"Solo tornando a trasmettere la fede vissuta, diventeremo veri evangelizzatori"

Il cardinale Peter Erdő, presidente del CCEE, interviene a margine del Simposio dei vescovi euro-africani

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di Luca Marcolivio

ROMA, mercoledì, 15 febbraio 2012 (ZENIT.org) – Sia in Europa che in Africa è necessaria la riscoperta della fede come esperienza personale se si vuole fare decollare definitivamente la Nuova Evangelizzazione. Lo ha dichiarato il cardinale Peter Erdő, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), in un’intervista a Zenit.

Il porporato ungherese è uno dei relatori di punta del II Simposio di Vescovi Europa-Africa, in corso in questi giorni presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e promosso dal CCEE assieme al SECAM.

Eminenza, quali sono i nodi strategici nelle relazioni tra episcopato europeo e episcopato africano?

Card. Erdő: La nostra è una collaborazione che dura da tempo. Da anni teniamo convegni e da almeno un decennio abbiamo incontri regolari tra rappresentanti del CCEE e del SECAM. Annualmente affrontiamo un argomento specifico: dopo la schiavitù, l’immigrazione e altri temi, quest’anno trattiamo la Nuova Evangelizzazione. I rapporti tra vescovi europei ed africani sono ormai “familiari”: la maggior parte dei vescovi africani hanno studiato in qualche università europea, conoscendo la realtà della nostre diocesi. A loro volta le diocesi europee inviano in Africa molti missionari, anche laici. Si è sviluppata una rete che sembra offrire un raggio di speranza.

Nel corso di questo Simposio stanno emergendo problematiche comuni ed altre più specifiche. Si è parlato delle piccole comunità, dei movimenti, di spiritualità, del ruolo del catechista, ovvero di colui che trasmette la fede ed è vicino alla gente. C’è la sfida delle sette che è forte non solo in Africa, ma anche in Europa. Chiaramente in Europa è più pronunciata la sfida della secolarizzazione, in Africa quella della povertà. Il rapporto tra poveri e ricchi non può essere unilaterale: anche il ricco è bisognoso di molte cose (non materiali), mentre il povero, viceversa, può dare molto sul piano umano. Gesù non ha promesso una felicità “a breve scadenza”, né ha detto: “io guarisco subito tutti i malati, elimino subito la povertà…”. Altro aspetto importante è la preparazione dei seminaristi, in particolare educandoli alla trasmissione della convinzione di fede vissuta, perché non basta diffondere una dottrina.
Dobbiamo concentrare la nostra attenzione sulla sostanza del messaggio cristiano ed è la nostra prospettiva esistenziale della fede che indica dov’è questa sostanza. Da una parte c’è la persona di Gesù, dall’altra c’è la nostra felicità in una prospettiva non tanto terrena, quanto di vita eterna. Se questa convinzione è viva in noi, allora abbiamo molto da dire.

L’Anno della Fede, che inizierà ad ottobre, che prospettive offre, in particolare per l’Europa?
Card. Erdő: Innanzitutto dobbiamo essere consapevoli del fatto che la nostra fede ci collega alle nostre origini. La nostra non è una religione filosofica ma rivelata. Dobbiamo trovare la continuità storica della tradizione tra Gesù Cristo e noi stessi. Ciò è una sorta di “ponte della fede”, una fede che è anche speranza, come ci insegna papa Benedetto XVI nella Spes Salvi. Dobbiamo essere pronti a testimoniare il motivo di una speranza esistenziale e non astratta. L’Anno della Fede è, quindi, un’occasione per concentrarci sulla sostanza della fede stessa e sul significato esistenziale della fede per noi. Solo così possiamo diventare evangelizzatori.

Che speranza rappresentano i laici e i movimenti ad essi collegati nella Nuova Evangelizzazione?

Card. Erdo: Più che una speranza, i laici sono una realtà concreta. Tutti i battezzati, del resto, hanno la vocazione ad essere missionari. In particolare per il ruolo della famiglia nella trasmissione della fede. Anche nell’evangelizzazione dobbiamo compiere uno sforzo significativo per la famiglia che oggi attraversa un momento difficile. L’appoggio culturale e istituzionale della società alla Chiesa è venuto meno: questa è una realtà di cui tenere conto. Quindi è necessaria una fede più intensa e personale che in passato.

L’Europa è fortemente secolarizzata, eppure a livello istituzionale recentemente sono arrivati segnali positivi sull’esposizione del crocefisso nelle scuole, sull’eutanasia, sull’obiezione di coscienza…

Card. Erdő: Ogni segnale positivo è significativo, ovviamente. Quando si parla di valori fondamentali come la vita umana, c’è un consenso che va oltre la comunità cattolica. In particolare in collaborazione con la chiesa ortodossa stiamo promuovendo i valori morali e sociali.

Come è vissuta la Nuova Evangelizzazione nell’Europa orientale?

Card. Erdő: Le chiese cristiane orientali, in particolare, hanno un grande punto di forza nella celebrazione liturgica che ha un effetto forte, anche sulla gioventù. Se non banalizziamo il culto, possiamo aprire le porte alla forza missionaria della celebrazione.

Lei è originario di un paese ex-comunista. Paesi come l’Ungheria o la Polonia, che hanno sofferto la persecuzione anti-cristiana, che insegnamento rappresentano per l’Occidente?

Card. Erdő: L’esperienza passata ci insegna che dobbiamo rimanere vigili alle correnti dottrinali e alle ideologie, molte delle quali hanno contenuti disumani e programmi arbitrari nei confronti della società e della dignità umana. Le grandi filosofie, di solito, nascono in Ovest e, in molti casi, hanno provocato i loro effetti più nefasti soprattutto a Est. In Ungheria la Chiesa non è forte né sul piano sociale, né sul piano organizzativo o istituzionale.
Quello che vediamo molto chiaramente è la necessità dell’approfondimento della convinzione personale di ognuno di noi. Non possiamo lasciarci travolgere dall’andamento “naturale” delle cose in quanto non c’è più nulla di “naturale”: non sono scontati né le circostanze pacifiche, né il benessere materiale, né il rispetto reciproco. Bisogna approfondire la nostra fede in tutta la nostra consapevolezza, abituandoci a un certo “anticonformismo”, aprendoci alla dignità e alla sensibilità di tutti. Il cristianesimo non può certo divenire un’ideologia combattiva: esso deve, al contrario, avvicinare i popoli, riconciliare i diversi gruppi all’interno della società.

Che ruolo può giocare la Nuova Evangelizzazione, rispetto alle crisi economiche attuali?

Card. Erdő: San Paolo dice: “Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miserabili di tutti gli uomini” (1Cor 15,19). La nostra fede non ha ad oggetto il successo economico. Certamente dobbiamo lavorare per rendere più dignitose le condizioni di vita di tutti i popoli, ma il cristianesimo non è una teoria economica, né ha ricette concrete su come “gestire le finanze”. Il Vangelo piuttosto offre valori fondamentali che vanno rispettati, anche nel campo dell’economia e della società, come la giustizia, la misericordia, la carità, l’aiuto ai bisognosi. Non dobbiamo semplicemente dare qualcosa ai poveri, dobbiamo amarli. Certamente negli ultimi anni, assistiamo a dibattiti che vertono quasi sempre su dati statistici astratti e molto spesso alla gente non si promette nulla che riguardi davvero la loro vita. Dalle statistiche non emerge il valore della cultura, della lingua, della storia e della genialità dei popoli. Non basta parlare solo di migrazione o di posti di lavoro, serve rispetto e considerazione anche verso i beni umani e culturali, anche se concretamente è difficile quantificare il loro valore economico.