Sopravvissuta all’orrore del regime di Pol Pot, scopre la religione cattolica

Intervista alla cambogiana Claire Ly, autrice di “Tornata dall’inferno”

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ROMA, lunedì, 18 dicembre 2006 (ZENIT.org).- “Tornata dall’inferno” (Paoline, 165 pagine, 11 euro) è il libro scritto dalla cambogiana Claire Ly per denunciare l’orrore del regime di Pol Pot, e soprattutto per raccontare la sua vicenda che l’ha portata prima a scoprire i limiti del Buddismo e poi a convertirsi all’amore di Cristo di fronte all’Eucaristia.



Claire Ly è nata in Cambogia, si è laureata in diritto e filosofia, ed è diventata prima insegnante di liceo e poi alta funzionaria del Ministero dell'Educazione. Nel 1975, con due figli, uno in braccio e l’altra in grembo, viene deportata in un campo di lavoro dai Khmer rossi del dittatore Pol Pot.

Ed è così che conosce “l’inferno”: suo padre e suo marito vengono uccisi, lei è costretta a lavorare in condizioni disumane nei campi di lavoro, nelle risaie, assiste ad esecuzioni sommarie, all’indottrinamento dei bambini; la malnutrizione insieme all’ideologia miete vittime, i khmer danno la caccia ai borghesi, agli intellettuali e a tutti coloro che sanno leggere e scrivere.

Di fronte a tanto dolore e sofferenze, il suo credo buddista entra in crisi. Per non impazzire si affida quindi al “Dio degli Occidentali” che aveva conosciuto quando per studiare francese aveva frequentato una scuola cattolica gestita da suore. Non conosce bene questo Dio, ma il Signore l’aiuta, gli dà delle prove, salva la vita a suo figlio e anche a suo fratello.

Nel 1979, alla caduta del regime di Pol Pot, Claire Ly prende la strada dei profughi verso la Thailandia e da qui nel 1980 emigra in Francia dove tuttora vive e lavora.

E’ in Francia che comincia a frequentare i cattolici, legge e studia gli scritti di Giovanni Paolo II, finché un giorno entra in una chiesa. Lì assiste a una celebrazione eucaristica, si commuove e si converte.

Ha scritto nel suo libro: “Non ho scelto il cristianesimo per trovare un’etica o una morale, ma per trovare il volto di Gesù Cristo, la cui chiamata e la cui semplicità hanno toccato il mio cuore”.

Attualmente Claire Ly è insegnante all’Istituto di Scienze e Teologia delle Religioni di Marsiglia. In Francia ha pubblicato Revenue de l’enfer, Quatre ans dans les camps khmers rouges (Éd. de l’Atelier, 2002) e Retour au Cambodge, Chemin de liberté d’une survivant des Khmers rouges (Éd. de l’Atelier, 2007).

Per approfondire il senso di questa storia straordinaria, ZENIT ha intervistato Claire Ly ( www. clairely.com).

Come è riuscita a sopravvivere alla follia omicida dei Khmer Rossi?

Ly: L’ideologia dei Khmer rossi era la costruzione di una Cambogia interamente khmer, libera da ogni influenza esterna. Per realizzare questa ideologia utopistica, essi hanno cominciato con l’eliminazione di tutti coloro che potevano opporre una resistenza: in tal modo i primi a essere nel mirino erano gli intellettuali. Tutte le città sono state svuotate dalla loro popolazione. L’Angkar (il governo dei khmer rossi) considerava la popolazione della città come “una popolazione nuova” contaminata dalla civilizzazione occidentale. Questa gente doveva venir “purificata” attraverso il trasferimento e i lavori forzati nelle risaie allo scopo di diventare dei veri Khmer. Per sopravvivere a questo ingranaggio della violenza, io dovevo nascondere la mia vera identità: prima del loro arrivo, io insegnavo filosofia nella capitale e avevo la carica di Direttrice tecnica dell’Istituto di traduzione dei manuali scolastici in seno al Ministero dell’Educazione nazionale della Cambogia. In tal modo facevo parte di questo “popolo impuro”. Il solo mezzo per sopravvivere era l’obbedienza ad Angkar. Ogni tentativo di resistenza veniva selvaggiamente eliminato. Io obbedivo, lavoravo, facevo tutto ciò che i Khmer rossi mi chiedevano di fare: costruzioni di dighe, di canali d’irrigazione, lavoro nelle risaie. Tutto in un clima di terrore e di miseria. Ma come obbedire a dei dittatori senza perdere se stessi?

Quali sono gli avvenimenti che hanno rimesso in questione la sua fede buddista?

Ly: Davanti a una simile violenza che frantuma l’umanità che vi è in ciascuno di noi, mi sono rivolta in un primo tempo verso l’insegnamento del Buddha, che sottolinea la non permanenza in ogni realtà. Ho constatato che la mia vita era sottoposta a questa legge. In alcune ore tutta la mia vita è stata radicalmente cambiata: ho perduto tutti coloro che ho amato. Tutto ciò in cui credevo come fatto acquisito, come identità sociale e personale è svanito! Dei sentimenti di rivolta e di odio hanno invaso tutto il mio essere.

Mi è stato impossibile mantenere la serenità in questo vortice di violenza. Allora ho visto me stessa come una cattiva buddista, incapace di seguire l’insegnamento del Buddha. Sono precipitata in effetti nei sentimenti negativi secondo il buddismo: la collera e l’odio. Sono diventata una realtà davanti alla legge del karma, questa legge dell’atto e delle sue conseguenze che giustifica il presente attraverso gli atti del passato. Io non volevo più portare la responsabilità, per quanto fosse minima, della mia disgrazia. Né mio marito, né mio padre avevano meritato di essere fucilati. La violenza dei Khmer rossi resta assurda, senza alcuna spiegazione.. E noi siamo tutti vittime innocenti.

In quale modo è arrivata a dialogare con il “Dio degli Occidentali” e a dargli fiducia?

Ly: Per non precipitare nella follia, ho costruito, secondo la mia tradizione buddista, un oggetto mentale sul quale ho gettato tutti i miei sentimenti negativi. Nella mia rivolta e nella mia collera, ho desiderato che tale oggetto mentale fosse un “confronto”. Gli ho dato quindi il nome di “Dio degli Occidentali” ed ho passato il mio tempo ad insultarlo, senza preoccuparmi minimamente della sua esistenza.

Nel campo dei Khmer rossi, il Dio degli Occidentali era all’altezza del mio odio e della mia collera. Durante i primi due anni, Egli non era che un capro espiatorio. Lo prendevo come testimone della mia rabbia di vivere. I Khmer rossi hanno pianificato la mia morte, la morte di tutti gli intellettuali, e la mia risposta era di sopravvivere… Questo Dio testimone è diventato nel corso del tempo il mio solo interlocutore. Mi sono resa conto che questa forza, che mi ha permesso di rimanere in piedi, non veniva da me, ma da un Altro. Eppure non riuscivo a cogliere e a comprendere completamente questa alterità.

Nel suo libro afferma di essersi convertita assistendo alla celebrazione dell’Eucaristia. Ci può spiegare perché?

Ly: Non è facile spiegarvi questa certezza spirituale che mi ha indotto a chiedere il battesimo. Posso dire semplicemente che questa certezza, vissuta al momento di una celebrazione eucaristica è il punto di arrivo di un lungo cammino. Dopo aver vissuto, durante i quattro anni del campo di Pol Pot, con la sensazione di essere accompagnata dal Dio degli Occidentali, ho incontrato sul mio cammino il Vangelo.

E’ l’Enciclica “Dives in Misericordia” di Giovanni Paolo II, che mi ha trasmesso la voglia di leggere il Vangelo. Oggi parlo di questa lettura come di “un incontro inaugurale”, secondo l’espressione di Xavier Thévenot. Un incontro che mi ha aperto un nuovo itinerario, facendomi conoscere un nuovo maestro: Gesù di Nazareth. In quella tappa del mio itinerario, provavo molta ammirazione per questo uomo, ma occultavo completamente la sua divinità. La mia educazione buddista mi ha permesso di cogliere l’umanità del Cristo più facilmente della sua divinità.

Il Vangelo ha accompagnato le mie riflessioni durante un anno intero. E’ stato solo dopo un anno di frequentazione della vita e della parola di Gesù, attraverso le narrazioni e le parabole evangeliche che ho avuto la curiosità di assistere alla Messa. Durante questa celebrazione eucaristica, ho realizzato che la Gloria di Dio non diminuisce in alcun modo la grandezza dell’uomo. Ho intuito che Dio, così grande, Dio immenso, non si impone alla mia libertà. Questo Dio ha anzi bisogno del mio consenso per essere pienamente Dio. Io trovo magnifico questo parallelismo fra la mia propria libertà e la potenza di Dio.

Buddista d’origine, sono stata plasmata da un’educazione che sottolinea tutta la grandezza dell’uomo, in quanto lui solo può liberarsi dal ciclo dei morti e dei vivi per raggiungere la liberazione finale del Nirvana. La tradizione buddista pone l’uomo al disopra di ogni divinità. Paradossalmente è la mia convinzione in questa grandezza dell’uomo che mi ha spinto a rifiutare la legge del karma, la legge della retribuzione degli atti. Posso quasi dire che è l’essenza del buddismo stesso ad avermi spinto verso un altro itinerario.

Questo nuovo itinerario incomincia dall’incontro con il “Dio degli Occidentali”. Questo Dio che si rivela così vicino a me nella rivolta e nell’odio. E’ Dio che si fa “cobelligerante” nella lotta di una donna per la sopravvivenza, davanti a un male assoluto. Prima tappa. La seconda tappa è l’incontro con il Vangelo. Questo incontro mi ha dato le parole per parlare della prima: il Dio degli Occidentali prende poco a poco il volto del Padre di Gesù di Nazareth.

Penso sinceramente che è questa prossimità personale con il Vangelo che mi ha consentito di sperimentare spiritualmente il terzo incontro: quello del Cristo eucaristico. Nel corso di questa Messa, un desiderio folle ha preso possesso di me: il desiderio di diventare discepola e non semplicemente uditrice di Gesù Cristo… E’ questo desiderio, così poco ragionevole agli occhi della mia tradizione di origine, il buddismo, che mi ha portato a compiere il passo della richiesta di battesimo.

Sono trascorsi 23 anni da quando ho abbandonato la Saggezza del Buddha per vivere la follia d’Amore di Gesù Cristo. Ho sempre l’impressione che il mio cammino sia un’avventura rinnovata da un dialogo senza fine fra la buddista che ero e la cristiana cattolica che sono diventata…

Rendo grazia allo Spirito del Signore che mi permette di vivere questa ospitalità verso la buddista in un’accoglienza reciproca, premessa senza dubbio del Regno.