Solo aiutando gli altri la ricchezza diventa un bene

Il Papa scrive la prefazione al libro del cardinale Müller "Povera per i poveri. La missione della Chiesa", e parla di quella povertà che non è solo economica, ma anche fisica, morale e spirituale

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 336 hits

“Chi di noi non si sente a disagio nell’affrontare anche la sola parola «povertà»?”. Parte da questo forte interrogativo, Papa Francesco per snocciolare la sua prefazione al libro di mons. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (cardinale al Concistoro di domani). "Povera per i poveri. La Chiesa della Missione” è il titolo del volume del presule che verrà presentato martedì prossimo a Roma. E chi meglio del Pontefice poteva affrontare questo delicato tema che oggi investe ogni ambito della vita umana e sociale?

Perché la povertà non dipende, infatti, solo da fattori economici: oggi “ci sono tante forme di povertà”, spiega Francesco, povertà “fisiche, economiche, spirituali, sociali, morali”. La mentalità imperante, tuttavia, è quella del mondo occidentale che identifica l’essere povero principalmente “con l’assenza di potere economico ed enfatizza negativamente questo status”. Anzi, scrive il Papa, “la povertà economica è quella che viene guardata con maggior orrore”.

Questo è perché “il suo governo si fonda essenzialmente sull’enorme potere che il denaro ha acquisito oggi, un potere apparentemente superiore a ogni altro”, osserva. Dunque, “chi non possiede denaro, viene considerato solo nella misura in cui può servire ad altri scopi”. In quest’ottica, il denaro diventa “uno strumento che in qualche modo prolunga e accresce le capacità della libertà umana”. Di per sé, esso “è uno strumento buono”; allo stesso tempo, però – avverte Bergoglio – è un mezzo che “può ritorcersi contro l’uomo”, arrivando ad allontanare “l’uomo dall’uomo” e confinandolo “in un orizzonte egocentrico ed egoistico”.

Non a caso Cristo nel Vangelo identifica il denaro con il termine aramaico mammona, ovvero “tesoro nascosto”. Una parola con cui Gesù lascia intendere che “quando il potere economico è uno strumento che produce tesori che si tengono solo per sé, nascondendoli agli altri, esso produce iniquità, perde la sua originaria valenza positiva”, spiega il Papa.

Anche San Paolo, nella Lettera ai Filippesi, utilizza una sintomatica parola greca: arpagmos, che “rinvia a un bene trattenuto gelosamente per sé o addirittura al frutto di ciò che si è rapinato agli altri”. È, cioè, quella situazione che - scrive il Santo Padre – si verifica quando “dei beni vengono utilizzati da uomini che conoscono la solidarietà solo per la cerchia - piccola o grande che sia - dei propri conoscenti o quando si tratta di riceverla, ma non quando si tratta di offrirla”. Ed è ciò che accade quando l’uomo, “avendo perso la speranza in un orizzonte trascendente, ha perso anche il gusto della gratuità, il gusto di fare il bene per la semplice bellezza di farlo”.

Se l’uomo, invece, fosse “educato” a riconoscere “la fondamentale solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini”, allora – afferma Francesco - saprebbe bene “che non può tenere per sé i beni di cui dispone”. “Quando vive abitualmente nella solidarietà, l’uomo sa che ciò che nega ad altri e trattiene per sé, prima o poi, si ritorcerà contro di lui”. Vi è infatti “un originale legame tra profitto e solidarietà”, sottolinea il Papa, “una circolarità feconda fra guadagno e dono, che il peccato tende a spezzare e offuscare”.

Quando, infatti, i beni di cui si dispone “sono utilizzati non solo per i propri bisogni”, essi “diffondendosi si moltiplicano e portano spesso un frutto inatteso”. Compito dei cristiani è allora “riscoprire, vivere e annunciare a tutti questa preziosa e originaria unità fra profitto e solidarietà”. E forse quanto più si riscoprirà “questa bella verità”, tanto più “diminuiranno anche le povertà economiche che tanto ci affliggono”, afferma Bergoglio.

Ma Gesù ci ricorda che non esistono solo povertà legate all’economia. “Originariamente l’uomo è povero, è bisognoso e indigente”, osserva il Vescovo di Roma: sin dalla nascita, egli “per vivere” ha bisogno delle cure e dell’aiuto altrui, e anche nelle successive tappe della vita “non riuscirà mai a liberarsi totalmente” di questo bisogno, questo “limite dell’impotenza davanti a qualcuno o qualcosa”. Non è, questo, un limite della natura umana, bensì “una condizione che caratterizza il nostro essere ‘creature’”, precisa Bergoglio. Anzi, il “leale riconoscimento di questa verità” porterebbe ad una maggiore umiltà e, dunque, “a praticare con coraggio la solidarietà, come una virtù indispensabile allo stesso vivere”.

“Possiamo vivere ciò come una debilitazione del vivere – aggiunge – oppure come una possibilità, come una risorsa per fare i conti con un mondo in cui nessuno può far a meno dell’altro, in cui tutti siamo utili e preziosi per tutti, ciascuno a suo modo”,. Da tale nuova mentalità, o meglio “dalla conversione ad un nuovo modo di guardarci gli uni con gli altri”, nascerebbe dunque quella “prassi sociale in cui il bene comune non rimane parola vuota e astratta”.

Pertanto, ribadisce Bergoglio, nel momento in cui l’uomo si concepisce “non come un mondo a sé stante”, ma come “uno che per sua natura è legato a tutti gli altri”, l’originaria povertà creaturale non è più sentita come “un handicap”, ma come “una risorsa, nella quale ciò che arricchisce ciascuno, e liberamente viene donato, è un bene e un dono che ricade poi a vantaggio di tutti”. Allora, esorta il Papa, “pur facendo tutto ciò che è in nostro potere e rifuggendo ogni forma di irresponsabile assuefazione alle proprie debolezze, non temiamo di riconoscerci bisognosi e incapaci di darci tutto ciò di cui avremmo bisogno, perché da soli e con le nostre sole forze non riusciamo a vincere ogni limite”.

L’invito del Papa è, dunque, a non temere “questo riconoscimento”, ma a prendere esempio da Gesù Cristo, il Figlio di Dio che “si è curvato e si curva su di noi e sulle nostre povertà per aiutarci e per donarci quei beni che da soli non potremmo mai avere”. “Da Dio – assicura Francesco - possiamo infatti avere quel Bene che nessun limite può fermare, perché Lui è più potente di ogni limite e ce lo ha dimostrato quando ha vinto la morte!”. Egli, conclude, ci ama in “ogni fibra del nostro essere”, e “ai suoi occhi ciascuno di noi è unico ed ha un valore immenso”.

* Il testo della prefazione di Papa Francesco è stato pubblicato integralmente nella edizione di oggi de Il Corriere della Sera