"Solo l'inquietudine dà pace al cuore di un gesuita"

Nella Messa alla Chiesa del Gesù, il Papa rievoca la testimonianza di Pietro Favre e ricorda ai confratelli che il Vangelo si annuncia con dolcezza, non con "bastonate inquisitorie"

Roma, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 762 hits

“Noi, gesuiti vogliamo essere insigniti del nome di Gesù, militare sotto il vessillo della sua Croce, e questo significa: avere gli stessi sentimenti di Cristo. Significa pensare come Lui, voler bene come Lui, vedere come Lui, camminare come Lui. Significa fare ciò che ha fatto Lui e con i suoi stessi sentimenti, con i sentimenti del suo Cuore”.

Papa Francesco non dice “voi”, ma, parlando ai gesuiti nella Chiesa del Gesù, si mette in prima persona per ricordare a quale missione e natura è chiamata la Compagnia di cui fa parte. Nella sua terza visita alla Chiesa del Santissimo Salvatore, il Pontefice ha celebrato questa mattina la Messa nel giorno della ricorrenza liturgica del S.ssmo Nome di Gesù. Un’occasione per ringraziare Dio dell’iscrizione al catalogo dei Santi di Pietro Favre, primo sacerdote gesuita, avvenuta il 17 dicembre scorso.

Affiancato dai cardinali Amato e Vallini, dal vescovo di Annecy, mons. Yves Boivineau (nella cui diocesi è nato Favre), e attorniato da circa 350 confratelli, Bergoglio parte dall’inno alla kènosis di San Paolo e spiega: “Il cuore di Cristo è il cuore di un Dio che, per amore, si è ‘svuotato’. Ognuno di noi, gesuiti, che segue Gesù dovrebbe essere disposto a svuotare se stesso”. Tutta la Compagnia di Gesù, a cominciare dal Papa che ne fa parte – ammette Francesco – è chiamata a questo “abbassamento”, ad “essere degli ‘svuotati’”. Ovvero “uomini che non devono vivere centrati su se stessi perché il centro della Compagnia è Cristo e la sua Chiesa. E Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre”.

Pertanto “se il Dio delle sorprese non è al centro”, avverte il Santo Padre, “la Compagnia si disorienta”, perde la bussola. Per questo - prosegue - “essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto”, una persona, cioè, che “pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta”.

È questa una inquietudine “santa e bella”, afferma il Pontefice. Anzi, da “peccatori”, bisogna chiedersi se il nostro cuore ha conservato tale “inquietudine della ricerca” o se invece “si è atrofizzato”. C’è ancora “tensione” nel nostro cuore? - domanda Bergoglio - è “un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere insieme a tutto il popolo fedele di Dio?”. Quesiti che suonano come una sfida.

“Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita”, rimarca il Papa. Una inquietudine che, nella sua accezione “apostolica”, non ci fa stancare “di annunciare il kerygma, di evangelizzare con coraggio”. E soprattutto “ci prepara a ricevere il dono della fecondità apostolica”. “Senza inquietudine siamo sterili” è il monito del Santo Padre.

Pietro Favre ne è la prova: un “uomo di grandi desideri, un altro Daniele”, lo definisce Francesco. Un “uomo modesto, sensibile, di profonda vita interiore e dotato del dono di stringere rapporti di amicizia con persone di ogni genere”, lo definì Benedetto XVI, nel discorso ai gesuiti, il 22 aprile 2006. In ogni caso, un uomo dallo “spirito inquieto, indeciso, mai soddisfatto”.

Sotto la guida di sant’Ignazio, spiega Bergoglio, Favre imparò “a unire la sua sensibilità irrequieta ma anche dolce e direi squisita, con la capacità di prendere decisioni”. Il sacerdote “si è fatto carico dei suoi desideri”, anzi per lui “è proprio quando si propongono cose difficili che si manifesta il vero spirito che muove all’azione”. La testimonianza del primo santo gesuita insegna dunque che “una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo”. E fa sorgere la domanda: “Abbiamo anche noi grandi visioni e slancio? Siamo anche noi audaci? Lo zelo ci divora?”. Oppure “siamo mediocri e ci accontentiamo delle nostre programmazioni apostoliche da laboratorio?”.

“Ricordiamolo sempre – ribadisce il Papa ai confratelli - la forza della Chiesa non abita in se stessa e nella sua capacità organizzativa, ma si nasconde nelle acque profonde di Dio. E queste acque agitano i nostri desideri e i desideri allargano il cuore”. Pietro Favre aveva infatti in sé “il vero e profondo desiderio di ‘essere dilatato in Dio’”. Era “completamente centrato in Dio, e per questo poteva andare, in spirito di obbedienza, spesso anche a piedi, dovunque per l’Europa, a dialogare con tutti con dolcezza, e ad annunciare il Vangelo”.

“Con dolcezza”, rimarca il Papa, perché a volte – dice a braccio – ci si lascia andare alla tentazione “di collegare l’annunzio del Vangelo con bastonate inquisitorie, di condanna”. Invece, “il Vangelo si annunzia con dolcezza, con fraternità, con amore”.

Pertanto, prosegue il Santo Padre, se non abbiamo lo stesso intenso desiderio di Favre di “comunicare il Signore”, allora “abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera e, con fervore silenzioso, chiedere al Signore, per intercessione del nostro fratello Pietro, che torni ad affascinarci”, con quello stesso fascino che lo portava “a tutte queste pazzie apostoliche…”. 

“Noi siamo uomini in tensione” – osserva infine Francesco - uomini “contraddittori”, “incoerenti”, “piccoli”, “peccatori” ed “egoisti”. Allo stesso tempo “siamo uomini che vogliono camminare sotto lo sguardo di Gesù”, che vogliono “militare sotto il vessillo della Croce nella Compagnia insignita del nome di Gesù” e “vivere una vita agitata da grandi desideri”. Allora la strada da seguire è una e ad indicarla è ancora san Pietro Favre: «Non cerchiamo mai in questa vita un nome che non si riallacci a quello di Gesù» (Memoriale, 205). A tal fine, conclude Papa Francesco, “preghiamo la Madonna di essere messi con il suo Figlio”.