"Sotto il peso della Croce imparò la via del cielo e l'insegnò!"

Aldo Alessandro Mola rivela la grandezza e l'opera di Silvio Pellico, un grande eroe del Risorgimento

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di Antonio Gaspari

ROMA, sabato, 18 agosto 2012 (ZENIT.org) - Mi è capitato di recente di visitare il Museo Nazionale del Risorgimento a Torino, molto ben fatto, ricco di documentazione, di testimonianze, di cimeli e di storia, sono però rimasto stupito di non vedere neanche un riferimento ad uno dei più grandi personaggi del Risorgimento italiano, cioè a quel Silvio Pellico, piemontese di Saluzzo, i cui scritti, la vicenda umana, culturale e politica fu di grande rilevanza per la sconfitta degli austriaci e la realizzazione dell’Unità Nazionale.

I contemporanei lo riconoscevano come il “più grande di animo”,  “l’ispiratore del Risorgimento”. “Il profeta dell’Europa delle Nazioni” lo ha definito lo storico Aldo Alessandro Mola.

Quando Pellico morì, la marchesa Giulietta Barolo Colbert scrisse: “Sotto il peso della Croce imparò la via del cielo e l’insegnò. Cristiani pregate per lui e seguitelo”.

Nel libro “Silvio Pellico – carbonaro, cristiano e profeta della Nuova Europa” (Bompiani 2009 – tascabili, 9 euro). Mola ha raccolto decenni di studi originali e inediti, facendoci conoscere la storia di una persona straordinaria.

Dal libro dello storico piemontese emerge la figura di un uomo mite e saggio, una figura che nella sua integrità di valori cristiani e patriottici ha superato il conflitto tra Chiesa e Stato, tra fede e scienza, tra patriottismo e religione, tra liberali e cattolici, tra romanticismo e neoclassicismo, dando continuità e coerenza alla storia e alla dignità del popolo italico.

Nonostante la sua condizione di fragilità fisica, magro, piccolo, miope, malaticcio, mostrò un coraggio da leone ed un animo di grandezza smisurata.

Nato a saluzzo nel 1789, colto e poliglotta, parlava l’inglese, il francese, l’italiano, il latino e il tedesco, con una mente aperta a non provinciale, già in giovane età scriveva e teneva rapporti con i più grandi scrittori dell’epoca. Da Johan Sodermark Stendhal, a Madame de Stahel fino a Friedrich von Schlegel. Lo scrittore russo Aleksandr Puškin parlò di lui con ammirazione definendolo un “martire mansueto”.

La sua fama di letterato e insegnante era tale che anche il Re di Francia, Luigi Filippo d’Orleans, lo voleva precettore dei suoi figli

In Italia godeva dell’apprezzamento di Vincenzo Monti, di Ugo Foscolo di Alessandro Manzoni. Nel 1818 fu  tra i promotori e redattore de il “Conciliatore”, un periodico stampato in carta azzurra, a scadenza bisettimanale che fu bandiera dei risorgimentali.

Finanziato dai patrioti Luigi Porro Lambertenghi e Federico Confalonieri, vi scrivevano oltre al Pellico, il letterato Giovanni Berchet, il deputato della repubblica cisalpina Adeodato Ressi il saggista Ludovico di Breme, il coraggioso Pietro Borsieri, il filosofo e fisico Gian Domenico Romagnosi, l’economista Melchiorre Gioia, lo scrittore Ermes Visconti di san Vito. Alessandro Manzoni era vicino al gruppo e Ugo Foscolo, esule in Inghilterra, promise di collaborare ma non riuscì a mantenere la promessa.

Il motto del giornale fu Rerum concordia discors, motivato dal desiderio di conciliare “tutti i veri amanti del vero”  e “diffondere nel pubblico la sociale filosofia dei costumi e gli studi generosi del bello”.

L’idea era quella di risolvere diversità e contrapposizioni, con un progetto equilibrato mirante a un bene comune. Si voleva riconciliare i romantici con i neoclassici e soprattutto superare le divisioni tra settari, liberali, giacobini e democratici, in nome di una rinnovata spiritualità e cultura del popolo italiano.

Gli occupanti austriaci capirono subito che quel giornale poteva essere una minaccia e per questo cercarono di contrapporgli “l’Attacabrighe” fondato dal conte  Trussardo Caleppio, un commissario di polizia improvvisatosi letterato, Ma Il Conciliatore guadagnava consensi così che la censura austriaca iniziò a fare pressioni sempre più insistenti sul Pellico, fino al punto da minacciarne la sua espulsione dal regno.

Soppresso “il Conciliatore”, il patriota saluzzese divenne amico di Pietro Maroncelli, patriota, musicista e scrittore, il quale lo aggregò alla carboneria.

Seppure Pellico condividesse con Foscolo l’idea che “per fare l’Italia bisognava disfare le sette” e fosse assolutamente contro ogni tipo di violenza pure verbale, la sua adesione alla Carboneria fu ragione per gli austriaci di accusarlo e condannarlo di cospirazione.

Non aveva fatto male ad una mosca eppure fu arrestato il 13 ottobre 1820, fu condannato alla pena di morte, commutata poi in venti anni di carcere duro da scontarsi nello Spielberg, dove giunse il 10 aprile 1822.

Durante il tragitto per andare allo Spielberg, tanti furono gli italiani che lo aspettavano alle stazioni per consolarlo e manifestargli solidarietà. Lo Spielberg era un inferno, il peggior carcere del tempo, faceva paura solo a pronunciarlo.

I carcerati erano sempre incatenati con i ceppi ai piedi, anche di notte. Un sacco di paglia come giaciglio, una coperta, una brocca per l’acqua e un vaso per i bisogni. L’ispezione delle celle iniziava con quella corporale, i detenuti dovevano rimanere in piedi, nudi e al freddo. Alimentazione scarsissima e  nauseante, diversi patrioti detenuti tra i quali Antonio Oroboni e Antonio Villa morirono di fame.

La brodaglia di soffritto di farina e lardo (brenn-zuppe), veniva versata in ciotole che i detenuti mangiavano con le mani. Erano costretti a vivere come animali, Pellico e Maroncelli furono privati anche del cucchiaio di legno che avevano costruito per ingerire la brodaglia (brenn-zuppe) nauseabonda.  Inoltre tutti erano costretti a sferruzzare calzette cavando il filo da gomitoli maleodoranti, il cui odore sgradevole faceva venire il mal di testa e umiliava persone di grande ingegno e animo. 

Pellico tornò "a riveder le stelle” alla fine di agosto del 1830, graziato ma assai mal ridotto dal punto di vista fisico.

Fu nel 1832 che pubblicò la sua opera più famosa “Le mie prigioni”. Uno scritto che ebbe un successo strepitoso, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti ed in America Latina. La popolarità del libro di Pellico fu tale che il potente Cancelliere austriaco  Klemens von Metternich, tentò di farlo mettere all’Indice dalla Santa Sede e poi  ammise che “Le mie prigioni’ costarono all’Austria più di una battaglia persa”.

Con “Le mie prigioni” Pellico non solo denunciò la brutalità e l’orrore di un sistema carcerario che mirava solo a distruggere le persone, ma rispose al sopruso e all’ingiustizia con il bene e gli ideali patriottici e cristiani. Mostrò, lui così debole e fragile, che si poteva vincere il male con il bene.

L’enorme successo delle "Mie Prigioni" non ebbe l’effetto immediato di rendere più umani gli ordinamenti carcerari , ma mostrò in maniera chiara che la pena non può essere ridotta a vendetta sociale bensì deve tradursi in cammino di redenzione.

Racconta il Mola che Pellico “di famiglia religiosissima, in gioventù si era allontanato dalla fede per tornarvi poi negli anni del carcere: scrisse le sue memorie di prigionia allo scopo di dimostrare, col suo esempio, di quale conforto sia la religione nella sventura”. 

Con “Le mie prigioni” insieme al trattato “I doveri degli uomini”, Pellico è diventato lo scrittore italiano più letto al mondo.

Il bibliografo Marino Parenti nel 1952 contò 260 traduzioni de “Le mie prigioni” contro le 55 dei promessi Sposi di Alessanro Manzoni. Nello stesso anno “I Doveri degli Italiani” contava 269 edizioni e molteplici traduzioni: 64 in francese, 17 in spagnolo, 4 rispettivamente in inglese e tedesco e 28 in altre lingue.

Scuole, Vie, biblioteche, monumenti e addirittura una città in Argentina sono state dedicate a Silvio Pellico. Per questo non è comprensibile perché al Museo del risorgimento non ci sia menzione dell’eroe di Saluzzo. Una delle ragioni della discriminazione nei confronti di Pellico può essere trovata solo nel suo essere coerentemente patriota, romantico, risorgimentale e credente cattolico.

In quel periodo le minoranze risorgimentali si sfidavano a chi era più anticlericale.  Tra liberali miscredenti, giacobini mangiapreti, massoni radicali oppositori del Pontefice e del Papato, sembrava non esserci spazio per una visione conciliate di patriottismo e cattolicesimo.

Ha scritto Mola. “Pellico fu cattolico nacque da un cristianesimo conciliato con i lumi e capace di pacato eroismo di sacrificio totale che non aveva nessun bisogno di andare a lezioni di patriottismo né da Mazzini né da altri”

Ne “I doveri degli uomini” Pellico ha spiegato il vero patriota “non cessa d’essere agnello, se non quando la patria in pericolo ha bisogno d’essere difesa. Allora diventa leone, combatte e vince, o muore”.

Mazzini ed i giacobini criticarono Pellico, il quale in una lettera a Quirina Mocenni Maggiotti (12 maggio 1834) così rispose “Stampo (i miei libri ndr) secondo la mia vera credenza: non mi fingo Cattolico ma lo sono. E non maledico gli increduli né gli opposti fanatici, ma prego per loro sinceramente; e mi rallegro scorgendo ch’essi non sono i più. Siamo in una via lenta ma sicura di guarigione da molti volgari errori”.