aziende familiari dei Paesi in via di sviluppo.

Solidarietà, sussidiarietà e mercato

E’ necessario che etica ed economia debbano collegarsi per dare senso al vivere sociale. Ora dobbiamo aggiungere che il collegamento risulterà impedito se l’economia si pone come fine globale e la razionalità economica rigetta nell’irrazionale ogni considerazione al di fuori di essa. Risulterà altresì impedito se l’etica si limita alle petizioni di principio: il giudizio etico non può che essere fondato su una corretta analisi dei fatti e delle teorie economiche. Il giudizio etico astratto risulterà inutile o addirittura dannoso perché può diventare funzionale al mantenimento dello status quo. Con l’affermazione dei princìpi l’etica deve pertanto saper indicare anche come i princìpi stessi incidano e muovano la prassi economica in una certa direzione e ne contrastino altre.

Il valore fondante per il governo dell’economia globalizzata può essere così enunciato: la persona è sempre fine e mai mezzo; è individuale e, insieme, comunitaria. Questo valore fondante richiede la convinta accettazione di tre principi:

1.- il principio della destinazione universale dei beni che coinvolge giudizi di valore in campo economico e nel lavoro produttivo;

2.- il principio di solidarietà, che esprime l’inscindibilità e la reciprocità tra l’io individuale e l’io sociale, evoca un senso di legame con gli altri in termini di collaborazione, condivisione e partecipazione alla vita pubblica;

3.- il principio di sussidiarietà, soprattutto concepito nella sua versione orizzontale, che si esprime in un tipo di organizzazione sociale nel quale coniugare la solidarietà con la libertà.

Per i Paesi in via di sviluppo la crescita ha priorità assoluta, lo sviluppo del reddito viene prima di tutto, anche prima della tutela dei diritti umani e della salvaguardia ambientale. Essi credono nell’interdipendenza dei Popoli perché in essa vedono un chiaro segno dei tempi che rappresenta l’incarnazione del principio di solidarietà e offre una risposta razionale alla complessità contemporanea.

Ma il fatto che viviamo in un mondo di interdipendenza economica non implica che questo mondo muova necessariamente verso l’integrazione delle ragioni dell’efficienza e della solidarietà nell’economia globalizzata.

Per tener conto contemporaneamente delle condizioni dell’efficienza, dell’equità e della libertà occorrono regole e istituzioni edificate dalla società civile.[4]

A questo proposito il realismo cattolico ci ricorda che il cammino dell’uomo è tracciato in un sentiero disseminato di bene e di male.

Il cammino dell’uomo tra il bene e il male

La dialettica tra etica e funzioni di produzione e di consumo è centrale nella cultura moderna e ha in sé un misto di aspetti positivi e negativi non sempre distinguibili gli uni dagli altri.

Alcuni esempi.

La condizione dei bambini-schiavi dei Paesi poveri, che realizzano abiti e giocattoli per i loro coetanei dei Paesi avanzati, evoca la stessa indignazione che proveniva dall’Inghilterra protoindustriale del Sette e dell’Ottocento.  

Di sicuro l’iniquità dei processi di produzione e di distribuzione della crescita economica è e rimane non etica, come non etica rimane la negazione delle possibilità di affrancarsi dalla povertà.

Ma la storia non ha andamento lineare; procede, invece, per salti di discontinuità nei quali l’iniquità sembra essere un passaggio inevitabile.

L’Inghilterra accettò l’iniquità per industrializzarsi. Così fanno i  PVS che la accettano oggi e non ne fanno mistero; anzi, l’accettano addirittura di buon grado.

Questi fatti pongono con forza questioni complesse alle coscienze per le modalità in cui si realizza l’immoralità economica. Affrontare questi fatti non è semplice, né scontato, nemmeno sotto il profilo morale.

Vediamo perché.

Il modo come è stato privatizzato l’ENEL, la Telecom e le Autostrade, e le vicende della Parmalat, sono iniquità chiaramente ascrivibili a un misto di incompetenza e di comportamenti inquadrabili nei rigori del codice penale.

Ma le iniquità, quando si verificano nei Paesi industrializzati, emergono con chiarezza e possono essere affrontate con gli strumenti del diritto.

Si verificano, però, episodi nei Paesi poveri,   che turbano le nostre coscienze per l’intreccio di bene e di male che in tali episodi si manifestano. Per chi si imbatte in questi episodi è molto difficile praticare regole di condotta univoche ed eticamente sostenibili.

Gli ostacoli che si frappongono a fronte dei tentativi di attuare la giustizia in questi Paesi sono di due tipi.

I primi riguardano le difficoltà Paese.

I PVS, sono disposti a pagare qualunque prezzo pur di avere lo sviluppo. Il fatto è che non si fidano dei Paesi ricchi perché ritengono che questi Paesi non siano animati da altruismo, ma col pretesto della tutela dell’ambiente e dei diritti delle donne e dei bambini tendono a perpetuare il colonialismo in modo surrettizio al solo scopo di difendere aziende e posti di lavoro non più competititivi.

Per superare una tale diffidenza e per dimostrare che si vuole veramente la crescita dei PVS basterebbe, come è scritto nella caritas in Veritate, “favorire il progressivo inserimento dei loro prodotti nei mercati internazionali, rendendo così possibile la loro piena partecipazione alla vita economica internazionale.”(Cfr. CV n. 58).

Ci sono poi i casi di difficoltà per il comportamento dei singoli consumatori e delle singole imprese dei Paesi ricchi nel rapportarsi con i Paesi poveri.

È moralmente lecito comprare giocattoli a prezzi irrisori dai Paesi poveri pur sapendo che questi sfruttano il lavoro di bambini sottopagati che lavorano in condizioni di pericolo per la loro stessa incolumità? E se il lavoro di questi bambini fosse l’unica fonte di reddito per le loro famiglie?

È moralmente lecito per le imprese dei Paesi ricchi organizzare cartelli per l’acquisto di materie prime a basso prezzo e delocalizzare impianti industriali nei luoghi dove la tutela dell’integrità fisica dei lavoratori o la difesa dell’ambiente sono vere e proprie astrazioni concettuali? E se il ricorso al dumping fosse necessario ai Paesi poveri per il loro decollo industriale?

Ma non è stato, questo, il prezzo che l’Inghilterra ha pagato per diventare un Paese industrializzato?

  Considerazioni conclusive

Anche per affrontare questo tipo di problemi l’esercizio della democrazia transnazionale è insostituibile, così come è insostituibile il ruolo  dei corpi intermedi organizzati a rete che ne costituiscono il corollario. In questa articolazione della società civile sta la dimensione ottima per coniugare economia e politica, ricchezza e distribuzione, concorrenza e cooperazione, localismo e globalizzazione.

Nella solidarietà e nella sussidiarietà, che si esprimono compiutamente nei corpi intermedi, si realizza lo sviluppo umano integrale. Qui, dove l’individuazione dei beni da produrre emerge in modo spontaneo dalla natura e dalla portata dei bisogni da soddisfare, “i doveri che abbiamo verso l’ambiente si collegano con i nostri doveri verso la persona considerata in sé stessa e in relazione con gli altri” (Cfr. CV n. 51).

La conclusione più importante da trarre è che la globalizzazione delle istituzioni non market, così come l’apprestamento delle condizioni finalizzate al bene comune della famiglia umana, non sono meno importanti della globalizzazione dei beni materiali.

[1] Cfr. R. Ruggiero, Libertà degli scambi, globalizzazione ed interdipendenza economica: fattori di progresso e di rafforzamento della pace nel mondo, in  R. Papini, A. Pavan, S. Zamagni (a cura di), “Abitare la società globale”, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1997.

[2]. La frontiera della solidarietà non può più identificarsi con l’assistenzialismo all’impresa e al lavoro, così come è storicamente avvenuto e come, forse, doveva avvenire. Oggi solidarietà significa trovare a livello istituzionale il modo di socializzare il rischio.  Rischio dovuto al fatto che nel mercato del lavoro della società post-industriale ciò che è importante  non è tanto imparare un mestiere quanto, piuttosto, acquisire capacità e disponibilità a cambiare mestiere. 

[3]. Lo Stato e il mercato for profit non possono essere considerati come gli unici regolatori della vita economica e sociale. Al non profit si chiede di operare per la generazione del capitale sociale, vera risorsa scarsa delle società avanzate. Il volume, di cui di seguito si propone la lettura, affronta tale argomento nell’ottica del terzo settore italiano. In esso si avanzano anche proposte innovative, alcune delle quali, peraltro,  sono state realizzate. Cfr. S. Zamagni, (a cura di), Il non profit italiano al bivio, EGEA, Milano, 2002.

[4] . Cfr. S. Zamagni, Sviluppo, efficienza, solidarietà: per un mondo non ineguale, il Mulino, 2/1993.

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*Il prof. Rosario Sitari è docente di Politica dell’ambiente all’Università LUMSA di Roma e Segretario nazionale AIDU (Associazione Italiana Docenti Universitari). Autore di pubblicazioni in materia di politica economica e di politica industriale, di economia e politica dell’energia e dell’ambiente. Già dirigente ENI, ha insegnato nelle Università statali di Roma, Cagliari e Parma, nella Scuola di Management della LUISS, nella Scuola Superiore E. Mattei e nell’Istituto di Formazione dell’Association For European Training of Workers on the impact of New Technology.